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Sala di lettura...

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Re: Sala di lettura...

Messaggio  spitfire il Sab Ott 07, 2017 11:15 am

Buongiorno, care/i.
Da un paio di giorni mi ronzia questa canzone nella testa... su versi di un grande poeta nostrano.. di cui felicemente ho trovato anche la traduzione:





È arrivato l’autunno, copri il mio cuore con qualcosa,
con l’ombra di un albero o meglio con la tua ombra.

Talvolta, ho paura che non ti vedrò più,
che mi cresceranno delle ali taglienti fino alle nuvole,
che ti nasconderai in un occhio estraneo,
ed esso si chiuderà come una foglia di assenzio.

E allora mi avvicino alle pietre e taccio,
prendo le parole e le annego nel mare.
Fischio alla luna e la faccio sorgere e la trasformo
in un grande amore.



Nichita Stănescu
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spitfire

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Re: Sala di lettura...

Messaggio  spitfire il Ven Ott 06, 2017 7:36 am

controvento ha scritto:"Ci sono le Donne. 
E poi ci sono le Donne Donne. 
E quelle non devi provare a capirle, sarebbe una battaglia persa in partenza.
 Le devi prendere e basta. Devi prenderle e baciarle, e non dare loro il tempo di pensare.
 Devi spazzare via, con un abbraccio che toglie il fiato, quelle paure che ti sapranno confidare una volta sola, una soltanto, a bassa, bassissima voce. 
Perché si vergognano delle proprie debolezze e, dopo avertele raccontate, si tormenteranno - in un'agonia lenta e silenziosa - al pensiero che, scoprendo il fianco, e mostrandosi umane e fragili e bisognose per un piccolo fottutissimo attimo, vedranno le tue spalle voltarsi ed tuoi passi allontanarsi. 
Perciò prendile e amale. Amale vestite, che a spogliarsi son brave tutte.
 Amale indifese e senza trucco, perché non sai quanto gli occhi di una donna possano trovare scudo dietro un velo di mascara.
 Amale addormentate, un po' ammaccate quando il sonno le stropiccia.
 Amale sapendo che non ne hanno bisogno: sanno bastare a sé stesse. 
Ma, appunto per questo, sapranno amare te come nessuna prima di loro."


Parole scritte da Antonia Storace, napoletana. 
Attribuite molto spesso ed erroneamente ad Alda Merini.
Ciao, Controvento...
Non conoscevo Antonia Storace ma leggendola ora ... metterei i suoi scritti come una "Bibbia" ad ogni persona che apre gli occhi a questo mondo... 


Grazie, ... un abbraccio... 

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Re: Sala di lettura...

Messaggio  controvento il Gio Ott 05, 2017 12:38 pm

"Ci sono le Donne. 
E poi ci sono le Donne Donne. 
E quelle non devi provare a capirle, sarebbe una battaglia persa in partenza.
 Le devi prendere e basta. Devi prenderle e baciarle, e non dare loro il tempo di pensare.
 Devi spazzare via, con un abbraccio che toglie il fiato, quelle paure che ti sapranno confidare una volta sola, una soltanto, a bassa, bassissima voce. 
Perché si vergognano delle proprie debolezze e, dopo avertele raccontate, si tormenteranno - in un'agonia lenta e silenziosa - al pensiero che, scoprendo il fianco, e mostrandosi umane e fragili e bisognose per un piccolo fottutissimo attimo, vedranno le tue spalle voltarsi ed tuoi passi allontanarsi. 
Perciò prendile e amale. Amale vestite, che a spogliarsi son brave tutte.
 Amale indifese e senza trucco, perché non sai quanto gli occhi di una donna possano trovare scudo dietro un velo di mascara.
 Amale addormentate, un po' ammaccate quando il sonno le stropiccia.
 Amale sapendo che non ne hanno bisogno: sanno bastare a sé stesse. 
Ma, appunto per questo, sapranno amare te come nessuna prima di loro."


Parole scritte da Antonia Storace, napoletana. 
Attribuite molto spesso ed erroneamente ad Alda Merini.
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controvento

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Re: Sala di lettura...

