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Miti e leggende

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Miti e leggende - Pagina 2 Empty Il mantello di San Martino

Messaggio  Annali il Ven Nov 06, 2015 11:52 pm

Di San Martino di Tours, un soldato romano convertito al cristianesimo, è noto l’episodio (o leggenda?) in cui donò la metà del suo mantello al povero trovato ignudo per la strada. La notte stessa sognò il Cristo coperto dalla metà del suo mantello trovandolo, al risveglio, tutto intero.
La sua figura sostituì il dio cavaliere venerato dai celti, dio della vegetazione che vinceva gli inferi trionfando nella morte.
Nel primo medioevo era il santo più popolare d’occidente, patrono della monarchia francese, la sua mantella o cappa, era una reliquia, da cui deriva il nome “cappella”, luogo dove era conservata.
Divenne patrono dei soldati, dei cavalieri, dei viaggiatori, degli albergatori e dei vignaioli.
Per san Martino si terminavano i lavori agricoli ed era il momento dei bilanci sul raccolto. Era inoltre il momento di pagare affitti e debiti e di traslocare (fare San Martino).  
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Miti e leggende - Pagina 2 Empty La leggenda delle sette pagode

Messaggio  Annali il Ven Ott 30, 2015 11:08 pm

Mahabalipuram è una città dell’India dalle origini molto antiche.
Dal 1984 è stata nominata Patrimonio dell’Umanità dell’Unesco per i suoi templi buddisti ricchi di decorazioni e bassorilievi, scavati nella roccia dal 600 d.C.
Tra questi, il più misterioso è il Tempio della spiaggia che, secondo la mitologia, sarebbe stato costruito insieme con altre sei pagode dedicate a Vishnu, dal principe Prahlada, giudicate le più belle di tutta l’India.
Ciò provocò la gelosia del dio Idra che,  in un eccesso d’ira fece sprofondare la città in fondo al mare, lasciando un solo edificio in superficie.
Il mito, ripreso da alcuni scrittori inglesi, divenne una leggenda da diffondere in Occidente, conosciuta come “la leggenda delle Sette pagode e della città sommersa dal mare”.
La storia non si meritò, all’epoca, l’attenzione del mondo accademico, ritenendola irrazionale e priva di fondamento.
Ci pensò, a dare credito alla leggenda, lo tsunami che il 26 dicembre 2004 devastò le coste dell’Indonesia e dell’India, sollevando dal fondo sabbioso i resti di un’antica città portuale, con rovine risalenti al VII secolo d.C.
Le sculture ritrovate hanno dato l’inizio a una serie di esplorazioni. 
Ora la leggenda sembra avere basi più solide: sotto le onde del lago di Mahabalipuram, potrebbe esserci davvero nascosta la città delle Sette Pagode.

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Messaggio  Annali il Dom Lug 12, 2015 7:44 pm

LA LEGGENDA DEL RE PESCATORE 


Questa leggenda s’inserisce nella letteratura Medievale europea, fra il 1181 e il 1190, per merito del romanziere Crètien de Troyes, autore dell’opera “ Perceval ou le Conte du Graal”, e iniziatore, forse, del mito del “Graal”. 
Crétien de Troyes fu ospite per diverso tempo presso la corte di Eleonora d’Aquitania, e fu probabilmente proprio da Poiteres che le leggende celtiche, per la prima volta, hanno fatto irruzione nella letteratura francese. 
L’eroe protagonista del racconto “Il re Pescatore” è Perceval, un giovane aspirante cavaliere che la madre aveva cercato di tenere al riparo in una foresta, per preservarlo dalle tentazioni del mondo, soprattutto per evitargli la morte in combattimento come già accaduto al marito e agli altri figli. Il giovane però, si sente irresistibilmente attratto dalla cavalleria e deciso a recarsi presso la corte di re Artù. La madre muore di dolore nel momento stesso della partenza del figlio, ma egli già lontano, non se ne rende conto. 
Perceval, dopo aver intrapreso diverse avventure e approdato alla corte arturiana, se ne diparte in cerca di nuovi eventi da sperimentare. Arrivato nei pressi di un fiume, trova due uomini su una barca, uno dei quali sta pescando. È il sovrano del paese, si dedica alla pesca non potendo più cavalcare e dedicarsi alla caccia perché affetto da un’inguaribile ferita all’inguine. 
Il re invita il giovane a trascorrere la notte nel suo castello e Perceval accetta di buon grado. 
Durante la cena il re e Perceval conversano lietamente, nonostante il re, a causa della ferita, sia costretto a rimanere semisdraiato sul letto. Nel corso della cena, con grande sorpresa, il giovane cavaliere vede apparire un primo valletto che porta una lunga lancia stillante sangue, seguito da altri valletti con candelabri e, infine, una fanciulla che porta un Graal, fatto d’oro puro. Al suo apparire si diffonde una luce tanto intensa da illuminare tutto il salone. Il piccolo corteo passa due volte, prima di entrare in un’altra stanza e poi sparire. 
Perceval vorrebbe chiedere il significato di quanto veduto ma memore degli insegnamenti della madre circa l’essere sempre discreto, non osa fare domande, rimandandole al giorno seguente. 
Il mattino dopo, svegliatosi, trova il castello completamente deserto, per cui non gli rimane che ripartire. Dopo la sua uscita, il ponte levatoio si chiude bruscamente dietro di lui. 
Sorpreso da tanto mistero, si avvia lungo la strada, ben presto raggiunto da una donna altrettanto misteriosa che lo redarguisce vivacemente per non aver posto le domande fatidiche: “ Perché la lancia sanguina? A chi, a cosa serve il Graal?” Avesse posto queste domande il re Pescatore sarebbe guarito dalla ferita che tanto dolore gli arrecava, e con lui sarebbe stato sanato tutto il suo regno. 
La donna lo informa che la madre era morta di dolore in seguito alla sua partenza. 
Il povero Perceval, si rende conto allora, che avrebbe potuto essere l’eroe in grado di liberare dai tormenti che affliggono non solo un re, ma un intero regno. 

