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Il Romanticismo dell'Ottocento

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Re: Il Romanticismo dell'Ottocento

Messaggio  Annali il Dom Gen 25, 2015 1:48 pm

LA BELLA GIGOGIN
 
Identificare il Risorgimento con il testo di una canzone? Presto fatto: La Bella Gigogin!
Fu suonata per la prima volta il 31dicembre 1858, al teatro Carcano di Milano, alla vigilia della Seconda guerra d’indipendenza. Secondo la tradizione la canzone suscitò un tal entusiasmo che fu ripetuta per ben otto volte,cantata anche per sfida, davanti al palazzo del viceré austriaco. La Ricordi pubblicò la canzone ma il governo austriaco la sequestrò. Secondo le testimonianze “La bella Gigogin” fu cantata durante la battaglia di Magenta, nel 1859, 4 giugno, dove si fronteggiavano le truppe francesi contro quelle austriache. In breve la canzone divenne il canto patriottico più popolare, eseguito in ogni occasione delle spedizioni di Garibaldi.
Chi era la bella? Si racconta fosse una giovane uscita da sotto le barricate di Porta Tosa, durante le cinque giornate di Milano, del 22 marzo ’48, vestita con un giubbotto degli stivaloni e una lunga gonna. A chi le chiedeva il nome, rispondeva: Gigogin. Era fuggita dal collegio per combattere insieme ai volontari. Un giorno uno dei capi le affidò un messaggio urgente per il leggendario colonnello dei bersaglieri La Marmora. Lei andò in prima linea a Goito per soccorrere e rifocillare i soldati. Il suo coraggio la spinse a percorrere le terre occupate dagli austriaci cantando”Daghela avanti un passo” (ossia fa un passo avanti contro l’oppressore).
Nessuno seppe mai, il suo vero nome, né se la Bella Gigogin fosse mai esistita veramente.  



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Il Romanticismo dell'Ottocento

Messaggio  Annali il Mar Ott 21, 2014 12:47 am

Il Romanticismo era una corrente spirituale composta soprattutto da giovani e animata da spirito giovanile. Vi prevaleva l’entusiasmo, l’impazienza, la protesta, ma più di ogni altra cosa, la ribellione.
Il poeta romantico voleva trasformare il mondo, lottare contro il male e la tirannide, segnalare all’intera umanità gli iniqui che opprimevano i popoli e le loro coscienze.
Quando, nel 1827 Alessandro Manzoni scrisse il suo “ I promessi sposi”, l’accoglienza del pubblico non fu unanimemente favorevole, anche se vi furono molte lodi. L’animo di certi patrioti era turbato dal successo ritenuto immeritato, avendo Manzoni tradito l’attesa di tanti giovani entusiasti che attendevano dall’autore di versi tanto belli e nobili, un grido di protesta contro la Potenza che opprimeva l’Italia. Manzoni, si disse, è ormai un rassegnato, un uomo che accetta l’ingiustizia pensando a un’altra vita e a una felicità ultraterrena.
Anche per Silvio Pellico quando, tornato dalla fortezza dello Spielberg scrisse “Le mie prigioni”,tra gli irrequieti patrioti italiani passò una nuova ventata di delusione. Pensarono che anche Pellico si fosse convertito, soffocato da preoccupazioni religiose, rassegnato e chiuso in se stesso rinunciando a ogni ulteriore azione.
Naturalmente il giudizio formulato da questi focosi e impazienti italiani non era esatto, la rassegnazione attribuita a entrambi recava in sé qualcosa di forte e vigoroso, che nulla aveva  a che vedere con l’umile sottomissione del vinto. Forse era solo coraggiosa e virile accettazione dei mali del mondo, nella certezza di una giustizia che avrebbe potuto realizzarsi compiutamente nel tempo a venire. I giovani romantici li pretendevano ribelli a tutti i costi.
Chi aveva dunque ragione? Il ribelle o il rassegnato?
Senza il ribelle la storia dell’umanità sarebbe una storia oltremodo grigia e piatta, fatta di padroni insolenti e di schiavi taciturni. Senza i ribelli le lotte per la libertà non sarebbero esistite. Mancando la libertà, lo sviluppo della civiltà non sarebbe stato possibile.
Nella loro ribellione hanno a volte trionfato e altre volte invece, sono stati sconfitti e  crudelmente puniti, ma incredibilmente, è accaduto che vincessero anche quando avevano fallito lo scopo, imprigionati o mandati al patibolo. Il loro agire e il loro soffrire fu stato da esempio e richiamato gli uomini a sentimenti d’idee che nell’intolleranza o nell’oppressione possono sembrare offuscati. Tuttavia, le vicende umane sono più complicate di quanto sembrino a prima vista, non sempre è facile distinguere chiaramente ciò che di buono o di cattivo c’è in una ribellione.
Riconoscere per esempio, quando il ribelle agisce per amore, non per odio, e si sacrifica per il bene comune e la giustizia, è questo ribelle che merita rispetto e stima, anche quando sbaglia fuorviato da fallaci illusioni.  

                                         

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