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Da mio diario di eternauta

Messaggio  Annali il Sab Nov 14, 2015 1:01 am

Dentro il sistema di Arret...


E ora, a un tratto che succede? Avverto qualcosa di strano senza capire cosa sia, ma dura poco il mio disorientamento. Un bizzarro oggetto volante sta calando poco distante e come una calamita ci risucchia al suo interno. Il tempo di riavermi dallo stupore e mi trovo seduta, ma che dico seduta? incollata al sedile anatomico, stretta da robuste cinghia attorno alla vita.
Uno strappo improvviso e la cintura schizza via. Forse siamo fermi, o non ci siamo mai mossi. Ormai nulla più mi stupisce, ma non posso che partecipare agli eventi, qualunque siano, belli o brutti… no, che dico, piano con i brutti! D’ora in poi metto le carte in tavola, con chi comanda qui, perché è giocoforza che qualcuno ci sia a comandare.
L’amico Banderas, cavallerescamente mi porge la mano per aiutarmi a scendere dall’oggetto (è tanto strano che non saprei come altro chiamarlo), e io, mica la rifiuto. Sono all’aperto, per modo di dire, perché ci troviamo in luogo  chiuso da pareti di lastre d’acciaio, gremito di strani esseri muniti dicorazze lucenti. Ohibò, vedi un po’…saranno i famosi Robonaut?
Mi alliscio il giubbetto, raddrizzo il cappellino, e seguo, lasciate alle spalle ogni perplessità, il mio accompagnatore che s’avvia agli ascensori disposti  lungo la parete. Non c’è pulsantiera, ma solo  touch screen, sensibili al tatto. Infatti, proprio così, il Banderas preme il pollice sul cerchio rosso e la cabina appare.
Mentre l’ascensore sale, (o scende?) mi prendo la libertà di studiare attentamente la mia guida, l’apparente Banderas. Chissà non riesca a carpire l’effettiva essenza di chi si nasconde dietro la sembianza del mio attore preferito. Ormai penso, anzi ne sono certa, che qui nessuno appaia ai miei occhi in vero reale aspetto. Infatti, come potrei riconoscere, in un recesso sperduto nello spazio chi so benissimo si trovi sul pianeta Terra in questo preciso istante? Ed io, sono veramente qui o sono dentro una bolla destinata a scomparire nel nulla? La bolla, sia ben chiaro, non io, che, pizzicotto dopo pizzicotto, continuo ad accertami della mia consistenza. Lo garantiscono i segni bluastri lasciati sulla pelle.
Faccio appello al potere che in fondo, so, di possedere, la capacità di analizzare, seppur non propriamente con elevato ascendente, la mente del tipo che, enigmatico quanto mai, non mi leva gli occhi di dosso, con una punta di fastidio da parte mia.
La diluita simpatia con cui ora lo osservo sgombra ogni illusoria apparenza della vera sembianza di chi mi sta di fronte. Per alcuni, brevi attimi, vedo l’immagine dell’uomo sdoppiarsi davanti ai miei occhi. Un’immagine rapida ma sconcertante.
Sono giunta a un punto assai critico, ma continuo a tenere gli occhi fermi e decisi dentro i suoi. Non posso assolutamente fargli capire d’aver colto la sua vera natura.
Ora men che mai, dovrò lasciarmi sopraffare dagli eventi.             
Mi calo nella parte di attrice consumata  pur senza adeguata regia e senza cambiare un tocco nell’espressione, anzi con un pizzico di civetteria lo gratifico d’uno smagliante sorriso.
Lui ricambia, anche se più contenuto, ma intanto è occasione d’arrischiare qualche domanda. Tanto per iniziare gli chiedo che cosa fossero gli strani aggeggi muniti dicorazze lucenti notati poco prima.
“Quelli? Esemplari di nanotecnologia, prototipi ancora in via di miglioramenti”.
“Nanotecnologia? Sulla Terra se ne parla da qualche anno, ma non riscuote molta simpatia. Si profila la pretesa di avvicendarla all’uomo in svariate attività”.
“Avvicendarla all’uomo?” Ride, di una risata che mi provoca un brivido di sconcerto.  
“ Qui si fa di meglio: la nanotecnologia sostituirà l’uomo”. Molto orgoglio  da parte sua per l’attestazione, ma funesto sbigottimento da parte mia.
“In che senso?” chiedo guardinga, in agitazione.
“Siamo arrivati” taglia corto “ tra poco avrai le risposte che cerchi”.
Arrivati dove, mi domando. Fuori dall’ascensore un lungo corridoio si profila dinanzi a me.
Sorpassiamo una fila di porte, contrassegnate di sigle e numeri che mi sforzo di trattenere nella memoria. Chissà mai tornassero utili.
Entriamo in un’ampia anticamera, dove una tipa in camice blu, dietro il bancone sembrava giusto in attesa di noi. La osservo apertamente e lei sostiene il mio sguardo. Ci studiamo a vicenda, una curiosità tutta femminile.
“Ah! Benvenuto Maggiore Ykothujì! E Benvenuta anche a lei, Miss Annali” Miss Annali?” Oè! Le voci corrono fin qui!
Chissà da dove hanno appreso il mio nome. Ma sì, tutto sommato la mia astronave non passa certo inosservata al suo passaggio in rotte celesti, e io… nemmeno, mi sa!
“Appoggi la mano destra sullo scanner, prego” mi fa “ ci vorrà solo un attimo per completare le formalità”.
La mano sullo scanner? Indugio incerta. Ma sì certo, capisco, mi si registra in qualità di ospite: impronte digitali. Per l’accesso alle strutture a soggetti abilitati. Tipo gli ascensori, e non solo, immagino.  Ecco come tutto funziona qui. Lo scanner s’illumina e trasmette silenzioso alla periferica, dove lei controlla i dati.  La curiosità di conoscere quanto di me vien registrato,  è tanta. Che mai ne verrà fuori attraverso i terminali? Non si connetteranno alla banca dati terrestre, suppongo. O sì?
Allungo la mano verso uno dei depliant sparsi sul banco e con mossa volutamente maldestra, ne faccio cadere buona parte. Lei si china a raccoglierli esponendo in questo modo la visuale del pannello dove nell’alternarsi di righe, scorrono le informazioni che mi riguardano.
Incredibile pensare arrivino dalla Terra. Mi osservo il palmo della mano: un libro aperto?   
Lo stato dall’erta cresce in modo esponenziale. Dire addio alla Terra mia?

 
 

 


Ultima modifica di Annali il Sab Gen 07, 2017 11:45 pm, modificato 1 volta
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Dal mio diario di eternauta

Messaggio  Annali il Sab Nov 07, 2015 11:25 pm

Arrivo su Arret (III parte)
Dunque, il volo sin qui era stato studiato da quando mi sono trovata a navigare senza una precisa meta? Qualcuno concepisce lo spazio come un sistema statico? 
Forse sono entrata in un giunto, una specie di “camma spaziale” dalla quale entrare e poi uscirne. Ma questo sistema si chiamerebbe deportazione di terrestri… 
Eh no, non scherziamo! Vediamo se la facciona sullo schermo sa pure cogitare oltre fare boccacce e urlacci incomprensibili! 
Wow! Ora addirittura è comparso in sala plancia? Ma come, da dove se il portello è chiuso? 
Che devo fare ora? 
Il tipo ha lo sguardo vivo intelligente e vedi un po’, pure belloccio è! Mi ricorda tanto un attore famoso…. Eh sì, assomiglia a Banderas! Mi fa gioco! 

“ Sei tu il capo, qui?” mi fa. Io allargo le braccia per mostrare il vuoto intorno a me. Alla fine ritroverò la parola. 
“La mia gente ti da il benvenuto sul nostro pianeta”. Almeno lui parla e in italiano perfetto. Avrà il traduttore incorporato? Non gli vedo ammennicoli di sorta appuntati da nessuna parte. Indossa una semplice divisa, senza gradi mostrine o altro segno distintivo. E, fatto più importante, nessuna arma, meno male! 
Inghiotto saliva (la poca che mi ritrovo) e finalmente mi esce la voce, che, nonostante tutto, è ferma e squillante (come si conviene in certi casi: se hai la tremarella….tienila per te!) 
“ Vi sono grata per l’accoglienza. Posso sapere su quale pianeta mi trovo ospite gradita?”. 
“ Sei sul pianeta Arret.” 
ARRET? ARRET…. TERRA? Ma che strana cosa, sono confusa. Sono allarmata, e anche frastornata….. casa mia dove sei?
Lo guardo strano. Sento che non devo fidarmi del tipo, nonostante la somiglianza con il “bellone”, che, in fondo a guardarlo bene, mi appare più giovane di quanto lo ricordi. 
Che sia un’anomalia di questo sconosciuto (nome a parte) mondo alieno? 
Alieno? Credo alla fin fine essere io l’aliena. Del resto mostrarmi recalcitrante a che servirebbe? Sono nel vivo di un dramma cosmico che, mi auguro, non sfoci in”dramma tragico”. 
E mentre penso al da farsi, pur non essendoci niente da fare…. la mia ingovernabile Arcadia inizia la sua lenta ma, inesorabile discesa. 
Mi sento come fossi la protagonista del primo sbarco sulla Luna, solo che questa qui, non assomiglia per niente al nostro caro satellite, di cui ormai conosciamo ogni sua piccola asperità. Almeno avessi avuto un contatto con l’amata mia Terra avrei potuto imitare Lovell: “ Houston, abbiamo (ho) un problema….” Li avrei fatti impazzire quelli della NASA!! 
Il “rendez-vous” con il suolo non richiede molto tempo. Non mi rimane che sperare di trovare un bel clima al quale adattarmi. Sì, altro che al clima avrei da pensare! 
Mi accoglie uno strano banco di nebbia scurissima, mentre con una serie di gemiti raggelanti i motori si spengono, i pannelli con le relative informazioni del tracciatore inerziale si oscurano, lo sportello si apre con fragore. 
Gravità o assenza di gravità? Un piccolo saltello o balzo per l’Umanità? 
Piano, meglio munirsi di pesi, non si sa mai con il piccolo saltello attraversi il pianeta in sorvolo…. 
Il mio indugiare non pare gradito all’ospite che, con una decisa spinta mi dirige all’uscita. 
“Cosa c’è che non va?” mi chiede. Dal tono comprendo la sua impazienza e devo dire la cosa m’innervosisce un po’, anzi, assai. Mi ricorda il tizio che un giorno sull’autobus spintonava per raggiungere un posto a sedere. C’avevo quasi litigato perché quel posto era riservato ai disabili e in piedi, c’era un’anziana signora che si reggeva al suo bastone. 
Perciò mi volto verso di lui, per pregarlo di non mettermi le mani addosso. All’istante,mentre lo guardo in viso, davanti agli occhi cala una nera cortina, il cuore rimbomba come urtasse contro un’incudine di ferro, un’ondata oceanica che si abbatte su di me. Mi sforzo di reagire, di ricordarmi chi sono, è solo un’irrazionale sensazione, non riesco a capire perché. 
“Allora? Si sposta o no?” A un tratto la nebbia scura si dirada, prende il suo posto un serpeggiante orrore! Sono sull’autobus nell’ora di punta! Il tizio conquista il sedile con un sorriso di scherno mentre lo guardo stralunata. 
Banderas, cioè chi credo sia il suo sosia, mi rivolge un sorriso gentile: “Tutto bene?” mi fa. Ora è lui davanti a me. Lo distinguo chiaramente. Cosa è stato? Uno sbalzo temporale, questo è sicuro. Spazio-tempo, un’equazione confermata: se uno è reale, l’altro è solo immaginario. (Lorenz) Bene, se riesco a connettere sono ancora in me…. 
Il Banderas, o chiunque sia, mi precede giù per la scaletta, io dietro di lui incespico e quasi gli rovino addosso! Quello che scorgo oltre le sue spalle, mi lascia esterrefatta! 
Percepisco una mistura salata sulle labbra: sale. Una lacrima che, a tradimento mi scivola sul viso… 