Messaggio  spitfire il Mer Ott 04, 2017 10:04 am

Sarà stato domani o l’altro ieri: mi sono sentito vecchissimo.
Stavo seduto su di una sedia impagliata, vicino alla finestra,
stava con me la desolazione della stanza vuota con nessuno.
Non parlavo da secoli. Ed erano cresciute erbe selvagge
intorno alla mia voce, oltre la finestra.
La barba aveva messo radici al suolo, il viso era il suo frutto vizzo
e la luce faticava a spartirsi fra le erbe,
toccava le mie ciglia come l’ultimo respiro di Dio.
Quel giorno mi sono sentito talmente vecchio
da dubitare che un insignificante capriccio dell’aria
facesse delle mie dita gessose una polvere soffiata,
i resti di un’antica pergamena imperiale.
Voi, che avete camminato con me, né i vostri passi
né le vostre voci lasciano piú impronte, se non nella forma
di un vasto, risonante silenzio, nel ricordare. Allora
se c’è un tempo, questo è il tempo di raggiungervi, ho pensato,
mentre un ragno cuciva un nido nel mio orecchio.
Avevo smesso di desiderare
da prima che mi accorgessi che ogni desiderio si era spento
e c’era tanto spazio dentro di me, cosí mi sono lasciato cadere
e la fiducia mi è venuta dietro.
Ritrovarsi con il proprio corpo giovane, è cosí che mi è successo
mi sono guardato il petto ed era un petto glabro
mi sono guardato le mani e le dita non erano piú
deviate dagli anni, tormentate come rami incendiati,
ma schiette e dritte, fresche come un torrente montano.
Mi sono guardato i piedi e posavano, forti, su una pietraia.
È a quel punto che mi è parso di essere
nella metà iniziale di una galleria,
la galleria era breve, di là si scorgeva una scarpata
inondata di luce e un verdeggiare in movimento
cosí intenso, nella luce, che le foglie sembravano separarsi
l’una dall’altra, esplodere sinfoniche, lo stormo e il volo.
Da lí, da quel tremare, alte su di me, sono venute a fermare i miei passi
due figure. La prima figura era mio padre
cosí come lo ricordavo, un uomo di mezza età
raccolto, gli zigomi alti, la bocca larga
pronta alla vita, il collo di un cavallo da tiro.
Era lui ma non era lui mentre mi stava davanti
teneva negli occhi una luce senza passione, una forza
trattenuta, la fibra di un arco pronta a scattare
da prima della storia, quando si uccideva con le proprie mani
per un pascolo, una capra, un albero di ulivo.
La seconda figura era quella di un serpente
e mi investí di calore la luce che lo precedeva
e mi sentivo nudo e consegnato in quel precedere che illumina
dalle caviglie al sesso dal sesso al petto dal petto alla radice di me
spogliato anche della mia nudità. Quando mio padre
cominciò a parlare, l’aria sembrò chiamarsi alle sue labbra:
“Il tuo morire non si è ancora compiuto, morirai qui, adesso,
una seconda volta, e tanto ti sarà dato quanto tu hai inflitto in vita.
Ora scegli, me o il serpente?”.
La sua voce si depose intorno a me. Scelsi il serpente,
e la luce che mi aveva investito prese la sua forma,
il dolore fu staccarsi dal dolore.
Eccovi, ecco il fiorire, la memoria si schiuse ai loro volti
come un uovo, i miei occhi si aprirono in tenerezza mentre
li mettevo a fuoco, Bortolo si fece avanti per primo,
aveva la grazia del vento fra i salici, la prontezza
del ragazzo infallibile con la fionda che era stato,
poi vidi mio padre dodicenne, sorridente allungava il polso