Chrétien de Troyes morì nel 1185. La sua produzione artistica portò alla creazione di un nuovo genere letterario, improntato al romanzo cavalleresco, e, forse anche, seppur non comprovato, all’introduzione nella letteratura medievale del termine “Graal”.

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Messaggio  Annali il Dom Lug 05, 2015 1:02 am

Miti e leggende sull'Aurora Boreale



Prima di teorie scientifiche legate al magnetismo terrestre e allo studio della fisica quantistica, l'intepretazione dei popoli antichi forse andava ben oltre una pioggia di particelle cariche.
I Vichinghi attribuivano i colori scintillanti delle aurore boreali alla luce solare riflessa dagli scudi delle meravigliose Valchirie. Nella mitologia norrena erano le guerriere vergini di Odino che conducevano le anime dei più nobili guerrieri nel Walhalla, una volta deceduti in battaglia, affinché potessero appartenere al grande esercito di Odino nella battaglia finale, il Ragnarok (il crepusoclo degli dei). Per i Lapponi, l'aurora indicava la presenza di messaggeri divini. Per gli Indiani che abitavano negli Stati Uniti settentrionali, nella direzione del vento del nord vivevano i Manabai'wok, giganti cacciatori e pescatori. Ogni qual volta questi giganti uscivano con le loro torce a cacciare o a pescare, illuminavano lo scorcio di cielo del loro territorio di caccia. Gli Indiani delle tribù athabaska (della zona subartica nordoccidentale) credevano che l'aurora fosse la danza di folletti. Per gli Aborigeni, era la danza degli Dei. Per gli Inuit della Groenlandia, gli islandesi e i finlandesi le aurore erano fenomeni legati al regno dell'aldilà.



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Miti e leggende - Pagina 2 Empty Avalon: mito e leggenda

Messaggio  Annali il Gio Mag 28, 2015 12:44 pm

AVALON
Nome leggendario legato a un ciclo letterario dedicato al mito di Re Artù, che la tradizione agli inizi dell’XI secolo vorrebbe indicarne il luogo dove fu sepolto.
Avalon fu identificata con Glastonbury, un’isola circondata dall’acqua dove, durante il regno di Enrico II fu riportata alla luce una bara  recante l’iscrizione: “ Qui giace sepolto l’inclito re Artù nell’isola di Avalon”.  I resti ritrovati furono sepolti nell’abazia di Glastonbury Tor, con una grande cerimonia alla presenza del re e della regina, divenendo il luogo meta di pellegrinaggio fino al periodo della riforma. Leggenda, comunque, ritenuta parte di fantasia.
Il significato del nome Avalon, letteralmente sarebbe: “Isola delle Mele”, descritta nella “Historia Regum Brittanie “ di Goffredo di Monmouth. Una traduzione tra le più probabili poiché in bretone la parola per indicare mela è “Aval”.
La parola “avalon” potrebbe anche essere una traslitterazione inglese del termine celtico “Annwyn”, cioè il regno delle Fate o “Neverworld”.
  
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Messaggio  Annali il Ven Mag 01, 2015 9:42 pm