 


Ultima modifica di Annali il Sab Gen 07, 2017 11:46 pm, modificato 1 volta
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Messaggio  Annali il Dom Nov 01, 2015 11:10 pm

Sperduta nell’immenso  ( II parte)
 
Capissi almeno dove sono! E il caffè? Urge prima di tutto schiarirmi le idee, ce ne vorrà almeno un litro (no, forse mezzo basta, non esageriamo che se poi mi divento nervosa?) dovrei cercare le mappe stellari e, oh, sì, riuscirò a sbrogliarmi da questo impiccio, che ci vuole?
L’astronave deve aver visto ben altro, chissà da quante situazioni s’è tratta d’impaccio! Dovrebbe essere equipaggiata con rettificatore gravitazionale, e razzi di orientamento con differenziatore frazionale. Ma un momento! Come faccio ora, a compiere simili manovre?
Ma sì, in fondo, mettiamogli le scarpe adatte e anche un serpente saprebbe ballare  il Tip Tap!
Na parola, ma ci provo, non sia mai dia una delusione a chi s’aspetta da me mirabolanti emozionanti strabilianti colpi di genio….. Genio…. Magari ci fosse qui un ingegnere spaziale!
Animo su, diamoci da fare e che le stelle ci guidino… ci? Vabbè: mi.
Wow, eccomi alla consolle!
Fuori ancora nulla vedo, ma supponiamo ci si stia muovendo in campo di densità X, con un gradiente normale stabilito per la crociera e voglia impostare una rotta ottimale per un punto d’incontro A, con un vettore Rho corrispondente, usando la selezione automatica per l’intero salto…. Il diffusore a lato continua la ricerca. Per tre volte tenta di comunicare i risultati. Ecco che…. Niente! E m’è ritornato il mal di testa! Un impacco freddo gioverà?
Bah, riproverò più tardi.  Ora mi ascolto un po’ di musica rilassante. Un CD? Eccolo qui.
 



S'è fatto giorno e comincio a vedere qualche screzio di luci in lontananza.... ma molto in lontananza. 
Prima o poi approderò in nuova Terra.... 
Alleluia brava gente! E ora bando alle quisquiglie, c'ho da risolvere ben altri problemi. 
Wow e doppio wow! Mi arrivano segnali! 
Huu, complicato raccapezzarmici.... appaiono le coordinate di una stella: PR 5382? mai sentita.... e che gran scoperta fo? chi mai era arrivato tanto lontano? Nemmeno Hubble penso,forse le Viking che dall'ultimo bollettino stavano uscendo dal sistema solare.
 
Ora le stelle sono ricomparse in tutto il loro splendore. 
Sento che lo scafo sta decelerando a velocità interplanetaria, anche se non avverto sensazione anomala. 
L’astronave entra in orbita attorno a un pianeta lontano, credo, circa un 180-190 mila chilometri dal suo sole. 
Con cautela tento di agire sui comandi, che, carini, si sono rifiutati di rispondere per tutto il viaggio e, miracolo! sono di sicuro in un'orbita di parcheggio stabile. E qui, come si suole dire: casca l'asino! Non sarei in grado di fare manovre su di un pianeta di cui non conosco prerogative... ma un momento! Non ho bisogno di rifinire alcuna descrizione matematica, sembra proprio io sia teleguidata! Qualcuno o qualcosa mi ha portata fin quaggiù... quassù.... laggiù.... e basta, ovvia! non è certo il momento di filosofeggiare. 
Ohi! Mamma! Una faccia appare sullo schermo di comunicazione: chi sarà, che vorrà, che dirà, ma sopratutto in quale lingua parlerà? Al massimo conosco un po' di vulcaniano, grazie a Star Trek e a Spok.... 
Cra cra e ancora cra cra.... Oddio è l'audio mal funzionante o sarà un linguaggio alieno? 
  
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Messaggio  Annali il Dom Nov 01, 2015 10:47 pm

Quaderno di bordo  (parte prima)
Mi rifugio quassù, nel silenzio incontaminato, al riparo dalla miseria della vita di mercato. 
C'è un'aria di mistero che affascina. Ogni cosa è velata di sottile polvere grigia. Si è posata nel breve tempo d'un battere d'ali, le ali dell'aquila che brama lo spazio aperto. 
Qui mi sento intoccabile, e invincibile. Un mondo tutto mio. 
Metto in azione gli strumenti di bordo: gli orologi ticchettano e ronzano, tutto si mette in funzione. 
L'astronave si muove, ora non è più in relazione con il resto dell'Universo. 
Ma quale Universo? Non esiste, sparito! 
Le stelle, lo sfondo con il quale era stata misurata qualsiasi attività periodica nella storia dell'uomo, sono sparite... 
La nave si sta muovendo davvero? Può esserci movimento quando non c'è nulla da oltrepassare? 
Eppure la sensazione di gravità prodotta dalla rotazione dello scafo persiste.
 
Rotazione in rapporto a cosa? Può darsi che lo spazio esista come forma concreta, assoluta, svicolata dalle necessità di relazione come il concetto di etere? 
La fisica da sempre nega la possibilità di una velocità più veloce della luce. Ma può essere che l'abbia superata davvero? Non lo so dire, l'unica cosa che so è che mi porta sempre più lontano, o più vicino... a cosa... da cosa? 
Forse vago nel nulla, ma ben venga questo nulla: mi fa star bene, e mi basta la sensazione che percorre tutto il mio essere. Io “sono” e dunque? Sono e sarò! 
A chissà quando e chissà dove... Good rest...
Wow! Ho viaggiato molto velocemente, chissà sulla Terra che anno sarà? Il mio orologio ha rallentato, o cosa? Penso alla contrazione di Lorenz Fitzgerald, ma non c'è alcun modo di misurare il tempo in assoluto, posso solo misurare l'intervallo... 
E allora intervallo sia! Nella cambusa il buon Porto mi risolleverà il morale. Peccato vada sprecato...
Ma quanto ce n'è di Porto! Posso resistere finché non arrivo da qualche parte, e poi è buono! Il capitano ne aveva fatta una scorta niente male. 
Ora però meglio mi metta a far due conti, in fondo che ci vuole? L'elegante struttura della relatività mica è un assurdo.....Sarei in grado di fornire la descrizione matematica di qualsiasi gruppo di relazioni, la difficoltà sta nel fatto che da descrivere non vedo nulla, non c'è nulla....Aiuto, ma dove sono finita????
" In verità se anch’egli ha vissuto duemila anni non ha ottenuto il bene supremo: poiché non corrono tutte le cose verso lo stesso luogo?" 
Una frase dell'Ecclesiaste. Chissà perché m'è venuta alla mente proprio ora? 
"Poiché colui che è unito agli altri viventi ha speranza!" 
E grazie tante! Come vorrei avere altri viventi qui con me!
"Scaccia dal tuo cuore l'ira, tieni lontano il male dalla tua carne, perché infanzia e gioventù son cose vane; " 
Beh, questa mi piace un po' meno, anche se, per tornar giovane mi dovrebbero pagare lo straordinario! 
Umff. 
Poiché l'astronave procede da sola, vado in cabina e schiaccio un sonnellino, anzi meglio ancora se dormo un PO'. 
Notte stelline, fate le brave e non causate esplosioni, procurereste l'apertura di un buco nero, ed io da buchi neri, ne sono entrata e uscita una volta di più. 
Terra! Che senso di nostalgia, di dubbio e smarrimento! 
Nella prima parte del viaggio mi aveva accompagnata lo stesso incentivo dei primi pionieri attraverso le praterie sconfinate. Ora mi sorprendo a pensare se il mio lago sia ancora là, con i cigni e i gabbiani a sorvolarlo. 
Se sulla terra mia, il tempo scorra uguale, se la gente sia la stessa che avevo lasciato... 
E ora? Mi trovo qui, senza conoscere nulla di quanto troverò, addirittura se sia possibile, Io, scendendo sul pianeta che vedo sotto di me, possa mantenermi integra quale sono nella "mia" realtà... 
Vorrei poter tornare sulla Terra, ma il sogno matematico con cui arrischio congetture per calcolare una rotta per il percorso di ritorno, crolla come un castello di carte... 
Non mi resta che soggiacere al disegno, tracciato non so da chi, né perché né da dove, che mi ha portato quaggiù... quassù... insomma qui, nella Terra del contrario! 
Chi troverò? E come mi apparirà? 
Come il solito: "Io speriamo che me la cavo... " 
Arrivederci? Chissà... 


   


Ultima modifica di Annali il Dom Nov 01, 2015 11:12 pm, modificato 1 volta
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Emilio Salgari e i suoi viaggi immaginari

Messaggio  Annali il Ven Ott 16, 2015 7:15 pm

Ricordate “Sandokan?” O  il “Corsaro  nero?”
Sono solo due  dei romanzi di avventure più famosi di Emilio Salgari, scrittore veronese vissuto dal 1863 al 1911.
Malgrado le avventure dei suoi romanzi facciano pensare ad una vita spericolata, Salgari conduceva una vita tranquilla.
Scriveva i suoi romanzi non solo con la medesima penna, ma anche sul medesimo tavolo, dove ideò il primo racconto che gli aveva dato il successo: “  I selvaggi della Papuasia.”
In un libro della sua vita racconta che scriveva sul vecchio tavolo del suo studio perché gli dava la sensazione di navigare e viaggiare. Seduto a quel tavolo riusciva a immaginare i personaggi e le avventure dei suoi favolosi racconti. 

 
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Stasera scrivo io:"Il bosco della paura"

Messaggio  Annali il Ven Ago 28, 2015 11:50 pm

Il cuore batte all’impazzata dopo la lunga corsa. Non vedo il cielo sopra di me, ma solo un groviglio di rami intrecciati nel folto degli alberi. Riprendo fiato prima di ricominciare a correre attraverso la vegetazione che diventa sempre più intricata. Non odo alcun  rumore, neppure il cinguettare degli uccelli o il frinire delle cicale. Sono  arrivata in fondo al sentiero e finalmente mi fermo  ai piedi di una grossa quercia. Mi lascio cadere, senza quasi più forze,  sopra un verde tappeto di acetosella soffice e fresco, cosparso di fiorellini dal  bel colore rosa intenso. Non potrei  proseguire oltre e mi sorprendo a pensare che forse sarebbe stato bello restare per sempre in questo bosco silenzioso, pieno di quiete.
Lo schiocco di un ramo spezzato poco distante mi mette in allarme. Striscio cautamente dietro un cespuglio di mortella e nascosta dal fitto fogliame, immobile, attendo di sentire i passi avvicinarsi.  Cosa ci faccio in questo bosco? Come ci  sono arrivata? Ora ho paura…..
Mi alzo di scatto e riprendo la corsa, verso…dove? La domanda gira senza posa nella mente.
Corro alla cieca, senza quasi più forze, inciampo in una radice sporgente e cado, con il viso nell’erba dall’odore aspro, pungente. Ho solo la visione di un’ombra  sopra di me, poi  comincio a fluttuare nel nulla, nel silenzio ovattato dell’incoscienza.
 