per mostrarmi l’orologio nuovo, suo padre era poco dietro di lui,
compiaciuto, alto come una fortezza, i baffi alla umbertina,
le spalle larghe come le strade d’America e poi c’era Giordano,
il misuratore, l’uomo dal quale ti saresti aspettato
disegni sulla sabbia tracciati con una verga sottile di frassino,
Roberto stava piú lontano, si teneva vicino a Gina, la mansueta,
la dissipata, con l’incertezza della lepre, lo splendore degli occhi di Alda
profetici e ciechi. La voce acuta di Rino, lo stalliere,
mi colpí in faccia come una manciata di chiodi, Cesare
mi abbracciò con quelle sue braccia solide, da muratore
e le mani dalle dita spesse, abrasive, la scena chiusa negli occhi
dell’avvocato dal profilo di falco, dai gesti ineffabili
parenti delle nuvole, e a poco a poco, quando ognuno si fu
avvicinato – chi per toccarmi, chi per stringermi, chi semplicemente
per mettere il suo sguardo nel mio e allargare un cerchio di silenzio –
la mia sorpresa si sciolse in calma e la calma in abbandono
e tutti erano in una sola felicità nel vedermi, felicemente vuoti.
“Non so se volevi venire ma io ti ho portato dentro un ricordo”
mi disse Lia, con il candore dei suoi cinque anni.
Le sue parole non si erano spente quando sparí, come sparisce
la luce del lampo, e con lei scomparvero tutti, nessun volto
rimase a guardarmi e come quando la forza dell’acqua rifluisce
lasciandosi dietro soltanto detriti e spezzoni, a me venne lasciata
una solitudine nuda come un sasso, che mi riempiva gli occhi.
Concentrai la mia desolazione nel primo urlo,
dopo che mi ero lasciato cadere sulle ginocchia, il secondo urlo
tagliò l’aria con la forza del ferro che apre una pancia,
poi urlai finché potei, e ogni volta l’eco che tornava a me
misurava l’intensità della mia separazione, urlai finché
l’eco non tornò piú e l’urlo non fu altro che un soffio, il gorgogliare
di un animale colpito, la gola attraversata da un pasto di lame.
Quando puntai sulle palme per alzarmi, il costato
scricchiolò come un canestro e l’impassibilità sovrana
di chi non ha piú niente dietro di sé scese su di me:
con meditata lentezza, mi guardai attorno, per capire
dove mi trovavo. Una profonda bassura, circolare,
chiusa ai margini da una scarpata di massi e pietrisco rossastri
era il luogo che aveva trattenuto le mie urla, un posto che sembrava
bruciato dall’interno dove pietre, polvere, colore
erano una cosa sola con il caldo che mi premeva le tempie,
che riempiva i polmoni, che faceva di me un organismo
indifferente, obbediente al suo funzionamento primordiale: sangue,
circolazione, respiro. Presi una direzione qualsiasi, deciso
a salire un punto qualsiasi della scarpata, lo feci conquistandone
le asperità metro per metro, sdrucciolando, sbucciandomi le ginocchia,
ricadendo e risalendo, con l’ostinazione di un insetto dentro un bicchiere
e quando superai l’orlo, mi apparve la vastità di un deserto,
raccolto nel suo silenzio; il suolo era di un giallo quasi bianco,
salino, segnato da una ragnatela di crepe che accompagnavano
il mio sguardo verso l’orizzonte: era come se lembo dopo lembo
si fosse lacerato da sé, per fare posto all’acqua che non c’era.
Il riverbero del sole allo zenit era accecante, bruciava le congiuntive.
Strinsi le palpebre per vedere meglio dove il cielo si separava dalla terra
ma la linea d’orizzonte era piú intuita che reale, piú un passaggio