ROBIN HOOD E LA FESTA DEL I° MAGGIO

Prima di diventare in tutto il mondo festa del lavoro e dei lavoratori, il giorno del primo maggio nella cultura popolare europea medievale, aveva un significato particolare e assai diverso: era la festa della fertilità, della natura rinnovata in cui si celebrava il ritorno della primavera e della fecondità della terra. La semina era percepita come una forma di magia legata alla sessualità.
Per i contadini del tempo dunque, il primo maggio era un giorno di licenza sessuale, il giorno in cui si sceglieva la “Regina di Maggio”, personificazione della dea madre pagana, presente nei culti precristiani.
Insieme con altre fanciulle la Regina si inoltrava nella vicina foresta, dove era ricevuta da  un giovane, il cui costume ricordava l’araldo della primavera, e dai suoi compari.
Secondo uno scandalizzato scrittore elisabettiano “ garzoncelli e donzelle, vecchi e vecchie, vagano nottetempo per boschi, fratte, colline e monti, trascorrendo la nottata in sollazzi…”, scriveva, concludendo poi “ Mi è stato riferito a viva voce, da uomini di grande serietà e reputazione, che la maggior parte delle donzelle che vanno nella notte nel bosco, poche ne escono incontaminate”.
L’antico dio pagano della fertilità fu identificato con “Robin Hood” e la “Regina di Maggio” con Lady Marian e potrebbe costituire il cuore della sua leggenda. 
L’austero parlamento presbiteriano scozzese proibì nel 1555, per tutto il mese di maggio, la rappresentazione nel castello di Rosslyn, dell’opera conosciuta come: “ Robin Hood and Little John”, dagli attori girovaghi. “ Nessuno, proclamò solennemente, può impersonare “Robin Hood e Little John, l’abate della follia, e la Regina di Maggio”. 
Le vestigia del paganesimo comprendevano sempre un elemento magico, con richiami ai misteri della procreazione e della riproduzione, presenti perfino nelle filastrocche infantili.  
               Miti e leggende - Pagina 2 Robin-hood-prince-of-thieves-robin-hood-prince-of-thieves-6251731-450-293
         


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Messaggio  Annali il Mer Apr 29, 2015 4:37 pm

L’ENIGMA RUSHTON LODGE  
 
L’edificio è considerato da molti una bizzarria, evidenziata dalla sua forma triangolare.
Si trova a Rushton, Inghilterra e pare sia stato costruito per servire come  casa al sorvegliante di conigli. L’ideatore del progetto fu Sir Thomas Tresham, appartenente a una delle famiglie grandi proprietarie terriere del paese.
Nel 1590 fu incarcerato in quanto cattolico e si dice avesse progettato il Triangular Lodge mentre era rinchiuso in cella.
La storia, se di storia vera si tratta, dice anche che stesse leggendo un trattato sulle prove dell’esistenza di Dio, quanto improvvisamente, udì tre grossi colpi. E da qui, la teoria che vuole il Lodge orientato in base  al numero tre.
Era stato nominato cavaliere da Elisabetta I, ma quando nel 1570 papa Pio V emanò una bolla che dichiarava Elisabetta deposta, i suoi sudditi cattolici dovettero ritenersi esonerati dalla fedeltà alla regina.
Le leggi contro i cattolici passarono nel 1581, 1585 e 1593, di conseguenza rimase in prigione, soggetto ad arresti domiciliari o sotto sorveglianza fino al 1593.
Con la libertà iniziò i lavori della casetta, uno degli edifici più enigmatici che Tresham creò.
A livello matematico e visivo l’intera struttura è basata sul numero tre: ciascuno dei tre muri esterni è lungo 33,3 piedi, ognuno con tre finestre triangolari, sormontate da tre gorgoyle. L’interno ha tre pavimenti, impressi nelle decorazioni che corrono intorno all’edificio vi sono tre testi latini, ognuno composto di 33 lettere.
Sebbene il numero tre sia il comune denominatore, vi è una grande variazione nei dettagli. Tutte le finestre hanno differenti disegni, la più grande è un trifoglio, l’emblema della famiglia, le altre finestre del basamento sono piccoli trifogli con luci triangolari.
Sopra la porta d’ingresso vi è il blasone di Tresham e l’indicazione latina “ Tres testimonium dant”  che significa “Il numero tre da testimonianza".
 In quell’epoca la causa cattolica pare avesse dimensioni magiche, sostenuta dalla presenza di  Giordano Bruno, quando era uno studioso del Corpo Hermeticum, la tradizione ermetica di cui ha tratto il meglio degli insegnamenti.
Appare dunque ovvio che il Triangular Lodge sia un riferimento al numero tre, considerando che Tresham significa “Io sono tre”, e dato che i Tresham erano cattolici, la conclusione potrebbe essere che l’edificio sia tutto basato sulla Trinità.

     Miti e leggende - Pagina 2 215683-rushton-triangular-lodge-northamptonshire-uk



    
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Messaggio  Annali il Dom Apr 19, 2015 2:56 am

I MITI GRECI: LE MOIRE E LA LUNA

Tre sono le Moire, sorelle di bianco vestite, che Erebo generò dalla Notte. I loro nomi sono Cleto, Lachesi e Atropo, la più piccola di statura ma la più terribile. 
Zeus, che pesa sulla bilancia la vita degli uomini, non sempre può intervenire in favore di chi vuole, se il filo della vita di costui, filato dal fuso di Cloto, e misurato da Lachesi, sta per essere reciso dalle forbici di Atropo. 
Anche il re degli dei, doveva sottostare al potere delle Moire, come la sacerdotessa pitica sentenziò una volta con un oracolo. 
Le Moire non sono figlie di Zeus, ma nacquero per partogenesi dalla Grande dea Necessità, con la quale gli dei non osano contendere. 
Alcuni miti designano le Moire, dette anche Parche, come la triplice rappresentanza della Luna, da qui il perchè delle vesti bianche. 
Cloto è la "filatrice", Achesi la "misuratrice" e Atropo "colei che non si può evitare". Moira significa "fase" e la Luna ha appunto tre fasi e tre persone: la luna nuova, cioè la dea vergine della primavera, il primo periodo dell'anno; la luna piena la dea ninfa dell'estate, il secondo periodo dell'anno; la luna calante, la dea vegliarda dell'autunno.
Miti e leggende - Pagina 2 Parche
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Messaggio  Annali il Gio Gen 15, 2015 1:57 am