Mi sollevo a fatica dal ruvido materasso, sorpresa e un po’ impaurita. Dove mi trovo? E qualunque posto sia, chi mi ci aveva portato?
Sento un rumore e salto dal letto. I miei occhi vagano alla disperata ricerca di un posto dove nascondermi, di un anfratto qualsiasi.
Mi muovo silenziosamente, verso l’angolo più buio della stanza e mi infilo sotto il tavolo, coperto dalla tovaglia che ricade  a sfiorare il pavimento.
I passi si sono fermati e un paio di stivali appare davanti ai miei occhi. Spio da sotto il tavolo, nel riquadro di spazio visibile. Tutto mi sarei aspettata meno di udire la voce gentile che mi invitava ad uscire: “ Che fai lì sotto? Non avrai paura di me, spero!”
Non oso muovermi. Mi sento incollata al pavimento, un tutt’uno con esso.
“ Ti ho preparato un infuso di erbe, con biancospino, verbena e menta dolce.”
Tiro fuori il capo da sotto il tavolo e sollevo lo sguardo verso l’alto. L’uomo mi appare altissimo, un gigante.  Tutto di lui è notevole: i suoi capelli biondi, lunghi sin quasi a sfiorare le spalle, gli occhi di un intenso colore blu che risplendono nel viso abbronzato e persino la fragranza del suo dopobarba, fresco, muschiato, piacevole.
Io guardo lui e lui guarda me. A sorpresa abbozza un sorriso, molto fugace perché scompare subito dietro una smorfia burbera: “ Che cosa fai in questa parte profonda del bosco? Non è precisamente una meta turistica, sai? Può succederti qualunque cosa, e non certo piacevole.”
“ Io… mi sono persa.” Rispondo. Non sono in grado di capire, né di spiegare perché mi trovo in questo bosco, soprattutto come sia potuta arrivarci, visto che mi ero appena infilata nel letto, a casa mia, lontana da un qualsiasi posto che avesse più di un gruppo sparuto di alberi.
Ricordo, molto vagamente, di essermi risvegliata nel pieno della notte con la gola secca. Mi sembrava di avere inghiottito un pezzo di carta vetrata. Mi ero girata verso il tavolino  per prendere il bicchiere con l’acqua. Non c’era e lo trovai molto strano. Ero sicura di averlo messo.  Fui costretta ad alzarmi. Tastai con i piedi il tappeto, alla ricerca delle ciabattine rosa senza trovarle.  Ma dove era finito tutto?
E dove ero finita io? Forse in qualche sogno strano?Andai  verso la finestra e cercai di aprirla. Una luce accecante invase la stanza, una violenta scossa mi fece vacillare e un vortice improvviso mi risucchiò.
Cercai di opporre resistenza e forse gridai. Lottai con tutte le mie forze e finalmente riuscii a raggiungere il letto e rifugiarmi sotto le coperte. Esausta, sfinita, come se fossi appena uscita dalle spire di un grosso boa.
Tremando allungai la mano verso il comodino e trovai il bicchiere pieno d’acqua, mi sollevai e bevvi avidamente.  Ogni cosa era tornata al proprio posto, anche le mie belle ciabattine rosa.
Era stato solamente un brutto sogno?
La voce, lontanissima, appena udibile, mi giunse un istante prima di chiudere gli occhi. Era la voce di mia madre. Mormorava una preghiera:- Grazie Signore, grazie per avermela riportata!- Non sapevo che avesse perduto qualcosa, ma doveva essere qualcosa di molto importante, se aveva incomodato il Signore.
Dopo mi sono ritrovata a correre disperatamente nel fitto del bosco sconfinato, senza inizio e senza fine. Forse fuori dal mondo, o forse dentro un mondo sconosciuto, inesplorato.
Non il mio, in nessun caso.
“E così ti sei persa?Non avresti dovuto neppure entrarci sai? Non puoi immaginare le cose che succedono in questo bosco!” Sembra arrabbiato mentre parla ed io sono confusa. Perché mi sgrida? Chi è? Non vorrei trovarmi nella sua casa.
La mia mente è simile a un lago ghiacciato, incapace di trattenere un solo pensiero coerente. Tutto fluttua e scivola, inesprimibile e indefinibile.
Sono qui, nel profondo di un bosco sconosciuto, dentro la casa di un uomo strano e altrettanto sconosciuto, e sono queste le mie uniche certezze.
“ La tisana.” Dice porgendomi la tazza. Io la guardo dubbiosa, senza allungare la mano per prenderla. Non mi fido di lui, meno che mai della sua tisana.
Il suo tono è gentile: “ Prendila e bevila tutta!” Mi decido e prendo con riluttanza la tazza che mi porge. Comincio a sorseggiare lentamente il liquido aromatico, gradevole. Alla fine provo un senso di sollievo, di piacere, quasi.
Restituisco la tazza vuota e lo ringrazio. Lui mi ricambia con un sorriso. I suoi incredibili occhi blu scintillano nel viso cotto dal sole. Sembra più un marinaio che un uomo del bosco, un bosco dove è difficile credere che il sole sia mai potuto penetrare.
“ Ora devi riposare, sdraiati e cerca di dormire. Io cercherò il modo di riportarti a casa.”Dice indicando il letto.
Il mio primo impulso è di rifiutare. Non posso rischiare di addormentarmi, forse per sempre, in quel posto ai margini della mia vita. Ma, penso, forse può essere più saggio fingere di obbedire per poi approfittare della sua distrazione e riprendere la mia fuga. Da chi o da cosa ancora mi è incomprensibile. Mi distendo sul letto e chiudo gli occhi, mentre il respiro diviene leggero e se ne va sempre più lontano.
Mi sento strana, dentro di me il malessere cresce d’intensità. Desidero tornare nel luogo da cui ero venuta, ma non riesco a ricordare quale sia. Da dove vengo? Perché non riesco a ricordare?
Guardo l’uomo. Mi gira le spalle, concentrato a trafficare davanti a un banco luminoso.
Mi sollevo un poco puntando i gomiti sul materasso. Il letto cigola e l’uomo interrompe il suo metodico rimestare.
 “ Che fai?” chiede allarmato, “resta sdraiata!”
“ Non voglio… mi sento male…” La mia voce sembra giungere da uno spazio remoto.
Ora lui è accanto al letto e mi tocca la fronte. “ Non è niente,” dice “ tra poco la tisana comincerà il suo effetto e ti sentirai meglio. Chiudi gli occhi, adesso.”
La sua mano è fresca e delicata e calma la mia angoscia. Lo guardo: i suoi occhi sono due strisce di cielo. Gli chiedo quale sia il suo nome.
“Angelo, mi chiamo Angelo. E tu?”
“ Non lo so, non me lo ricordo.” Rispondo con  gli occhi pieni di lacrime.
 
Quando mi risveglio la stanza è buia. Il silenzio lo avvolge come una spessa coltre.
Fuori un uccello emette un fischio modulato. Dov’è l’uomo? Sono  sola? Ho  paura.
Rimango ferma, immobile, fino a quando qualcosa di molto freddo mi colpisce. Allora urlo e la luce si accende, tanta luce che mi ferisce gli occhi come lame di coltelli.
Cerco di alzarmi dal letto ma non ci riesco, qualcuno  mi trattiene impedendomi di muovermi. La voce risuona nella stanza imperiosamente: “Ferma! Resta ferma, stai giù!”  
È  la voce di Angelo ma io non voglio ascoltarlo. Violente scosse attraversano il mio corpo. Riesco a liberarmi nonostante gli spasmi e salto giù dal letto, sorda ai richiami di Angelo che m’implora di restare.
“Ragazza, fermati! Se te ne vai, non avrai scampo. Il bosco ti annienterà, non puoi sfuggirgli. Io posso aiutarti solo se resti con me!”
Sono davanti alla porta aperta con il solo desiderio di sfuggire alla mia angoscia. Mi volto un attimo a guardarlo, esitando, ma in quell’attimo una forza terribile mi attira oltre la soglia e mi scaglia nell’intrico di alberi contorti, tra visioni spettrali e uccelli mostruosi. Il bosco mi sta intrappolato per prendersi la mia vita!
Allora l’istinto di conservazione affiora di prepotenza e finalmente mi rendo conto che avrei dovuto lottare con tutte le mie forze per sopravvivere.
Il bosco si è fatto buio e invaso dalle  grida. Le urla mi terrorizzano, ma non sono le mie: chi grida in modo tanto concitato? Le voci sono tante. Non ne riconosco nessuna.
Chiamo Angelo e lui appare come per incanto vicino a me. Mi tiene saldamente  e insieme lottiamo contro la forza travolgente, violenta, decisa a catturarmi e imprigionarmi dentro la corteccia degli alberi. Per nutrirli ulteriormente ed espanderli all’infinito.
La voce mi incita: “ Resisti, ragazza! Non cedere, ce l’hai quasi fatta!”.  È la voce di Angelo, e i suoi occhi, inconfondibili, intensamente azzurri,  spezzano l’oscurità simili a dardi luminosi.
Mi aggrappo fortemente alle sue mani, che mi trascinano lontano, al riparo dalla collera del bosco malefico e del suo potere distruttivo. Il vento urla furioso per aver perduto la sua preda, per non essere riuscito a trattenermi sotto le sue ali nere.
Non provo più alcun timore, sono in salvo.
Ora il bosco mi appare bellissimo, pieno di luci e di colori, del cinguettare degli uccelli sugli alberi e il frinire delle cicale.
Guardo Angelo e vedo i suoi occhi di cielo pieni di gioia : “ Brava ragazza, ce l’hai fatta! Adesso puoi tornare. Hai lottato e vinto!”
“ Tu hai vinto! ”
Le mie parole si disperdono in un’eco lontana, tra le foglie lucenti degli alberi, nei cespugli straripanti di fiori  ma non raggiungono Angelo, scomparso in un ultimo accecante sprazzo di luce.
Lo chiamo.  Non voglio andarmene da sola, temo di perdermi in un incubo peggiore di quello appena vissuto.
Una forza sconosciuta si è impadronita di me e lentamente mi trascina  attraverso una nebbia gelatinosa, dove il mio corpo sembra sfaldarsi. Respiro a fatica, galleggiando sopra un fiume che scorre impetuoso e mi trasporta sempre più lontano. Emergo a tratti da un groviglio di sensazioni, richiamata dalle voci rassicuranti che mi sollecitano.
Sono fuori dalla nebbia, con gli occhi pieni di lacrime e madida di sudore per lo sforzo compiuto,  dentro una stanza tutta bianca. Dalle mie braccia pendono tanti tubicini collegati a strani congegni, che emettono intermittenti segnali luminosi e strisce serpeggianti.
 Dove mi trovo?  Il bosco, la strana casa, tutto quanto, che cosa era stato? E chi era l’uomo che si era tanto prodigato per salvarmi? Forse un Dio?
 Non era stato un lungo orribile sogno, ma brevi attimi scanditi dal soffio leggero del mio respiro. Vissuti appesi a un fragile filo.
Le lacrime copiose mi bagnano il viso.  Chi aveva compiuto il miracolo?
 La mano dal tocco delicato si posa sulla mia fronte e la voce felice esclama: “ Brava la mia ragazza, visto che ce l’hai fatta?”
L’emozione invade il mio cuore! Riconosco il tocco di quella mano e il suono di quella voce! Sono  la mano e la voce di Angelo, dell’uomo  che aveva tenuto saldamente il filo che reggeva la mia vita. Che non si era arreso.  
Attraverso il velo delle lacrime vedo il suo sorriso e i suoi splendidi, inconfondibili occhi azzurri. E i suoi capelli biondi e il viso abbronzato dal sole. E riconosco il profumo del suo dopobarba, fresco, muschiato, piacevole.
Gli sorrido anch’io con gratitudine, mentre leggo il suo nome sul camice che indossa:
-  Dott. De Angelis. -  Un medico. Non un Dio.
   
