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Medioevo e Astronomia

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Un'isola per Tycho Brahe...

Messaggio  Annali il Dom Dic 17, 2017 9:00 pm

Ven, oggi non più sotto la corona danese, ma svedese, è la famosa isola dell’astronomo del seicento, Tycho Brahe, dove in passato furono installati gli strumenti astronomici più all’avanguardia della loro epoca e furono condotte osservazioni fondamentali per la storia.
La fama acquisita da Brahe in campo astronomico interessò tanto il re di Danimarca, Ferdinando II, da invitare lo studioso a tenere un corso d’astronomia all’Università di Copenaghen assegnandogli una rendita annuale e un’intera isola lunga circa 5 chilometri, chiamata Hven, dove fu eretto il famoso castello-osservatorio di Uraniborg, cioè la Città d’Urania e l’osservatorio Stjarneborg che significa“Città delle stelle”.
Brahe fu il primo astronomo europeo a effettuare osservazioni regolari e a lungo termine di stelle fisse e pianeti tramite sestanti, quadranti, sfere armillari e strumenti da lui stesso ideati e perfezionati. Il  telescopio non era stato ancora inventato ma sulla base delle sue osservazioni Tycho redasse un catalogo di oltre 1.000 stelle fisse con una precisione inimmaginabile per l’epoca, osservazioni che consideravano anche l’effetto della rifrazione atmosferica. Recentemente ricercatori britannici hanno confrontato le mappe stellari di Brahe con quelle attuali, scoprendo che i calcoli erano persino più precisi di quanto non si credesse.
Il castello non esiste più, perché quando Tycho non fu più sostenuto dal nuovo sovrano e fu costretto a lasciare l’isola gli abitanti del luogo usarono le pietre e i mattoni del castello per lo loro costruzioni.
Nel 2005 fra quanto sopravvissuto dell’Osservatorio è stato creato un museo sotto il livello stradale, esattamente dove era collocata parte della strumentazione più all’avanguardia dell’epoca.
 Nella mappa dell’isola, in quest’unico spazio, si ripercorre la storia scientifica dell’astronomo, ma anche degli studi che compì sull’alchimia ed esoterismo.
  
  Uraniborg
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Medioevo e Astronomia

Messaggio  Annali il Ven Ago 29, 2014 1:31 am

Anche l’astronomia alla pari di tutte le scienze subì, nel Medioevo una lunga stasi. Il sistema tolemaico con la sua grande visione unitaria di un mondo perfetto si adattava benissimo all’universo cristiano descritto dalle sacre scritture.
L’arcivescovo di Milano, Ambrogio, sconsigliava lo studio dell’astronomia, una scienza che considerava inutile alla pratica della fede. Le argomentazioni scientifiche si scontravano con la pratica della conoscenza di Dio.
Comunque non mancarono durante quel lungo periodo, studi astronomici interessanti, infatti, gli ingressi di molte chiese furono orientati verso il punto cardinale est, dove sorgono il Sole, la Luna e tutti gli altri astri.
Non mancarono neppure identificazioni astronomiche religiose particolari: Venere, la stella del mattino, fu identificata con la Madonna che sedeva sulla falce lunare.
Gli arabi, che in seguito alla loro espansione di conquista erano entrati in contatto con la cultura occidentale, se ne appropriarono e la rielaborarono.
Non avere appreso quelle conoscenze all’interno di un quadro culturale complessivo, diede loro una certa libertà di rielaborazione, con un ulteriore spinta venuta dalla religione islamica. Gli studi scientifici ebbero un ruolo di molto importante e tra questi l’astronomia, la regina di tutte le scienze.
Fu grazie agli studiosi arabi che si cimentarono nello studio dell’astronomia di avere salvato e tramandato, la più grande opera dell’antichità: l’Almagesto di Tolomeo, titolo dato nella traduzione araba all’originale “Megale Syntaxis".
Anche nella Vecchia Europa, mentre nel mondo mediorientale erano costruiti osservatori, e si prevedevano le eclissi e si eseguivano misurazioni riguardanti le occultazioni, qualcosa cominciava a muoversi.
Il re di Castiglia Alfonso X, detto il saggio, nel XIII secolo affidò l’incarico a un gruppo di astronomi arabi ed ebrei, di elaborare le Tavole Alfonsine, un grande trattato di astronomia.
Erano basate sull’universo tolemaico ma contenevano tutti i dati ricavati dalle osservazioni degli arabi.
Frattanto, Tommaso d’Aquino apriva un nuovo spiraglio per gli studiosi, affermando, nel suo commento all’opera di Aristotele, che la rivelazione divina era la più alta fonte di conoscenza, ma, nello stesso tempo dichiarando che nulla si poteva opporre alla ragione che intendesse raggiungere la verità.
La storia dell’astronomia con l’opera di Niccolò Copernico ebbe un successivo impulso. Dall’opera emergono sette postulati che, in seguito sviluppati nel “De revolutionibus coelestium” cambieranno la storia dell’astronomia: tutti i corpi celesti non si spostano attorno a un unico centro; la Terra non è al centro dell’universo, ma solo a quello dell’orbita lunare;  Il Sole è al centro del sistema planetario e quindi dell’universo;  paragonata a quelle delle stelle fisse la distanza fra Terra e Sole è trascurabile: la rotazione diurna del cielo è dovuta al moto della Terra intorno al proprio asse;  la rivoluzione annuale apparente del Sole è dovuta al fatto che la Terra, come gli altri pianeti, ruota intorno a Sole, un moto che è la causa delle stazioni e regressioni del moto dei pianeti.
Il punto focale emerso dalla ricerca di Copernico fu che tutti i corpi celesti hanno forma sferica, che la Terra orbita intorno al Sole e non viceversa, credenza affermata e consolidata da secoli. Era nata la teoria eliocentrica, naturalmente quanto mai rivoluzionaria.
La fama di Copernico si consolidò solo dopo la sua morte ma grazie alla sua opera la struttura dell’universo fu più facile da spiegare.  
Grande copernicano convinto fu Galileo Galilei.   Le sue prime osservazioni furono riportate nel “Sidereo nuncius”, pubblicato nel 1610, dove in ventiquattro pagine descrive con dovizia di particolari quelle da lui effettuate, che rivoluzioneranno l’astronomia.
Con il suo telescopio, riuscì a scorgere nelle Pleiadi, trentasei stelle oltre a quelle visibili a occhio nudo; le miriadi di stelline nella Via Lattea e 4 satelliti che ruotavano intorno a Giove.
Quest’ultima affermazione minava alla base le tesi cosmologiche aristoteliche, fondate sul mondo immutabile delle sfere. Fu invitato a non sostenere le tesi copernicane, mentre il libro di Copernico fu messo all’indice in attesa di accertamenti.
Secondo la chiesa le teorie di Copernico si sarebbero potute utilizzare per meglio spiegare alcuni aspetti dell’astronomia, ma non avrebbero potuto essere difese e considerate vere.
Fu dopo la pubblicazione del “ Dialogo sopra i massimi sistemi” nel 1630 che entrò seriamente in conflitto con la chiesa, nonostante avesse protezione del papa Urbano VIII. Subì la confisca del libro e dovette presentarsi davanti all’Inquisizione.
L’accusa fu di aver sostenuto, insegnato e difeso la teoria di Copernico.
Galileo, settantenne, stanco, debilitato, provò paura e abiurò. Fu condannato a rimanere in prigione per tutto il tempo che sarebbe piaciuto al Sant’uffizio, mentre fu proibita la stampa e la diffusione del Dialogo.
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