I VIMANA DAL POEMA EPICO MAHABHARATA   
 
“ Vimana, bellissimo carro celeste che possedeva la luminescenza del fuoco. Era come se al suo apparire nel firmamento vi fossero due Soli. Quando esso vi ascendeva sembrava che il cielo si infuocasse, abbagliante  come una fiamma accesa in una notte d’estate. Quando si levava  verso il cielo, il suo ruggito riempiva i quattro angoli del firmamento.”
Le descrizioni degli antichi Vimana sono simili alle moderne macchine volanti.
Secondo alcuni miti risalenti a 10.000 anni fa, il dio delle battaglie, Indra, guerreggiava contro i “non dei” bersagliandoli dal cielo con armi che distruggevano le loro città.
Anche Khrisna, Varuna e altre divinità, usavano in battaglia i Vimana.
“ Venne lanciato un corpo abbagliante che irradiava luce di un fuoco senza fumo. Tutti i punti dell’orizzonte furono sommersi dalle tenebre e venti malefici cominciarono a soffiare. Le nubi ruggivano e facevano piovere sangue. I nemici caddero come alberi arsi da violenti incendi, l’acqua parve arroventarli”.
Per quanto riguarda l’arma di Brahma (indicata come il Dardo di Idra) funzionava mediante un meccanismo circolare riflettente,  in base a un principio a carattere vibratorio.
Poteva essere neutralizzato solo da un’altra Arma di Brama in grado di opporsi alla stessa energia”.
Il Drona Parva fornisce una bella descrizione di come la volontà degli operatori posti all’interno costituisca l’energia motoria del Cukra Vimana, uno dei più grandi costruiti:
“Costruiremo un vimana di grande potenza. Il vento sarà la base che lo sosterrà; la Parola, la rotta sulla quale procederà; tutte le Parole e tutte le Scienze saranno racchiuse in esso, con tutti gli inni, e anche il Suono Vedico “Vashat”. E la sillaba sacra “Om” (la quinta sillaba del Nome Ineffabile della Divinità) posta anteriormente a questo carro aereo, lo renderà oltremodo bello. Quando sarà pronto al decollo il suo ruggito riempirà i quattro angoli dell’orizzonte”.
Tutto questo sembra riferirsi al potere della mente umana. Come dice il Samar: “Un vimana può essere mosso da suoni e sonorità ritmiche.
           
      Miti e leggende - Pagina 2 Vimana_god_war_2                     
                               
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Messaggio  Annali il Sab Dic 20, 2014 2:42 am

CREDERE AI FANTASMI?        
 
Curiosando tra gli antichi filosofi e personaggi d’altri tempi, scopro le fobie di alcuni proprio riguardo a spiriti e fantasmi.
 Che Platone non si vergognava di confessare d’avere una terribile paura dei fantasmi.  Che Talete di Mileto credeva nelle apparizioni demoniache.
Plinio il Giovane scrisse della strana avventura capitata a un amico, il filosofo Atenodoro, il quale, inconsapevolmente, aveva acquistato una casa “abitata” da uno spirito.
Il fantasma appariva ogni notte trascinando le catene, rumoroso e spaventoso. Atenodoro, esasperato e anche incuriosito, decise in modo definitivo di seguire l’apparizione per scoprirne il mistero. Quanto successe, lo raccontò a Plinio, che con molto realismo lo trascrisse così: “ Il fantasma, procedendo lentamente, con rumore di ferraglia, raggiunse il cortile e scomparve. Allora, Atenodoro, prese qualche manciata di erbe, ne fece un mucchietto e lo posò nel punto esatto dove la visione era scomparsa. Il giorno dopo andò dal magistrato e gli chiese di scavare sul luogo della sparizione. Così fu fatto. Furono trovate ossa legate da catene. Ricomposti i resti, gli fu data pubblica sepoltura e da quel giorno, il defunto non tornò più a turbare la pace della casa”.   
Messa paura??
 