ANNALI


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Stasera scrivo io...I miei racconti del mistero

Messaggio  Annali il Dom Giu 28, 2015 11:20 pm

Passi dietro la porta


La mano gli tremava, tanto da non riuscire a infilare la chiave nella serratura. S’impose di calmarsi, serrando le mascelle e stringendo i denti. Per l’ennesima volta si girò per guardare oltre le spalle: nessuno! Non c’era proprio nessuno che lo seguiva. E allora cos’era quel sentore di pericolo che alleggiava intorno  a lui?
 Durante la notte si era svegliato più volte di soprassalto, con la sensazione di essere spiato dal buio. Forse stava sognando, o forse no, ma il malessere che gli causava quella sensazione gli artigliava il petto con forza.
Aveva accolto l’arrivo del mattino con sollievo e con un unico desiderio in testa: allontanarsi il più possibile dalle pareti di casa, per sfuggire all’oppressione che gli causavano.
La sua era una bella casa, almeno lo era stata ai suoi tempi, quando l’avevano costruita, una delle più belle del paese e lui l’aveva sempre amata, come prima di lui e dei suoi genitori, i nonni. Grande, con tante stanze, soffitti alti e ampie vetrate, circondata da un vasto giardino, i cui alberi, altissimi, si levavano a sfiorare le finestre dell’ultimo piano.
La sua vita fra quelle mura era stata pienamente felice. Una vita agiata colma di soddisfazioni. Prima che la moglie gli fosse strappata dalla malattia e i figli lo lasciassero solo.
Non avevano voluto saperne di continuare a vivere nella grande casa dopo il matrimonio.
Al piccolo paese  immerso tra i campi di granoturco, tanto estesi da perdersi a vista d’occhio, avevano preferito la città, dove si erano stabiliti con le loro nuove famiglie.
Lui era rimasto, aggrappato ai ricordi che la sua amata casa custodiva.  
Ora, senza riuscire a spiegarsene la ragione, tra quelle mura si sentiva soffocare, come se le pareti, a poco a poco, si stessero riducendo intorno a lui. La trovava cambiata, ingrigita, quasi sfatta. In apparenza privata della sua bellezza originaria.
Usciva ogni mattina, fuggendo da qualcosa che, pur costatandone la presenza, non poteva vedere. Una presenza silenziosa, strisciante. Agghiacciante.
E la casa sembrava restringersi sempre più.  
Dentro si muoveva a fatica, sbattendo contro i mobili o contro gli stipiti delle porte, anch’esse divenute, incredibilmente, troppo strette perché lui potesse oltrepassarle agevolmente.
Era quasi sera e stava rientrando di malavoglia, giusto per preparare la cena. Aveva camminato a lungo per la campagna, traendo beneficio dallo spazio aperto dei campi che si perdevano lontani, regalandogli sensazioni di totale libertà.
Ritornando verso casa, si era fermato nel piccolo supermercato del paese, per un minimo di spesa. Poche cose da acquistare: la fettina di vitello, il pane, un vasetto di funghi sott’olio, un sacchetto di patatine da sgranocchiare davanti al televisore.
Non che trovasse mai qualcosa d’interessante da vedere, ma almeno lo aiutava a farlo sentire meno solo, e la noia dei programmi gli conciliava il sonno.
Era quasi arrivato alla cassa, con il cestello della spesa e il portafoglio tra le mani, quando avvertì improvvisamente, un brivido percorrergli la spina dorsale.
Era stata la voce udita alle sue spalle a procurarglielo. La stessa voce che bisbigliava parole senza senso durante i suoi incubi notturni.  Sussurri che si protraevano a volte per buona parte della notte, per poi dissolversi alle prime luci dell’alba.
Si girò lentamente, quasi paralizzato dalla paura.
Chi? Chi mai poteva perseguitarlo anche di giorno? Tra la gente?
Alle sue spalle c’era un’anziana signora e poco più distante, non completamente visibile, il contorno di una figura indefinita. 
Pagò e uscì frettolosamente, timoroso di riascoltare la voce che lo perseguitava.
Era giunto a casa affannato e faticava persino ad aprire la porta. Per poco la chiave non gli era sfuggita dalle mani.
Finalmente riuscì a sbloccare la serratura, spalancò la porta e con un gemito si affrettò a entrare. Appena dentro la sbarrò con il chiavistello.  
La casa gli sembrò ancora più piccola di quando era uscito, ma forse era soltanto la sua impressione, dovuta all’ansia accumulata.
Andò subito in cucina, prese la bistecchiera e la posò sul fornello. Mentre attendeva che si scaldasse si avvicinò ai vetri della finestra per scrutare fuori.  Si stupì che il buio fosse calato all’improvviso. Un soffio leggero di vento agitava i rami degli alberi e le foglie frusciavano contro i muri, mentre le stanze, all’ultimo piano, si riempivano di scricchiolii. Cercò di ignorarli e si dedicò a preparare la tavola, mentre la carne arrostiva sulla griglia cosparsa di rosmarino e foglie di salvia.
Accese il televisore, per non sentirli e non farsi prendere dall’agitazione. La solitudine gli pesava come non mai. Odiava sentirsi così, estraneo nella sua stessa casa, pavido, incapace di reagire al decadimento che lo stava portando alla paranoia più completa.
Si trovava ai limiti di uno stretto passaggio, oltrepassando il quale, non avrebbe avuto abbastanza autocontrollo per gestire la sua vita.
Seduto a tavola, guardava la bistecca nel piatto con una sorta di rancore. Se non fosse entrato nel negozio per acquistarla e fosse ritornato direttamente a casa, ora non sarebbe stato tanto agitato. Affondò la forchetta nella carne con rabbia, come se stesse infilzando il suo invisibile persecutore, la fece a pezzi masticandola voracemente, senza quasi sentirne il sapore.
Alla fine allontanò il piatto con disgusto.
La voce gracchiava molesta dal televisore. La conduttrice del programma, un talk show particolarmente animato, non si faceva scrupolo di provocare i partecipanti e spingerli a scontrarsi gli uni contro gli altri, aggressivi e insolenti. Trovò assai irritante lo spettacolo di quel gruppo di uomini e donne urlanti.  Si domandò, un attimo prima di spegnere il televisore, come si potessero ideare simili spettacoli.
Uscì dalla cucina, senza preoccuparsi di riordinare, di liberare il tavolo dai resti della frugale cena. La sua smania maniacale dell’ordine si era alquanto moderata. Non gliene importava più, di lucidare, pulire, strofinare.
In un primo tempo, quando era rimasto solo ad abitare nella grande casa, quelle occupazioni lo avevano aiutato a superare il senso di abbandono in cui era precipitato. Ora si limitava a svolgere le mansioni strettamente indispensabili, e, pure quelle con grande fastidio.
Salì al piano superiore. Entrò nella stanza e la vista del letto, rimasto sfatto dal mattino, gli causò un momento di panico. Sapeva che, nel momento in cui vi si fosse coricato, sarebbero ricominciati i sogni inquietanti. Come avrebbe potuto evitarlo? In nessun modo. Era in balia dei suoi incubi, delle sue paure, della sua desolazione.
I colpi lo svegliarono nel pieno della notte. A dispetto dei suoi timori, era riuscito ad addormentarsi quasi subito. Un sonno tranquillo, privo di sogni. Almeno così credeva, non ricordandone alcuno.
Si levò a sedere smarrito. La stanza era immersa nel buio, nessuna luce filtrava dalla finestra.
I colpi si susseguivano a intervalli regolari, causandogli dolorose trafitture.
Non osava quasi respirare. Un bruciore intenso dilagava nel suo petto.
E poi la voce, profonda, cavernosa, echeggiò dietro la porta.
La solita voce. Ancora.
“Chi è?”Trovò la forza di mormorare. Avrebbe voluto abbandonarsi al pianto, ma gli occhi rimanevano stranamente asciutti.
“ Lo sai, chi sono.” Rispose la voce attraverso la porta socchiusa.
Lo sgomento s’impossessò di lui. “ No, che non lo so!” avrebbe voluto gridare, senza riuscirci.
“ Che cosa vuoi da me?” Chiese invece con un filo di voce.
“Per ora, niente. Sappi solo che sono qui.”
Poi udì i passi dietro la porta. Passi che si allontanavano.
Si riadagiò sui cuscini, madido di sudore, svuotato di ogni energia, con la mente stravolta.
Rimase per il resto della notte con gli occhi sbarrati sul buio, sopraffatto da un oscuro presagio imperscrutabile. In balia della pietà che provava verso se stesso.
 La solitudine lo attanagliava. Dov’erano finiti tutti? Tutti quelli che aveva amato. Che lo avevano amato. Lo avevano lasciato solo, desolatamente, disperatamente solo. 
Il passato era alle sue spalle, immerso nella foschia del tempo, e il futuro? Forse non esisteva. Era sospeso fra tralicci invalicabili e dirupi scoscesi, che lui non avrebbe avuto la forza di affrontare.
Il presente? Sfumava a poco a poco anch’esso nel passato e ogni attimo lo trasportava verso il futuro che non avrebbe avuto. Che lui forse, non desiderava. Non più.
Per lui c’era solo chi lo attendeva oltre quella porta.
Paziente. 
ANNALI


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HONORE’ DE BALZAC - La pelle di zigrino -

Messaggio  Annali il Ven Giu 26, 2015 5:04 pm

Lo scrittore francese Honoré de Balzac (1799- 1850) visse in età romantica ma rinnovò completamente il romanzo, tanto da essere considerato uno dei primi autori tipici del romanzo realistico e sociale.
Col suo profondo istintivo senso della realtà, Balzac comprese che la vita moderna che egli voleva ritrarre era dominata da un grande fattore: il denaro, e nel suo romanzo “ Pelle di zigrino”, ebbe il coraggio di presentare un innamorato preoccupato non solamente di sapere se ha toccato il cuore di colei che ama, ma anche se avrà abbastanza quattrini per pagare la carrozza in cui la riaccompagna.
Simile audacia è forse una delle più grandi che si siano osate in letteratura, e da sola basterebbe a immortalare Balzac. Lo stupore provocato fu profondo e i puri s’indignarono di questa infrazione alle leggi del romanzo, ma tutti  i  giovani che, andando al ricevimento serale di qualche dama, con i guanti bianchi ripuliti con la gomma, che avevano attraversato Parigi come danzatori sulle punte dei loro scarpini, paventando una goccia di fango più d’un colpo di pistola, compresero, per averle provate, le angosce di Valentin ( il protagonista del romanzo) e s’interessarono vivamente a quel suo cappello che egli non può rinnovare e conservava  con cure così minuziose.
La Pelle di Zigrino, trovata da Valentin, un giovane amante della bella vita, in un negozio d’antiquariato, era divenuta il suo talismano, capace di soddisfare ogni suo desiderio. A ogni piacere che gli procurava, la pelle tagliata a sua misura, si restringeva, accorciandogli nello stesso tempo la vita. Se ne accorse ormai troppo tardi, e nonostante ormai conducesse vita attenta e morigerata, senza concessioni e senza più cercare di rincorrere il successo, non riuscì a sfuggire al suo destino e sparì insieme alla pelle di zigrino.  