lento, sfumato dal quasi bianco del suolo al bianco del cielo,
opaco per il calore. Ecco che cos’è essenziale, una linea
che non c’è ma c’è, di una semplicità che non ammette errori
il segno sul quale piegarsi per decifrare. L’enorme libertà
delle direzioni fece muovere i miei passi, m’inoltrai nella sete
con lo sguardo basso, un piede dopo l’altro, e mentre camminavo
commisuravo la mia biologia alla durezza del luogo.
Camminai e camminai, qualche volta mi fermavo
per scrutare il cielo, ma il sole era inchiodato al suo zenit,
ebbi l’impressione di camminare per sempre, per sempre
misurandomi, fermandomi, scrutando, finché, le fauci
in fiamme, gli occhi bruciati, i gesti sempre piú slegati
l’uno dall’altro, la mia volontà perse la presa e caddi
e lasciai che il calore del suolo mi scottasse
il petto e la guancia, sentii il sudore raccogliere la polvere.
A faccia in giú, gli occhi chiusi, premetti i polpastrelli al suolo
e il suolo non era piú polvere e calore ma qualcosa di solido e fresco
e quella freschezza passò per la guancia e il petto
si versò tutta nel mio corpo, allora aprii gli occhi, sollevai la testa,
piano, come l’erba dopo che è stata calpestata, mi accorsi di giacere
su di un lastricato: a due passi, ancora fuori fuoco, c’era l’ombra
di una pergola e, piú in là, una fontana; mi trascinai verso l’ombra
sotto il pergolato, mi voltai e mi abbandonai a quel benessere
come quando ci si lascia galleggiare, sostenuti dalla confidenza
dell’acqua. Non so quanto rimasi lí, nell’abbandono. Rialzarmi
fu qualcosa di liquido, armonico, andai verso la fontana e bevvi
o mi parve di bere, il grigio delle pietre e il verde intenso della pergola
passarono per la mia pelle, chinai la testa sotto la fontana
come per un battesimo, l’acqua si infilò nel nero dei capelli
ne sentii le dita fresche passare fra le scapole, correre il mio corpo
riempire il campo arso che ero stato. Come se io fossi
un’infanzia: lei mi apparve cosí, e sembrava lí, da sempre.
Con la presa che hanno in noi i nostri gesti piú consueti
impossibili da descrivere e da separare da noi stessi.
Posso dire dei suoi capelli, che avevano la consistenza della luce
e sottili e lunghi erano un corpo solo con l’aria o della linea
delle braccia che le accompagnava i fianchi con la dolcezza
di un soffio su uno specchio d’acqua, o del turchese
innaturale dello sguardo, un turchese che soltanto i bambini
possono immaginare uguale, se non hanno mai visto il mare;
ma la sorpresa che mi schiuse alla commozione come un frutto
quando mi accorsi della sua ombra, è difficile da dire:
era una sorpresa che non era una sorpresa, era l’evidenza
delle cose ovvie quando all’improvviso si aprono
e ti aggrediscono e afferrano il tuo sguardo, lo riportano
alla prima nudità. “Hai un’ombra, il tuo corpo sembra avere peso,
sei viva in questa terra di morti, da dove vieni e chi ti ha portata
qui?”, le domandai, arreso. E, alla domanda, l’indulgenza
e la compassione segnarono il suo volto di un sorriso che mi avvolse.
“Vengo da una distanza che non puoi commensurare.
L’esponente si accartoccerebbe sotto il peso del numero
espresso e poiché la tua mente è piccola e la distanza è grande
non pensarla mai, dovresti farti cosí vasto da scomparire
se la pensassi”. Il cielo era sotto di noi quando me lo disse.
“Egli si sentí svanire”.