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Messaggio  Annali il Sab Dic 13, 2014 4:57 pm

L’ALBERO DI NATALE 
 
A quanto pare, dal punto di vista religioso l’albero di Natale affonda le sue radici in un lontano passato.
In circa 5.000 siti diversi, nelle zone della costa occidentale della Svezia, come nella vicina contea di Ostfold, in Norvegia, sono state rinvenute migliaia d’incisioni rupestri, risalenti a un periodo compreso tra il 1.800 e il 500 a.C., rappresentanti alberi sempreverdi quali l’abete rosso.
Che fossero considerati sacri, si ipotizza fosse dovuto  in parte alla rarità di questi alberi nei periodi in cui risalgono le incisioni.
In molte culture gli alberi sono simboli di vita, sopravvivenza e immortalità e potrebbe spiegare come e perché in quelle zone fossero eseguite incisioni che rappresentavano evidentemente l’abete rosso molti secoli prima che divenisse comune da quelle parti.
Sull’argomento è stato pubblicato un libro in collaborazione con l’Ufficio del Patrimonio nazionale Svedese, dove spiega che le immagini di alberi, che appaiono nelle incisioni rupestri, indicano che fin dall’età del bronzo la zona meridionale della Scandinavia era parte di un tessuto religioso e culturale, dove popoli che vivevano di agricoltura e di allevamento rapportavano religione e cosmologia alla loro realtà. Le credenze s’incentravano sull’eterno ciclo di vita, fertilità, morte e rinascita.
È evidente che le tradizioni legate agli alberi sempreverdi si sono diffuse ed entrate a far parte di quelle di molti altri popoli.
Il culto degli alberi divenne comune presso i popoli pagani dell’Europa e continuò a esistere anche dopo la conversione al cristianesimo. Sopravvisse in vari riti e costumi, tra cui l’usanza di mettere un albero di Natale all’ingresso o all’interno della casa durante le festività invernali.
Fu, comunque, nel 1841 che l’albero sempreverde cominciò ad acquistare la popolarità di cui gode tuttora, quando la famiglia reale britannica allestì un abete rosso per le celebrazioni natalizie.
Rimane che, in Scandinavia, si trovano le testimonianze silenziose, incise sulla roccia, dell’antica origine dell’albero di Natale.
Alcune di quelle incisioni sono state dichiarate dall’Unesco patrimonio dell’Umanità.

Miti e leggende - Pagina 2 Alberi-di-natale-parigi-e1323465775520
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Messaggio  Annali il Ven Nov 21, 2014 10:59 pm

THOR IL DIO DEL MARTELLO MAGICO

L’universo della mitologia nordica è composto di nove mondi: c’è il regno di Midgard, la terra di mezzo in cui vivono gli uomini; Asgard è il luogo di residenza degli dei, unito alla terra attraverso il Bifrost, il ponte dell’Arcobaleno. Vi è il mondo dei giganti di roccia e ghiaccio, e gli inferi nel sotterraneo regno di Hell.  A sud, è il mondo dove vivono i giganti di fuoco; vi sono i due regni dove vivono, divisi, gli elfi chiari e gli elfi scuri; infine il regno dei nani. Tutti i mondi sono collegati fra loro attraverso l’albero della vita: l’Yggdrasill. 
Nel sentimento religioso di alcuni popoli germanici, nonostante la conversione al cristianesimo portata a compimento nel Medioevo, perdurò lungamente il culto di Thor, il dio del tuono (tale è il significato in norreno, l’antica lingua dei vichinghi), figlio di Odino. 
Era sposato con Sif, una dea bellissima chiamata “la Sibilla”con la quale ebbe due figli: una femmina, Thrud, futura valchiria e un maschio, Modi, che erediterà parte dei poteri paterni. 
Come Odino, Thor apparteneva alla famiglia degli ASI, il gruppo dominante nell’universo religioso germanico. Nella letteratura e nell’immaginario popolare era descritto come uomo muscoloso, con barba e capelli di colore rosso vivo. Portava sempre con sé il magico martello, il Mjòllnir, i guanti di ferro e una speciale cintura dispensatrice di forza fisica aggiuntiva. 
Il martello emetteva fulmini e possedeva la speciale proprietà quando era lanciato di tornare tra le mani del padrone. 
La sua dimora era Asgard, un immenso e luminoso castello di 540 stanze, chiamato Bilskirnir. Per viaggiare si serviva di un carro che solcava il cielo trainato da due capre, che ogni tanto il suo appetito insaziabile lo portava a divorarle, senza però intaccarne le ossa e la pelle, condizione necessaria perché il giorno dopo potessero tornare in vita. 
Nei viaggi lunghi era accompagnato da Loki, una divinità ambigua che sarebbe divenuto in seguito suo nemico. 
Le saette che scaturiscono dal suo martello, oltre a segnare il suo ingresso in battaglia contro le forze demoniache del caos, assicurano nello stesso tempo, prosperità ai raccolti attraverso la pioggia, incarnando la funzione di dio della fertilità. 
Ipotizzando uno scontro tra culti, alcune superficiali analisi storiche interpretarono alla lettera il furioso litigio tra Odino e Thor, descritto nell’Edda poetica. In quell’occasione, le due divinità discutono con grande animazione, vantandosi l’un l’altro di possedere qualità superiori. 
Odino, afferma di rappresentare i nobili che cadono in battaglia, le arti, le lettere, e bolla Thor come il dio della razza dei servitori, simile al contadino rozzo, laborioso, poco incline alla guerra. La figura di Thor appare affine a quello spirito comunitario che presso i popoli del nord era fondato su un legame di tipo famigliare. 
Quel dio con il martello, dunque, era amato soprattutto in Islanda, la cui storia medievale fu segnata dalla massiccia immigrazione di coloni norvegesi, desiderosi di restaurare nella loro nuova patria l’antico patrimonio di usi pagani. 
Per la sua connessione a una serie di antiche usanze popolari, messe fuorilegge dai cristiani, Thor più di Odino, era considerato dai missionari come il loro avversario principale. 
Vi fu un periodo, nel Medioevo, in cui i simboli della croce e del martello si sovrapposero, forse per scelta strategica dei vescovi, i quali, forse per rendere più agevole l’introduzione del nuovo verbo messianico nelle comunità vichinghe, decisero di tollerare il culto di Thor. 
Con il tempo, tuttavia, nella maggior parte dei casi il credo religioso per Thor, di quel dio che sprizzava saette, fu estirpato dai missionari cattolici e dai re cristiani, senza alcun riguardo per le vecchie tradizioni. 
Nella battaglia finale tra le forze della luce e quelle del caos, il cosiddetto Ragnarok, secondo la tradizione norrena Thor riuscirà a vincere il serpente Midgarsdsormr, uno dei figli di Loki, ma cadrà pure lui ucciso dal veleno del mostro. 