                      
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Re: Chi scrive e chi legge

Messaggio  Annali il Ven Mag 01, 2015 11:08 am

Cercando di mettere ordine tra le svariate decine di file aperti e dimenticati, mi sono riletto questo fantasioso raccontino che ora per mio rinnovato piacere  (e mi auguro pure per chi legge!) ripropongo qui.
Controllo: qui base asteroide.
 
Embè, sì, sono andata a controllare che nulla sia stato manomesso all’ormeggio del vascello astrale. Il mio solito sesto senso me lo suggeriva e si sa che è sempre meglio dargli retta quando si tratta di salvaguardare una proprietà “condivisa”.
Con la solita navetta, quella che uso per andare e tornare ogni qualvolta la necessità me lo impone, sono volata all’asteroide, dove sta parcheggiata la gloriosa Arcadia (o glorioso dovrei dire trattandosi di un vascello ?).
Intravvedo la sua sagoma, stagliata bella e rilucente illuminata da riverberi stellari e già, mi sento rassicurata. Apro il portello del compartimento stagno ed entro all’interno. Buio e silenzio. Mi viene un nodo alla gola, ma m’infilo dritta in sala comandi per una breve ispezione. Poi via di corsa, prima che mi salti il ghiribizzo di avviare i motori e mettere la massima distanza tra qui e il pianeta Terra. Eh, si fa presto a pensarlo e dove potrei andare tutta sola? E se poi…. No, dai, non facciamo colpi di testa, piuttosto meglio controllare all’esterno che lucchetti e catene siano ben saldi e intatti, so di certi ceffi che girano da queste parti, non vorrei ci avessero messo occhio. Lascio la cabina e sono fuori.
Ma sì, sembra tutto a posto, comunque infilo le mani nel groviglio di catene e, ahia! Mi sono fatta veramente male con un anello difettoso!
“Ehilà! Guarda chi c’è!” l’esclamazione mi prende alla sprovvista e mi giro di scatto… Il tipo a poca distanza da me si ritrae alzando le mani.
Devo avere sul viso un’espressione agghiacciante (il dolore alla mano!) per spaventare un tipo dal petto largo come un fusto di petrolio!
Aveva un aspetto incredibile, sembrandomi subito brutto, ma nel proseguo divenuto anche peggio… Era alto poco più di un metro ottanta, per almeno centotrenta chili di peso, il viso segnato da tagli formanti una specie di griglia. Lo si sarebbe potuto definire un gladiatore sopravissuto alle catacombe…
“Cosè, un trucco che hai sulla faccia? E dovrebbe farmi paura?” chiedo. 
Ovvia, non penserete non ne provassi di paura, vero? Voi non ne avreste avuto, trovandovi soli sul ciglio di un asteroide, in mezzo al nulla con un energumeno simile?
“Ti dovrebbe far capire qualcosa” fa lui.
“ Per esempio che hai perso molte risse. Ti vorresti rifare con me? non ci provare nemmeno!”
Lui ride a piena gola e ritorce “ Sei divertente, lo sai? Non sei di queste parti, non ti ci ho mai vista”.
Lo dice come fossimo in pieno centro di una qualunque città, o come io fossi l’unico elemento mancante nella sua vita….
Mi indica, ruotando il  busto, la specie di mezzo con il quale era volato fin quassù “ Ci vieni a fare un giretto?” Olalà, la bella e la bestia?
Butto uno sguardo, attraverso l’oblò, all’interno del catorcio: roba che neppure uno scarafaggio poco raffinato ci sarebbe entrato.
Ma tanto, fosse stato anche di un fasto extragalattico col fischio che ci sarei entrata io. E ora come la mettiamo?
Che m’invento? Gli racconto una storia? Che sono in attesa dello stormo caccia ricognitori?
Il cicalino del suo cellulare, (ma prende fin quassù?) in quel momento lo distrae. Si affretta a staccarlo dalla cintola e risponde, con una mano a imbuto per non farsi udire da me. Io spero sia la sua compagna, moglie o che altra, che lo richiama a casetta sua.
Finito di rispondere chiude, fissandomi con espressione enigmatica.
Mani sui fianchi attendo che decide di fare….
“Ora vado” e lo dice puntandomi l’indice “ ma ti ritroverò, stanne sicura!”
Lascio uscire il fiato che trattenevo e mi riempio di nuovo i polmoni.
Allungo il braccio verso di lui, con l’indice teso e il pollice rialzato, a imitazione di un’arma pronta a sparare.
Gli faccio uno dei miei migliori sorrisi “ Eh! Come no? Quando vuoi.” 
Scompare nell’abitacolo e si allontana velocemente, lasciandomi, (insomma diciamolo), abbastanza distrutta dalla tensione. Per stavolta, me la sono "scampata!"
Ho ripreso la navetta per il normale controllo a salvaguardia del glorioso vascello
Però! Un momento ci vedo una sagoma lì nei pressi. 
 
Sistema di vigilanza? Forse una multa in arrivo per parcheggio abusivo? Scassinatori in azione?
Macchè mi sembra il solito “baluba” della volta scorsa. E già, e non è solo…. Che fare? Due contro una? Bè, sia chiaro che l’annali non è una, “una” qualunque! No belli, ora v’aggiusto il pelo!
Apro il cruscotto in cerca di un’aiutino che li scoraggi almeno un po’. Frugo tra le cianfrusaglie, veramente non c’è molto da frugare perché scorgo subito un “oggettino” niente male! Lo prendo e l’applico alla coscia destra e allaccio il cinturino, dovrebbe fare un figurone, da vera “dura”! Con maestria scendo sull’asteroide sfoggiando un’azione da manuale.
I tipi mi guardano e si danno di gomito: “Ehilà, sei tornata giusta!” è Mr energumeno1 a parlare. Il suo aspetto se possibile, è ancora peggiorato…
“Giusto per cosa, tanto per sapere?” faccio spavalda.
“ Spiegavo al mio amico qui” pone una mano sulla spalla di un biondino slavato, piccolo e mingherlino, la barba mal rasata, una bandana nera attorno alla testa, un giubbotto nero imbottito e gli anfibi pure neri “.
Sfodera un ghigno che sarebbe dovuto apparire un sorriso di circostanza, dopo la presentazione.
Io li guardo impassibile e aspetto.
“Oh oh! Ma cosa è quel robo lì?” Indicava il “robo” legato alla mia coscia…
“Non riconosci un K-bar?” gli faccio?
Il grosso ride, come il solito a gola spiegata. Un tipo allegro a quanto pare!
“E che ci faresti con quello?” mi fa, in modo chiaramente canzonatorio.
“ Solitamente ci pelo le patate in cambusa, altrimenti , è, ovviamente, legato alla necessità…”.
Lui ride ancora più forte, mentre il piccoletto saltella come un furetto!
“Che ti avevo detto?” si rivolge all’imbelle al suo fianco “ non è un amore di ragazza? Con lei lo spasso è assicurato”.
 “Senti, bella bimba, che ne dici di divertirci un po’?” Inarco un sopracciglio aspettando la prima mossa.
(Ma sì, bello, fatti sotto che ti sistemo… Mi sto caricando.)
Arriva prima il piccoletto di slancio… lo afferro per un braccio, gli faccio lo sgambetto e gli pianto il gomito in mezzo alla schiena!
Emette un ululato e si cheta mettendosi in disparte: fuori uno!
Il grosso ora non ride più, aggrotta le sopracciglia e mi rivolge uno sguardo torvo: “ Ti piace il gioco duro, eh piccolina? Vieni da paparino che ti sculaccia il sederino!” Gli guardo le mani che sembrano due badili mentre passo in rassegna ogni tecnica di sopravvivenza acquisita.
Ora, farò la mia parte, forse finirò a pezzettini sparsi qua e là sull’asteroide, ma chi se ne frega, non sarò certo la sola…
E mentre mi compiango un pochettino per la sorte non tanto rosea, sbuca dal nulla un’astronave! Oh mamma! Che succede? Il brutto e lo sfigato  guardano e sbiancano, forse se la stanno pure facendo sotto, o non ne hanno il tempo perché un raggio luminoso fuoriesce da sotto l’oggetto enorme, li risucchia come fuscelli e in un attimo sono spariti all’interno! Con un sibilo l’astronave sale verticalmente e sparisce all’istante. Giurerei di aver visto una lucina accendersi e spegnersi, come una strizzatina d’occhio!
Ma allora  gli alieni son qui davvero! E ho pure capito come mai appaiono e scompaiono all’improvviso: usano lo Stargate come nel film!
Meglio filare,  tra poco potrebbero arrivare i nostri all’inseguimento degli ET.
E no,  troppo tardi miei cari! Chissà, la prossima volta toccherà a me?
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Re: Chi scrive e chi legge

Messaggio  Charade il Mer Apr 29, 2015 7:16 pm

Annali ha scritto:
da un racconto di VOLTAIRE, pseudonimo di Francois - Marie Arouét, drammaturgo, storico, filosofo francese. Del secolo dei LUMI. ( 1664 - 1778 )
VIAGGIO DI UN ABITANTE DI UN PIANETA LONTANO, SULLA TERRA. 
Micromegas, un gigante abitante di un pianeta 

Dal mare nostrum :
Come infinite cose scritte negli infiniti mari , ho scoperto (o riscoperto?) questo mediato racconto a cura e sintetica stesura di Mrs Green ,,,


Quel che nell'immediato potrei dire non sarebbe lusinghiero per questo autore che da altre parti mi convinse appieno con la seguente epidittica frase :
"Non condivido la tua idea, ma darei la vita perché tu la possa esprimere."


Ebbene , gli autori/attori di questo per me sofistico aneddoto sono una summa parziale dei rappresentanti dello scibile umano (matematici, filosofi laici e non,) dove come al solito c'è uno sparar a zero sulle ineludibili nefandezze dell'umana o terrestre vita (tipica del religioso bigotto che pensando che quello a cui sarà destinato sarà migliore , allora sputa nel piatto dove mangia) , a parte ciò quel che risulta più logicamente grave è la considerazione fallatamente sillogistica della generalizzazione in questo racconto elargita a piene mani -


Sillogismo tale e uguale ad un altro di contesto catto-clericale che trova la sua più alta (o bassa) espressione decadente nella seguente frase : se Adamo/Eva hanno peccato , allora tutti gli umani hanno peccato (?!?)