Pierluigi Cappello
da “Mandate a dire all’imperatore”, Crocetti Editore, 2010



saluti cari e buon giornata!
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Re: Sala di lettura...

Messaggio  spitfire il Mar Ott 03, 2017 11:18 pm

una nuova pagina! brava, Annalisa,
grazie, ragazze, e complimenti!

Controvento... sai che non avevo mai letto cio' che hai postato tu... nonostante Eva mi pare di conoscerla...
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Il Diario di Eva

Messaggio  controvento il Mar Ott 03, 2017 10:14 pm

Ho ri-letto un piccolo, delizioso racconto di Mark Twain: "Il Diario di Eva"

Si tratta del diario dei primi giorni di vita, dopo la creazione, della prima donna. Eva, appunto.

Quella di Mark Twain, che la racconta con sottile e sofisticata ironia, è una Eva curiosa, ciarliera, ingenua, sia pure con la consapevolezza di essere qualcosa di Unico. Lei si definisce Esperimento. Scopre il Mondo attorno a se, incarna la Conoscenza: da il nome alle cose, agli animali, ai fenomeni atmosferici e...incontra il primo Uomo… un essere molto diverso da lei, che la incuriosisce e l’attrae, anch’esso inizialmente visto come Esperimento.

Ieri pomeriggio, da lontano, ho seguito l'altro Esperimento, volevo capire a che cosa potesse servire. Ma non ci sono riuscita. Credo sia un uomo. Non ne avevo mai visto uno, ma quell'essere gli assomigliava. Verso di lui mi rendo conto di provare una curiosità più forte di quella che provo nei confronti di qualsiasi altro rettile. Ammesso che sia un rettile e io credo lo sia; infatti ha capelli arruffati e occhi azzurri e sembra un rettile. Non ha fianchi; ha una forma affusolata come quella di una carota; quando sta in piedi si allarga come un argano, per questo penso sia un rettile, anche se è possibile sia una questione di struttura.”

Osservando l’Uomo, ne scopre la Diversità, se ne stupisce

E' ancora lì. Si direbbe che stia riposando.... A me dà l'impressione di essere una creatura alla quale, più che qualsiasi altra attività, interessa il riposo. Dovessi riposare così a lungo, io mi stancherei moltissimo. Solo a starmene seduta a guardare un albero, mi stanco. Non riesco a capire a che cosa possa servire, quell'essere; non una volta che sia riuscita a vederlo fare qualcosa, una cosa qualsiasi. “

ed è attraverso la sofferenza che scopre l’Amore, ma sperimenta anche le incomprensioni che dividono il mondo maschile da quello femminile

Stamattina gli ho detto come mi chiamo, speravo che gli interessasse. Ma non gliene è importato nulla. Strano. Se mi dicesse il suo nome, a me importerebbe. Credo risuonerebbe al mio orecchio più dolce di qualsiasi altro suono. Parla pochissimo. Forse perché non è intelligente e gli dispiace e cerca di nasconderlo. E' un gran peccato che faccia così perché che cosa è mai l'intelligenza? E' nel cuore che si raccolgono i valori. Come vorrei fargli capire che un cuore sensibile e generoso conta molto, molto di più, e senza quel cuore l'intelletto è ben misera cosa”

“...gli sono stata lontana di proposito perché speravo che così si sentisse solo e venisse da me. Inutilmente.
mi sono data alla pazza gioia tra i fìori, quelle creature stupende che rubano al cielo il sorriso di Dio e lo conservano dentro di sé. Li ho raccolti e ne ho intrecciato ghirlande con le quali ho rivestito il mio corpo mentre consumavo il pranzo - mele naturalmente; poi mi sono seduta nell'ombra ad aspettarlo piena di desiderio. Ma non è venuto. Ma ha poca importanza. Non sarebbe successo assolutamente niente, perché i fiori non lo interessano. Li chiama robaccia, non li distingue l'uno dall'altro e pensa che sia segno di superiorità pensarla come la pensa lui. Non lo interesso io, non lo interessano i fiori, non lo interessa il cielo ornato di stelle la sera - ma esiste qualcosa che lo interessi oltre ai tuguri che si costruisce per rintanarvisi dentro così da proteggersi dalla buona pioggia che cade pulita; all'infuori dei meloni su cui picchia per vedere se sono maturi; all'infuori dell'uva che controlla grappolo per grappolo; all'infuori della frutta da albero che lui palpeggia per vedere come vanno i suoi possedimenti? “

e Adamo, che in un piccolo contrappunto della narrazione, di lei dice:

Tutto la incuriosisce, la infiamma, Eva è fuoco vivo; per lei il mondo è un oggetto affascinante, pieno di meraviglie, misteri, gioie, quando trova un fiore che non ha mai visto, il piacere che prova la lascia senza parole, sente il bisogno di coccolarlo, di accarezzarlo, di annusarlo, di parlargli e di ricoprirlo di nomi affettuosi. Va pazza per i colori: le rocce marroni, la sabbia gialla, le rive muschiose grigie, le foglie verdi, il cielo azzurro; il color perla dell'alba, le ombre viola sulle montagne, le isole d'oro al tramonto che galleggiano su mari cremisi, la pallida luna che veleggia tra brandelli di nuvole, i gioielli stellati che brillano nelle vastità dello spazio - niente di tutto questo, per quanto mi riesce di capire, possiede un pur minimo valore pratico, ma poiché è colorato e ha un aspetto maestoso, questo le basta e lei ci perde il bene dell'intelletto.

e ancora:

Se esiste una cosa, sulla faccia della terra, per la quale lei non nutra interesse, sono le cose che piacciono a me. Ci sono animali ai quali io personalmente mi sento indifferente, ma ai quali non è indifferente lei. Non è in grado di fare discriminazioni, le piacciono tutti, pensa che siano dei tesori, uno per uno, ogni nuovo arrivato è il benvenuto; chiunque, per la prima volta faccia la sua comparsa tra di noi è il benvenuto”

la parola torna ad Eva che, dopo e nonostante la Caduta, dice:

Se ci ripenso, il Paradiso Terrestre mi sembra un sogno. Era bello, più che bello, era un incanto; e ora l'ho perso, e non lo rivedrò più. Ho perso il Paradiso Terrestre, ma ho trovato LUI e ne sono felice. Mi ama con tutte le sue forze; io lo amo con tutta l'intensità della mia natura appassionata, e questa, credo, è una caratteristica della mia giovane età e del mio sesso. Se mi domando perché lo amo, scopro di non saperlo e non mi importa un gran che; per questo credo che il mio genere di amore non sia il prodotto di ragionamenti e statistiche, come l'amore che uno prova per i rettili e gli animali. Penso che sia proprio così”

Le parole finali, che non svelerò perché spero, con questi brevi spezzoni, di avervi incuriositi alla lettura, sono di Adamo e danno il senso all’intero racconto.
Un testo che viene spesso rappresentato in teatro come monologo. Naturalmente al femminile.
Io l’ho visto, anni fa, interpretato dalla bravissima Lucia Poli.

Adoro l’ironia sottile e l’apparente candore di questa narrazione, molto piu’ profonda di quanto ad una prima e superficiale lettura possa apparire. Per questo, periodicamente la rinnovo e ogni volta vi scopro nuove e diverse interpretazioni.

Buona lettura anche a voi


Mark Twain è lo pseudonimo dello scrittore statunitense Samuel Langhorne Clemens - n. il 30.11.1835 e m. il 21.04.1910 -

Il Diario di Eva è reperibile come e-book, scaricabile gratuitamente al link che posterò non appena trascorsi i sette canonici giorni
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Messaggio  Annali il Mar Ott 03, 2017 7:18 pm

Per non smettere mai di leggere... perché la vita di un libro non finisce con l'ultima pagina...



La storia di un uomo che inventava le vite degli altri...


Jakop è un ex ricercatore dell'università di Oslo, studioso di linguistica. Ora in pensione,vive solo, ma solo non si sente mai perché ha un hobby che gli riempie le giornate e la vita, e non solo a lui.
Infatti, il suo bizzarro hobby lo porta a partecipare ai funerali di persone sconosciute, mischiarsi tra parenti e conoscenti, fingendosi amico del defunto, inventando aneddoti e ricordi di vicende mai vissute.
Sono storie, le sue, capaci di commuovere, racconti edificanti e divertenti che divengono subito parte delle memorie di amici e parenti, che trovano nelle sue parole motivo di conforto  e consolazione.  
E Jakop, che delle parole e dell'infinita arte del racconto ne conosce bene il potere, è consapevole che quando si sa raccontare gli amici non mancheranno mai. 

Ho letto di questo autore, Jostein Gaarder, (Premio Bancarella 1995) anche "La ragazza delle arance" che ha venduto oltre 200.000 copie.
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