              Miti e leggende - Pagina 2 Thor+(3)
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Messaggio  Annali il Mar Nov 18, 2014 7:24 pm

Storia, mito o leggenda? 
La battaglia di "Hattin" indifferentemente trova collocazione giusta ovunque la si scriva. Oggi faccio sia "Leggenda".


LA BATTAGLIA DI HATTIN


Il 4 luglio Templari e Ospedalieri cavalcavano fianco a fianco contro le armate di Saladino, composte da 80.000 soldati, in quella che rimane ricordata come la: "La Battaglia di Hattin".
Saladino fece condurre cavalieri Templari e cavalieri Ospedalieri sopravissuti all’eccidio, sulla collina da dove potevano vedere il lago sacro Gennesaret e li fece decapitare, non prima di avere proposto, in cambio della vita, la rinuncia al loro credo religioso.

 

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Messaggio  Annali il Ven Ott 31, 2014 2:27 am

LA NOTTE DI HALLOWEEN 
                             
Si festeggia il 31 0ttobre, vigilia di ognissanti.
Il nome, sembra derivare da”All allows even!” ovvero la notte in cui tutto è permesso, una specie di carnevale con un risvolto macabro, a metà strada tra follie di vivi e di morti.
Le sue origini provengono dal folclore celtico di Scozia e Irlanda, esportate, attraverso il i loro immigrati negli Stati Uniti.
Coincideva, prima del cristianesimo, con la vigilia di capodanno. Era una notte molto speciale perché i Celti credevano che dopo l’imbrunire del 31 ottobre, gli spiriti degli antenati ritornassero dall’aldilà, ai luoghi familiari e magari con intento di far dispetti.
Lasciate le pietanze sui tavoli per i loro morti, uscivano nei campi, dove si riunivano attorno ai fuochi accesi a danzare alla luce dei falò.
In quella notte di prodigi, per gli irlandesi e gli scozzesi non erano solo i morti a ritornare dal loro regno, ma pure streghe e folletti, tutto un mondo invisibile che acquistava speciali poteri.
Negli USA, attorno il 1930, venne la moda di coinvolgere i bambini nella festa magica, con i quali nacque la parola d’ordine: “ Dolcetto o scherzetto?”
Venne poi l’usanza della zucca illuminata, la maschera più tipica di Halloween, derivante dalla leggenda di “Jack della Lanterna”.
La leggenda racconta che Jack fosse un vecchio beone sempre in vena di scherzi, che una volta osò persino sfidare il diavolo: con uno stratagemma lo costrinse a salire sopra un albero di mele, sul cui tronco, alla base, incise una croce.
Il diavolo non poteva scendere senza  evitare il contatto con la croce, ed a quel punto Jack propose un patto al diavolo: lo avrebbe liberato cancellando la croce se gli avesse promesso  l’impunità dal fuoco eterno.
Il diavolo, promise e fu liberato,  da allora Jack, non potendo entrare in paradiso e neppure all’inferno, vaga per il mondo in attesa del giudizio definitivo.
Per gli scozzesi la festa gravita intorno alle fate, i bambini mascherati portano una rapa scavata e illuminata per tenere lontane le fate cattive.
I dolcetti richiesti dai bambini altro non sono che la memoria del lontano ricordo  del cibo preparato per i morti, degli spiriti che ritornano a fare visita a gli uomini, nell’atmosfera della notte in cui “ tutto è permesso”.