Incomprensibile , o a me indecifrabile l'epilogo simbolico su un libro bianco o dai microscopici caratteri vacanti ,,, se la commentatrice originale o avventori qui opzionalmente passanti , volessero adire alterne disvelanti versioni , gli sarei grato per interi eoni -
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Re: Chi scrive e chi legge

Messaggio  misterred il Lun Apr 20, 2015 11:29 pm

Annali, io vorrei che venissi di là non solo per leggere me, ma anche per scrivere affinchè noi possiamo leggere te.
Detto questo, sai quante pazzie si fanno o si sono fatte per amore? L'amore è quella cosa, anzi quel sentimento
che oltre a gioia e felicità  provoca delusione e sofferenza, però senza di esso non avrebbe senso vivere.
Ciao e buonanotte Annali.
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Re: Chi scrive e chi legge

Messaggio  Annali il Lun Apr 20, 2015 8:41 pm

No, Tino, leggi bene che le mie obiezioni sono rivolte a un lui che chiede a una cameriera di mollare il lavoro per seguirlo. A parte che le ragazze il lavoro quando ce l'hanno se lo tengono ben stretto, ma fidarsi di uno sconosciuto che se la vuole portare via non ci sta proprio. In modo soft ho avanzato il dubbio fosse lei un'oca, ma avrei voluto dirla matta incosciente...
 Lascia stare la tv, che non guardo nemmeno più, se vuoi scrivere racconti che siano almeno a passo con i tempi...I colpi di fulmine? Ti colpiscono al ristorante? Vabbè, come vuoi, cmq nel reale i ritmi marciano in tempi diversi...
Di "là"è piaciuto? Eh, ti credo, almeno sanno di cosa parlare visto che d'altro non saprebbero fare.
Alla prossima, stai tranquillo che ti verrò a leggere ancora .
Ciao, buona serata, Tinuzz   queen
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Re: Chi scrive e chi legge

Messaggio  misterred il Lun Apr 20, 2015 8:10 pm

Intanto ciao Annalì, era da un pò che non ci sentivamo. Sono stato preso dalla mostra e da altre piccole vicissitudini che tu sai e quindi ho potuto dedicare poco spazio agli amici per ora.
Ora, però dovrei avere più tempo.
P.s. Preparare la mostra è stato davvero faticoso, ma entusiasmante. Una esperienza assolutamente nuova.
E veniamo al tuo commento.
Recriminazioni? Assolutamente no, sai che il tuo parere mi è sempre utile e di conforto, perchè so che è detto con assoluta sincerità (e competenza).
Il tuo parere va in controtendenza a quanto detto dalle amiche e amici di là, che lo vorrebbero addirittura condito in salsa piccante. Chiaramente il piccante è un genere nuovo per me e quindi necessita di riflessione lunga e dettagliata.
Per quanto riguarda il tizio complessato o l'oca cui tu fai riferimento, io ho visto molte serie TV (e penso anche tu) in cui due persone dopo il primissimo incontro, finiscono in camera da letto. Ma potresti obiettare che quella sarebbe una "serie di TV" ma non una TV seria.
Io nel cosiddetto "colpo di fulmine" ci credo e non è nemmeno raro e d'altra parte non sono nemmeno rare le cosiddette oche.
Poi lui perchè sarebbe complessato? Ha visto una ragazza molto giovane ed attraente  ha perso la testa per lei. Tu giustamente ragioni da donna, gli uomini purtroppo spesso sono troppo sensibili al fascino femminile.
E poi, mica lui le ha chiesto di sposarla. E  l'amore sfugge ad ogni logica.
Comunque il tuo appunto lo conservo e come detto mi è utile, però io vado avanti; ricordi quando qualcuno mi osteggiava per i disegni? Io sono un testa dura e sono andato avanti e adesso ho realizzato una mostra. Quindi, i pareri li accetto e anche le critiche, però farò di testa mia.
Per quanto riguarda il genere poliziesco è tutto completamente nuovo per me e quindi da attenzionare in maniera rigorosa.
Sappi che chiederò sempre il tuo parere in merito.
Ciao
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Re: Chi scrive e chi legge

Messaggio  Annali il Lun Apr 20, 2015 12:30 pm

"Re: Chi scrive e chi legge
  misterred il Dom 8 Mar 2015 - 19:53

Finito questo, ne sto preparando un altro. Un genere simil-poliziesco, completamente diverso da questo.
Un "giallo-rosa". Non posso dire altro, per ora.
Il personaggio mi stuzzica......e penso anche i lettori.
Vedremo.
Sto scrivendo la trama."
Ne ho letti alcuni di là, e devo dirti sinceramente che quello che ti accingi a intraprendere non è il tuo genere. Certo si capisce sia nuovo per te, ma ti chiedo di fidarti di me. Lascia perdere il "poliziesco"... Chi ti risponde incoraggiandoti lo fa perchè è un solo modo di rendersi visibili e basta.
Troppo poco credibile pure quello dove il protagonista invita la cameriera a licenziarsi sui due piedi dal ristorante dove lavora, per seguire lui, entrambi sconosciuti l'uno all'altra, è di una forzatura fuori da ogni immaginale logica.  O lui è un sempliciotto complessato, oppure lei un'oca senza la minima percezione di quali pericoli vada incontro.
Sai bene che hai sempre avuto il mio sostegno, ma devi capire quando quello di altri sia sincero e appropriato.
Ciao, ti aspetto per le dovute "recriminazioni"...
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Re: Chi scrive e chi legge

Messaggio  Annali il Sab Apr 18, 2015 1:53 am

da un racconto di VOLTAIRE, pseudonimo di Francois - Marie Arouét, drammaturgo, storico, filosofo francese. Del secolo dei LUMI. ( 1664 - 1778 )
VIAGGIO DI UN ABITANTE DI UN PIANETA LONTANO, SULLA TERRA. 

Micromegas, un gigante abitante di un pianeta della stella Sirio, è convinto di essere un nano a confronto di altri abitanti di mondi lontani. 
Costretto a fuggire perché sospettato di eresia dalle autorità religiose, inizia un viaggio attraverso l'universo che lo trasporterà sino a Saturno. 
Qui incontra un abitante di quel pianeta, con il quale inizia un piacevole dialogo, ragionando di filosofia e geometria, trovando che la saggezza razionale rende possibile la conversazione anche tra gli esseri più diversi. 
Insieme partono e arrivano sulla terra, un pianeta piccolo e poco interessante, che si può visitare in poche ore, soffermandosi appena su "quel pantano, quasi impercettibile per loro, chiamato mediterraneo". 
Il saturnino si dichiara convinto che quel pianeta sia disabitato, essendo quel globo" mal costruito, irregolare e di forma ridicola". 
Per caso, i due viaggiatori scorgono una piccola imbarcazione e Micromegas la prende con delicatezza tra le dita. Dentro scorge alcuni passeggeri microscopici . 
Fra i due viaggiatori dello spazio e le piccole creature, inizia una difficile conversazione. 
Saturnino volle sapere se fossero sempre stati in quella miserevole condizione, se si moltiplicassero e se fossero felici. 
Il primo a rispondere è un matematico, perché la nave è carica di filosofi e scienziati: costui getta nella meraviglia il suo interlocutore, mostrandogli che è in grado di calcolare la sua altezza in pochi minuti a colpi di triangoli e trigonometria. E' un inizio classico: la scienza geometrica è la stessa per un saggio gigante e per un microscopico uomo. Galilei aveva affermato che nel modo di conoscere i triangoli non c'è nessuna differenza tra uomo e Dio. Micromegas inorridisce sentendo che su quel pianeta è in corso una guerra. 
"Ah" infelici! Mi vien voglia di schiacciarvi!" Grida sdegnato, ma poi si sente mosso a pietà per quella piccola razza umana, che si uccide per assurdo fanatismo ma dimostra conoscenza dell'universo e sanno scambiare utili informazioni sulle distanze stellari. 
Dopo gli scienziati è la volta dei filosofi: cosa hanno da dire sull'anima? 
Ogni scienziato è in possesso di terminologie oscure e di concetti tenebrosi. 
Per ultimo interviene un filosofo cattolico, che citando San Tommaso, afferma con arroganza" che tutto, le loro persone, i loro mondi, le loro stelle, i loro soli, erano stati creati unicamente per l'uomo della Terra". 
Micromegas scoppia a ridere, per la comicità delle parole in bocca all'invisibile atomo, rischiando di far affondare il vascello. 
Decide di scrivere lui un libro di filosofia, nel quale rivelerà il fine di tutte le cose e lo stende seduta stante a caratteri minutissimi. 
Ma quando gli uomini vanno ad aprirlo, si accorgono che le pagine sono tutte bianche. 
A me è piaciuto raccontarvi la storia, quali che siano gli insegnamenti che vorrete trarne, decidete voi, che avete avuto il tempo di leggerlo.


Ultima modifica di Annali il Lun Apr 20, 2015 8:53 pm, modificato 1 volta
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la sbronza del sabato sera (3° episodio, finale)

Messaggio  misterred il Dom Mar 15, 2015 1:53 pm

La sbronza del sabato sera – 3° episodio (finale)
Riassunto degli episodi precedenti:
Marco è stato lasciato da Anna, che è andata a convivere con un concessionario di automobili, squattrinato e donnaiolo.
Dopo la classica sbronza, Marco adotta un randagio e si dà alla pittura.
Interviene in una rissa, viene ferito e matura la decisione di farsi prete.
Don marco è in sagrestia, sta prendendo appunti per la messa di domenica mattina.
Il sagrestano bussa, e riferisce a Don Marco che una persona, anzi una signorina vorrebbe confessarsi.
Don Marco risponde al sagrista di farla accomodare al confessionale, lui arriverà subito.
Dopo avere chiuso il carteggio e averlo riposto nell'armadio, Don Marco, indossa la stola e si avvia verso la navata dove è posto il confessionale.
Una donna è già in ginocchio, in attesa, le si scorgono i piedi.
Un fremito scorre lungo la schiena di Don marco.
Apre la tendina e si siede recitando la formula di rito : “In nome del padre, e del Figlio e dello Spirito Santo”.
“Amen” risponde la ragazza dall'altro lato della grata.
Quel tono di voce, gradevole, inconfondibile, pur dopo dodici anni, Marco lo riconosce molto bene.
“Tu”? ( Don Marco)
“Si, io Marco, Don Marco”, risponde Anna, con un filo di voce.
Riprende : “Marco, desidero confessarmi, chiedere il tuo perdono”.
Marco : “Anna, io ti ho già perdonata” e adesso ti perdonerà anche il Signore”.
Anna : “Lo so, è stata una scelta sbagliata la mia, mi ero infatuato di quell'essere ignobile, che mi aveva circuita con false promesse di una vita da favola”.
Don Marco : “Anna, sappi che quando le cose sono troppo belle per essere vere non sono mai vere”. Troppo facile ottenere il successo senza sacrifici”.
Prosegue : “dimmi, cos'è accaduto poi? Che ha combinato quel tizio?”
Anna, racconta brevemente le sue disavventure. Il “tizio”, come lo chiama Marco, in realtà era un essere detestabile, senza lavoro e senza dignità.
Nei primi mesi si era mostrato gentile (per accaparrarsi la fiducia di Anna), ma poi era uscito il vero carattere; nullafacente, donnaiolo e dedito al gioco.
Lei se n'era accorta in tempo, ed era fuggita.
Aveva trovato rifugio in una casa famiglia. Avrebbe voluto contattarlo, ma lui (Don Marco) aveva scelto la via del Seminario.
Ma lo pensava sempre, ininterrottamente.
Marco, la interrompe dicendo : “anche io ti ho sempre pensata, sei stata l'unica donna cui ho voluto veramente bene, quella che mi faceva battere il cuore, e adesso mi fa tremare la voce”.
Anna : “A me tremano le mani” e appoggia il palmo della mano sulla grata, tacitamente chiedendo di sfiorare la mano di Marco”.
Marco, alza la mano e cerca la grata, ma poi si trattiene.
“Non posso, Anna, è troppo tardi, la mia vita non mi appartiene più, appartiene a “Lui!”.
Anna, replica, ritira la mano, la sua voce diventa più forte, più squillante : “Ma potremmo tentare di rifarci una vita, siamo ancora giovani, potremmo essere felici insieme”.
“No Anna, il nostro monte (luogo dove andavano spesso) non ci vedrà più insieme”. Ho riflettuto a lungo, la mia vita ormai l'ho affidata ai poveri, ai bambini di strada, a coloro che non hanno voce e sono sempre maltrattati ed emarginati.
“Però, voglio farti un dono”. Continua Don Marco, mettendo la mano in tasca.
“Quale? Dice Anna.
“Ricordi, quella sera? Io mi ubriacai, e la notte la passai nei pressi della torre, e li ruppi l'ultima bottiglia. I cocci li raccolsi e buttai nel contenitore. Salvo uno piccolissimo, che ho incastonato su
questa catenina che tu mi avevi regalato per il mio compleanno e che ho tenuto sempre con me. Adesso, te la do in dono” e gliela porge attreverso la tendina del confessionale. Anna, la prende e la stringe chiudendo il pugno.
“Anch'io ti faccio un dono”, replica Anna.
“in questo cofanetto, c'è una ciocca dei miei capelli, ti ricorderà di me” e gliela porge scostando leggermente la tendina.
Marco esce la mano per prendere il cofanetto, si sfiorano, i loro cuori battono a mille all'ora, vorebbero stringersi le mani, ma poi entrambi si ritraggono.
Don Marco, recita la formula di rito e assolve Anna e non le assegna nessuna penitenza.
Anna : “Marco, Don marco, mi scorderai? Mi penserai?
Marco : “Mai ti scorderò, ti penserò sempre”.
Poi, scosta la tendina, e si avvia verso la canonica, i suoi passi rimbombano nella chiesa semivuota, mentre Anna rimane a capo chino; poi si avvia verso l'uscita stringendo in pugno il dono di Marco.
FINE
(by sanvass, personaggi e storia di fantasia, nessuna attinenza con fatti reali).
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Re: Chi scrive e chi legge