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Messaggio  Annali il Mer Ott 29, 2014 3:59 pm

PLATONE E IL MITO DI ATLANTIDE

Atlantide è una leggendaria isola scomparsa, menzionata per la prima volta da Platone nei dialoghi Timeo e Crizia. 
Nel racconto di Platone Atlantide era una potenza navale situata "oltre le Colonne d'Ercole", che aveva conquistato molte parti dell ‘Europa occidentale e dell'Africa, novemila anni prima il tempo di Solone (Circa 9600 a.C.). Dopo avere fallito l'invasione di Atene, Atlantide era sprofondata "in un singolo giorno e notte di disgrazia". 
Il nome dell'isola deriva da quello di Atlante, il leggendario governatore dell'Oceano Atlantico, che sarebbe stato anche, secondo Platone, il primo re dell'isola. 
Essendo una storia legata ai dialoghi di Platone, Atlantide è generalmente vista come un mito concepito dal filosofo greco per illustrare le proprie idee politiche. 
La maggior parte degli studiosi disputano su quanto e come il racconto di Platone possa essere ispirato ad eventuali tradizioni più antiche. Probabile pensare che Platone si basasse sulla memoria di eventi passati come l'eruzione vulcanica di Thera, mentre altri insistono che egli avesse tratto ispirazione da eventi contemporanei come la distruzione di Elice nel 373 a.C. o la fallita invasione ateniese della Sicilia nel 415–413 a.C. 
La possibile esistenza di un'autentica Atlantide fu molto discussa durante l'antichità classica, ma fu generalmente rigettata e occasionalmente parodiata
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Messaggio  Annali il Sab Ott 04, 2014 3:05 am

Appuntamento a Samarra 

"C'era un mercante di Baghdad che mandò il suo servo al mercato per comprare delle provviste. Dopo un po' il servo tornò indietro pallido e tremante dicendo "- Padrone, una donna mi ha urtato al mercato; quando mi sono girato ho visto che era la Morte, mi ha guardato e mi ha fatto un cenno minaccioso. Ti prego, aiutami, dammi un cavallo e fammi scappare dal mio destino, vado a Samarra e la Morte non potrà trovarmi.". Il mercante gli prestò il cavallo e il servo fuggì. Poi il Mercante andò al mercato, vide la Morte e le chiese "- Perchè hai fatto quel gesto minaccioso al mio servo?". Rispose la Morte "- Non era un cenno minaccioso, ma un gesto di sorpresa. Ero sconcertata di trovarmelo qua a Baghdad quando invece devo avere stasera un appuntamento con lui a Samarra". 
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Messaggio  Annali il Gio Set 11, 2014 3:57 pm

CAVALIERI NELLA NOTTE NERA
 
Credo che molte generazioni di bambini abbiano uditi racconti “dell’uomo nero”. E credo anche che, gli incubi notturni fossero loro assicurati!
 
Una serie di racconti sul tema dei “cavalieri neri nella notte” affonda le sue radici in un passato remoto, alle credenze attinte dal patrimonio orale dei celti – germanici, approdati poi in forma narrativa nella letteratura greca e latina. Descrivono apparizioni di un esercito di cavalieri al galoppo nella notte, vestiti di nero con le facce bianche, provenienti dall’Aldilà. Con denominazione di  “caccia infernale” ne racconta Erodoto nelle “Storie”, legando le trame a richiami di schiere di guerrieri vivi che si travestono da morti, tutti vestiti di nero con i volti imbiancati.
Un altro riferito a un esercito di morti si trova in un passo della “Germania” di Tacito nel quale racconta della tribù degli Arii descrivendone l’aspetto feroce: “ hanno scudi neri e il corpo tinto di scuro; per combattere scelgono notti tenebrose, la raccapricciante visione  di un esercito di fantasmi”.
Nell’immaginario medioevale la “caccia infernale” è spesso evocata nella letteratura e nell’arte, attribuita a funzione morale, sociale o religiosa.
A questo proposito scrive Sant’Agostino nella “Città di Dio”: “Al limite si sa che essi mostrarono di azzuffarsi fra di loro in una vasta pianura della Campania, dove tempo dopo si scontrarono gli eserciti in una infame guerra civile. Si udì, infatti, in quel luogo un grande strepito di armi e si affermò di aver visto per alcuni giorni schiere che si combattevano. Quando questa battaglia cessò, trovarono orme di cavalli e di uomini, quali potevano essere in una battaglia come quella. Se veramente le divinità si sono azzuffate, sono scusate allora anche le guerre civili degli uomini”. Agostino si riferisce a divinità pagane, demoni falsi in grado d’ingannare gli uomini facendo credere cose non vere.
L’apparizione di un esercito di defunti a cavallo, viene descritto nelle “Storie”dal cronista francese Rodolfo il Glabro, redatte intorno all’anno Mille, in quel caso testimone dell’avanzare di schiere di cavalieri  fu un prete che li vide dalla finestra di casa sua. Erano di numero infinito dirette, come andando in battaglia, verso occidente. Dopo averle a lungo osservate volle chiamare qualcuno dei suoi per mostrar loro il grande prodigio, ma non appena alzata la voce le truppe si dissolsero sparendo dalla sua vista. 
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Messaggio  Annali il Sab Ago 30, 2014 6:45 pm

Piccola storia zen: Nelle mani del destino.