Messaggio  misterred il Dom Mar 08, 2015 9:55 pm

Annali ha scritto:
Perchè, per aiutare il prossimo uno deve farlo vestito da prete?
Per il volontariato si, si può fare naturalmente senza saio o abiti talari, dedicando parte del proprio tempo ai bisogni degli altri. Ma se diventa "missione" è bene (secondo me) lasciare tutto, sganciarsi dalle cose materiali che potrebbero distogliere dal vero senso della missione.
Il cristo non ha mai detto di chiudersi nei seminari o nei conventi vestendo l'abito talare.
Anche questo è vero, ma Gesù e gli apostoli vivevano insieme e Gesù che insegnava loro la missione di mandarli per il mondo. Poi, anche S.Francesco, pur non essendo sacerdote (e non volle esserlo) viveva in un convento con i confratelli. Per il seminario c'è da dire che l'organizzazone della Chiesa cattolica lo richiede per verificare la reale vocazione (discernimento) del seminarista.
Anche senza tonaca che gli concede molti privilegi, il tuo personaggio poteva andare negli ospedali a confortare i tanti bimbi che soffrono, oppure andare a rendersi utile nei centri dove il "poveri" vanno a mendicare. 
Hai ragione, molti lo fanno e molto meglio di alcuni pseudo-religiosi.
Comunque hai ragione su di me: non mi piacciono i preti e i falsi/e, predicatori.
Nemmeno a me piacciono le persone false, che siano preti o sagrestani.
Insomma, devo ritenere che il motivo della decisione di Marco di darsi alla vita sacerdotale è stato aver ricevuto una specie di stimmate? (:le ferite ai palmi delle mani...) 
Marco ha letto in quell'episodio quale fosse la vita che lo aspettava; sicuramente avrebbe scelto la stesso la strada da percorrere, Le ferite ne hanno soltanto reso possibile l'anticipazione dei tempi.
Ho letto un'ultima parte nell'arcobalenato: sembra stia ricomparendo Anna... e qui vorrei vedere dove la "vocazione" di Marco finirà.
Si, Anna ricomparirà e sarà un guaio per Marco che..............(lo scopriremo)
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Re: Chi scrive e chi legge

Messaggio  Annali il Dom Mar 08, 2015 8:23 pm

Perchè, per aiutare il prossimo uno deve farlo vestito da prete?
Il cristo non ha mai detto di chiudersi nei seminari o nei conventi vestendo l'abito talare.
Anche senza tonaca che gli concede molti privilegi, il tuo personaggio poteva andare negli ospedali a confortare i tanti bimbi che soffrono, oppure andare a rendersi utile nei centri dove il "poveri" vanno a mendicare. 
Comunque hai ragione su di me: non mi piacciono i preti e i falsi/e, predicatori.
Insomma, devo ritenere che il motivo della decisione di Marco di darsi alla vita sacerdotale è stato aver ricevuto una specie di stimmate? (:le ferite ai palmi delle mani...) 

Ho letto un'ultima parte nell'arcobalenato: sembra stia ricomparendo Anna... e qui vorrei vedere dove la "vocazione" di Marco finirà.
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Re: Chi scrive e chi legge

Messaggio  misterred il Dom Mar 08, 2015 7:53 pm

Finito questo, ne sto preparando un altro. Un genere simil-poliziesco, completamente diverso da questo.
Un "giallo-rosa". Non posso dire altro, per ora.
Il personaggio mi stuzzica......e penso anche i lettori.
Vedremo.
Sto scrivendo la trama.
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Re: Chi scrive e chi legge

Messaggio  misterred il Dom Mar 08, 2015 7:11 pm

Immaginavo la tua considerazione.
Però riflettici, non in virtù della delusione amorosa, ma del suo grande impegno verso l'umanità.
Perchè poi pessima? Non tutti i sacerdoti sono come li immagini tu, burocrati o scansafatiche
o amanti del lusso e del potere.
C'è chi ci crede veramente negli ideali cristiani e il loro impegno a favore dei più deboli
e degli emarginati è significativo.
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Re: Chi scrive e chi legge

Messaggio  Annali il Dom Mar 08, 2015 1:15 pm

Marco decide di entrare in Seminario?? Pessima decisione, avrei supposto un finale migliore... No
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Re: Chi scrive e chi legge

Messaggio  misterred il Dom Mar 08, 2015 11:38 am

Questa seconda parte lo so è un pò forte, ma vi prometto che la terza sarà molto più romantica.
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La sbronza del sabato sera (2a parte)

Messaggio  misterred il Dom Mar 08, 2015 11:36 am

IL RACCONTO DELLA DOMENICA : La sbronza del sabato sera 2 parte :
Riassunto : Marco è stato lasciato da Anna. Si è preso una sbronza per dimenticare e ha trovato un cagnolino, che terrà con sè finchè.....
SECONDA PARTE :
Da quel sabato sera sono passati dodici anni, Marco non è più un ragazzo ma un quarantenne, sempre attraente, alto e molto gentile. Però, adesso non è più marco, ma "Don Marco", giovane prete di una parrocchia di Periferia, vicino al degrado e al malessere sociale.
Come mai è divenuto un sacerdote. Ascoltate.
Ricordate la sera della sbronza? Bene, aveva trovato un cagnolino che gli si era affezionato. Lui l'aveva preso con sè.
Aveva continuato il suo lavoro e gli era venuto l'hobby della pittura.
Un sabato, mentre era nei pressi della torre (all'estrema punta della città) e stava dipingendo kil paesaggio, sente delle urla concitate. Due tizi, dalle parole stanno passando alle mani. Urlano, si offendono, si scaglianoi l'uno contro l'altro.
Marco, in un impeto di eroismo corre verso di loro, si frappone tra di loro gridando a voce alta : "In nome di Cristo, fermatevi"!.
I due, straniti da quella presenza e da quelle parole, hanno un attimo di esitazione e si fermano a guardarlo. Uno dei due si calma e si ritrae, l'altro, sulle cui mano era spuntata un'arma (un cacciavite, o un coltello, non lo sapremo mai), invece si scaglia contro marco e tenta di trafiggerlo. Il cagnolino si accorge che il suo padrone è in pericolo e lanciandosi verso l'aggressore gli azzanna la mano; ma il malintenzionato con un calcio lo allontana e tenta ancora di pugnalare Marco, che però si difende parando il colpo con il palmo della mani aperte. Il coltello (o ciacciavite) gli infilza e trapassa entrambi i palmi forandogliele abbastanza gravemente . L'aggressore, alla vista delle ferite inferte, fugge via lungo il viale, ma ad attenderlo c'è una pattuglia di Carabinieri che lo blocca e lo arresta.
Intanto, l'altro uomo della lite, che aveva assistito da lontano alla scena, impaurito si avvicina a Marco, che frattanto è sanguinante alla mano e giace per terra.
"Chiamo una ambulanza" dice, che meno di dieci minuti dopo è gia sul posto.
Mentre infilano la barella su cui è posto Marco dentro la vettura di soccorso, il tizio, sorride a Marco e gli dice sottovoce : "Grazie, mi hai salvato la vita; quella coltellata sarebba stata diretta verso di me". Marco vorrebbe stringerli le mani , poi se le guarda e si accorge che presentano sotto la fasciatura due grossi fori proprio sul palmo delle mani. Gli rimbomba quella frase da lui proferita prima che lla lite degenerasse : "In nome di Cristo,fermatevi".
Non lo sa ancora, ma ha già deciso, la sua strada sarà il Seminario".
Così sarà e così diventerà Don Marco.
Marco, prima di addormentarsi sedato, chiede all'infermiere notizie del suo cane, e l'infermiere risponde scuotendo la testa e con una smorfia della bocca.
Ulula la la sirena ementre l'ambulanza corre veloce verso il pronto soccorso.
Ma, Anna intanto che fine ha fatto? Lo scopriremo la prossima domenica, nella terza ed ultima parte.
FINE SECONDA PARTE.
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la sbronza del sabato sera (dai racconti di Tino)