Un grande guerriero giapponese alla testa di un esercito di numero molto inferiore a quello del nemico, decise di attaccarlo nonostante i suoi soldati fossero dubbiosi.
Si fermò durante la marcia davanti a un tempio scintoista e dopo aver visitato il tempio disse ai suoi uomini: “butterò una moneta e se viene testa vinceremo, se viene croce perderemo. Siamo nelle mani del destino”. Pregò in silenzio, poi gettò la moneta e venne “testa”.
I suoi soldati fiduciosi si buttarono in battaglia e vinsero senza difficoltà.
“Nessuno può cambiare il destino”, disse uno dei suoi soldati. “No, davvero” rispose il grande guerriero capo, mostrandogli una moneta con la testa su entrambe le facce.
(Il "destino" talvolta ha bisogno di una "spinta"!)
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Ultima modifica di Annali il Dom Set 28, 2014 10:16 pm, modificato 1 volta
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Messaggio  Annali il Ven Ago 22, 2014 1:49 am

RACCONTA IL POPOL VUH: LA CREAZIONE


Leggendo “Il Popol Vuh” chi  cerca riferimenti astronautici non andrà deluso: troverà la Creazione legata a ignoti colonizzatori  cosmici. Anche se la teoria della panspermia artificiale possa sembrare troppo audace perché sia accolta, non sarebbe difficile pensare che i Maya l’avessero attribuita a esploratori galattici scesi più tardi sulla Terra e considerati di origine divina.
< E crearono la Terra. “ Terra” dissero e all’istante fu creata.
All’inizio Tzakol il Creatore e Bitò il Formatore erano intenzionati a popolare il globo di animali soltanto, ma ebbero una grande delusione quando s’avvidero che quelli non sapevano parlare. “ Non sanno chiamarci per nome e questo non è bene”.
Agli animali dissero: “Vi sostituiremo perché non sapete parlare. Avrete il vostro cibo, i vostri nidi, le vostre tane. Non siete capaci di adorarci perciò creeremo altri che lo facciano. Il vostro destino sarà che la vostra carne sarà divorata. Così sia”.
Per sfuggire alla loro sorte si sforzarono di adorare i creatori ma non vi riuscirono e furono sacrificati.
Di terra e d’argilla fecero la carne degli uomini, ma s’avvidero che non era un bene. Erano troppo molli, senza movimento e senza forza. Quest’essere parlava ma non possedeva la ragione. Presto le acque lo inzupparono ed esso vi sprofondò. Allora il Creatore e il Formatore distrussero la loro opera. >
Quelle primissime creature avevano una vaga somiglianza con l’uomo, ma non erano in grado di emettere che qualche suono senza capacità di formare alcun pensiero.
< Allora gli esseri furono fatti di legno. Assomigliavano agli uomini, parlavano e popolarono la Terra. Vissero ed ebbero figli e figlie, gli esseri di legno. Però non avevano l’anima né la ragione, camminavano carponi e non rammentavano il Creatore e il Formatore.
Poiché non rammentavano il Cuore del Cielo, furono respinti.
All’inizio parlavano, ma il loro viso era immobile, le loro mani, i loro piedi erano senza forza. In loro non c’era materia, né liquida né solida, né carne né sangue.
Era solo un abbozzo, un tentativo.  Allora furono distrutte, queste figure di legno ricevettero la morte. Il Cuore del Cielo suscitò un gran diluvio, la faccia della Terra si oscurò e iniziò a scendere una pioggia nera, di giorno e di notte.>.
La bibbia Maya conserva il ricordo legato alla stirpe che precedette la nostra?
È prossimo l’avvento di una nuova razza, di quella destinata a dominare il globo. Gli dei plasmano i primi rappresentanti con mais giallo e bianco, dando origine a creature sin troppo perfette.
<Guardavano e vedevano lontano, conoscevano tutto quanto c’era nel mondo. Senza muoversi vedevano le cose nascoste, lontane, le cupole nel cielo e l’interno della terra, e lo vedevano dal luogo dove stavano. Grande era la loro saggezza, il loro occhio giungeva alle foreste, alle rocce, alle valli, ai mari, ai monti. In verità erano uomini meravigliosi.
Anche stavolta le divinità ebbero motivo di scontento e dissero: “Attutiamo un poco le loro capacità perché ciò che vediamo non è bene. Devono essere simili a noi, che li abbiamo creati, che tutto vediamo e che tutto sappiamo?”
Così parlarono e il Cuore del Cielo gettò loro un velo sugli  occhi. Ora potevano, con gli occhi annebbiati, vedere soltanto quel che era vicino, la loro saggezza, le loro conoscenze furono distrutte.
Ecco come furono creati e formati i nostri antenati. Dal Cuore del Cielo, dal cuore della Terra.>
 
Che cosa condusse alla nascita di questi superuomini e ai successive limiti stabiliti che dovettero subire?  Fu forse dovuto alla discesa dallo spazio di aliene creature? E non potrebbero gli ultrasensi essere stati i frutti di conquiste scientifiche andate poi perdute?

Fantasticando sulla narrazione  del Popol Vuh, sulla creazione e conseguente limitazione di beni preziosi dei nostri progenitori, mi ritiro in religioso silenzio!

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