Messaggio  misterred il Mer Mar 04, 2015 1:44 pm

Il racconto (breve) della domenica.
LA SBRONZA DEL SABATO SERA.
Marco (28 anni) e Anna (21) erano stati insieme all'incirca 1 anno e mezzo. Poi, quel sabato pomeriggio di novembre si erano lasciati.
Lei si era messa un con concessionario di automobili. Da sempre infatti era affascinata dalle auto di lusso. Il concessionario in realtà era squattrinato, macchine non ne vendeva a causa della crisi, però le utilizzava a fini propri per conquistare le belle ragazze.
Marco aera un ragioniere ed avevo un negozietto di prodotti informatici che però non gli andava molto bene, nonstante fosse bravo e preparato nel suo mestiere.
Anna era diplomata, ma aspirava a fare la fotomodella.
Si erano voluti bene, poi era entrato nella vita di Anna quel concessionario e tutto era cambiato tra loro.
Quel sabato, lei gli aveva annunciato la fine del loro rapporto e se n'era andata.
Come fanno (quasi sempre) tutti i maschi, Marco era rimasto in silenzio dentro la sua auto (dopo che Anna era scesa), poi la sera, aveva cominciato ad entrare ed uscire dai locali notturni, bevendo ogni genere di liquori per cercare di dimenticare quella brutta storia finita anzitempo e contro la sua volontà.
Alle tre di notte, il titolare del locale lo aveva scaraventato fuori in malo modo. Lui era quasi ubriaco fradicio. Si alzò, tra un singhiozzo ed un altro, imprecando alla luna la sua rabbia mista di tristezza.
Poi, barcollando, anzi ondeggiando paurosamente, si incamminò, reggendosi qua e la ai muri delle case, o a qualche lampione, e con l'altra mano reggeva una bottiglia con all'interno quel poco di contenuto scuro, che avrebbe dovuto fargli dimenticare la triste esperienza vissuta.,
pian piano arrivò alla torre in fondo alla città. Avrebbe voluto sedersi su quel sedile che loro di solito, il sabato sera utlizzavano per chiacchierare e scambiarsi effusioni.
Era occupato però da un'altra coppietta. La guardò con un pizzico di invidia e nostalgia, poi, appoggiò le spalle al muretto e si accovacciò per terra.
Portò la bottiglia alla bocca, ma era vuota, completamente vuota, il residuo contenuto si era versato per strada durante il cammino.
La lanciò verso il muretto di fronte e la bottiglia si frantumò in mille pezzi, rilasciando il caratteristico suono di una cristalleria che si spezza e si rompe.
Poi, stanchissimo, si addormentò, al chiaro di quella luna, che ormai per lui non aveva nulla di romantico.
L'infomani mattina, anzi qualche ora dopo, un timido raggio di sole lo sveglò; con la mano destra cercò la bottiglia. Aveva il classico cerchio alla testa, tipico di chi è stato preda di una bella sbronza notturna.
Non trovò la bottiglia (che aveva frantumata nella notte), ma trovò la peluria di un cagnolino randagio, che nella notte si era accucciato insieme a lui e gli aveva tenuto compagnia mentre lui dormiva.
Lo accarezzò. Chi sei disse? Come ti chiamì? Il cane rispose con un guaito e scodinzolò; era contento aveva trovato un nuovo padrone.
"Bene", disse Marco, "starai con me", al posto di quella "str...." ma non proseguì la frase.
"ti chiamerò..........venerdì". Poi ci ripensò, quel nome era stato utilizzato già da qualcun altro.
Poichè era domenica mattino, decise di chiamarlo "domenico" con la c minuscola s'intende, dato che era un cane.
Si alzò, vide i cocci frantumati della bottiglia, e molto educatamente e civilmente, prese un cartone che giaceva per terra, e con esso raccolse i cocci, tutti, e li buttò dentro il contenitore. "No sia mai, che mi òrendano per un maleducato e incivile cittadino".
Si incamminò verso casa, domenico lo seguiva tutto lieto.
Aveva perso una ragazza, ma aveva trovato uncagnolino per amico.
Chissà, forse ci aveva guadagnato.
FINE
P.s. come dite? Volete sapere il prosieguo della storia? Ci penserò e ve la raconterò.
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Re: Chi scrive e chi legge

Messaggio  Annali il Gio Feb 12, 2015 10:41 pm

Stasera scrivo io, a leggere qualcuno ci sarà...

RIFLESSIONI                     Dai miei racconti del mistero
 
La prima ad arrivare è stata Emma. Non la vedevo da qualche anno e per la verità la sua presenza mi stupisce alquanto. In passato siamo state molto legate, prima che, una serie di incomprensioni e disaccordi vari, limitassero i nostri rapporti allo stretto indispensabile.
Mentre si avvicina, avvolta dal profumo penetrante che da sempre si ostina a usare, non posso fare a meno di provare un notevole fastidio. “Quella “ragazza” non imparerà mai” penso contrariata, eppure avrebbe potuto apparire carina, persino sposarsi, se solo fosse stata in grado di valorizzarsi.” Sento tintinnare i braccialetti mentre solleva il braccio per sistemarsi gli occhiali sopra la testa, come sembra vada di moda. Dico sembra, poiché non mi sono mai preoccupata di approfondire simili dettagli. E poi, a giudicare dal soprabito pesante che indossa, non dovrebbe essere una giornata tanto soleggiata da giustificare gli occhiali scuri. Con le tende tirate e la stanza in penombra, non riesco a capire come sia il tempo fuori.
A parte che, comunque sia, io, un po’ di freddo, me lo sento nelle ossa.   
È quasi giunta davanti a me e la vedo estrarre dalla borsa, rigorosamente firmata, come del resto ogni abito o accessorio che indossa, un fazzolettino ricamato con le sue iniziali. Si soffia il naso con discrezione ed emette un debole singhiozzo (tutte le sue azioni sono misurate e ispirate alla più garbata discrezione), tuttavia non una sola lacrima scende dai suoi occhi.
Si china verso di me, tanto da farmi temere che sia intenzionata a baciarmi. Fortunatamente ci ripensa, con mio grande sollievo. Non aveva lesinato con il rossetto e le sue labbra, di un rosso scarlatto, apparivano simili a un’impressionante ferita.
Ondeggia leggermente risollevando il busto e sposta la borsetta da un braccio all’altro. Dalle dimensioni, giudico che non dovrebbe pesare tanto da affaticarla. A meno che, non contenga un’arma completa di almeno una dozzina di proiettili di grosso calibro.
È sempre stata ossessionata dal timore di subire aggressioni, tanto da fantasticare, in certi momenti, sulla necessità di assumere un  “bodyguard”.
Uno scalpiccio di passi affrettati nell’atrio distoglie da me la sua attenzione e con un sommesso farfuglio la vedo precipitarsi nelle braccia della nuova arrivata, la cugina Ornella.
Ornella, la vanitosa e superficiale. Ha superato da parecchio tempo i quarant’anni, ma credo che lei sia tenacemente convinta di averli invece dimezzati. Veste casual come una ragazzina e si comporta di conseguenza. Penso che Elisa, la figlia diciottenne, la detesti per questo. Infatti, evita accuratamente di portare gli amici a  casa.
 Al contrario, Carlo, il marito, un sant’uomo, chiude un occhio e la lascia fare, purché possa gestire il telecomando e razziare la dispensa e il frigorifero a suo piacimento. Lui è il classico, tranquillo, imperturbabile, “pantofolaio”.
 Deve essergli costato un enorme sforzo, lasciare la rassicurante atmosfera del suo salotto per questo improvviso e inopportuno “ contrattempo”. Non posso fare a meno di costatare, però, che una volta tanto, è riuscito ad abbinare la cravatta giusta al colore della camicia. Peccato non abbia saputo fare altrettanto con giacca e pantaloni. Ma, in fondo, deve aver pensato che  non mi sarei certo potuta formalizzare per questa sua assenza di armonia estetica.
 Si guarda attorno smarrito, chiaramente a disagio e dal modo con cui evita accuratamente di volgere lo sguardo nella mia direzione, capisco che avrebbe preferito trovarsi in qualsiasi altro posto, per esempio appeso a un paracadute, mentre scende vorticando sopra una distesa di cactus. In un certo senso lo capisco: se solo potessi scegliere, e giuro che lo vorrei tanto, anch’io preferirei essere in tutt’altro posto. Magari nella cabina di una lussuosa nave da crociera, in partenza per quel famoso viaggio tanto sognato e sempre rimandato.
Il mio povero marito lo ripeteva spesso: “ Adele, se desideri fare una cosa, falla subito, non restare ferma a pensarci troppo, altrimenti con la tua eterna indecisione finirai col farti spuntare le radici sotto le piante dei piedi.”
Aveva ragione, lo riconosco. Voglio dire, sul fatto che non avessi sempre le idee ben chiare nei momenti risolutivi. Altro che radici sotto i piedi! Avrei potuto far spuntare tanta vegetazione da uguagliare quella della foresta amazzonica!
In ogni modo un viaggio lo farò comunque. In un certo senso direi, è già cominciato.
Devo essermi distratta troppo a lungo perché mi accorgo che ora altra gente si è unita alle mie “ care” cugine. Dall’atrio mi giungono alcune voci, non propriamente pacate, anzi, direi che sia in corso un vero e proprio alterco. La voce che sovrasta tutte le altre, stizzita e indignata, è quella di mio nipote Augusto. Alla fine è riuscito a trovare il tempo per una visita alla vecchia nonna! Come avrebbe potuto mancare? Proprio oggi? In qualunque parte del mondo si fosse trovato, non avrebbe esitato un solo istante a mollare tutto per trovarsi qui, davanti a me, insieme alla “famiglia” riunita.
Gli anni trascorsi ad aspettare una sua visita sono calati sul mio cuore come colpi di maglio, e la sua assenza l’ha reso vuoto e silenzioso. Solamente qualche sporadica cartolina, giusto per farsi ricordare. E per farmi piangere di nostalgia. Nostalgia di un bimbetto che mi abbracciava e mi ripeteva: “Ti voglio bene, nonna!”.
Si dovrebbe impedire ai bambini di crescere, diventare adulti e spezzare il cuore  alle loro nonne. O, magari, le nonne dovrebbero evitare di affezionarsi tanto a loro.
Nell’atrio l’alterco continua e le voci si sovrappongono rabbiose. Nessuno bada a me, come  fossi una semplice presenza casuale, accidentale, addirittura non essenziale per le loro esternazioni rabbiose.
Mi sorge il dubbio che abbiano atteso questo giorno per regolare i  conti in sospeso, per rinfacciarsi  a vicenda i torti subiti e rivendicare i propri diritti.
A ben guardare avrei anch’io qualcosa da ridire su di loro, ma dopotutto, non sarebbe il momento adeguato. Non potrei assolutamente avere voce per farmi valere. O sentire.
Per esempio, prendiamo Ornella: mi ha rubato il fidanzato e nonostante ciò è stata lei a non rivolgermi più la parola, quando si è accorta che, il furto, aveva deluso le sue aspettative.
 Già, perché Carlo, suo marito, era il “mio” fidanzato. In sostanza, comunque, insieme al fidanzato ho perduto anche una cugina carissima, alla quale ero legata da un sincero affetto.
Ora, al coro di voci, si sono aggiunte quelle di Angela, Fabio, Gianni, Marisa, Alessio. Tutti cugini di primo e secondo grado, forse qualcuno di grado più lontano, ma cresciuti insieme, vicini  in ogni ricorrenza. Come una grande famiglia. Morti i loro genitori, compresi i miei, le nostre strade si sono divise e tutto quanto di bello e di buono avevamo profuso all’interno della famiglia, è andato sprecato. Disperso.
Abbiamo permesso ai nostri sentimenti di languire, come foglie marcite ai limiti di un pantano, anziché continuare ad alimentarli con la tenacia dell’affetto e della comprensione per le reciproche debolezze.
E l’odore esalato da quel pantano ha fatto si che le nostre esistenze si allontanassero le une dalle altre, come binari mai percorsi dallo stesso convoglio.
Adesso, eccoli qui, davanti a me, tutti un poco più vecchi  di come li ricordavo. Forse qualcuno di loro, mi auguro, un poco più saggio.
Nessuno grida più. Sento i loro passi mentre si avvicinano in silenzio. Posso quasi sentire i loro pensieri. Fantasticare sulle loro considerazioni.
In ognuno di loro ravviso sentimenti diversi, di rammarico, di tristezza, di dispiacere, forse anche di pietà. Chissà, in momenti come questi….
Riesco persino a immaginarli tesi nello sforzo di ricercare, tra le pieghe della loro coscienza, sotto gli strati di rancori mai del tutto dimenticati, tracce di quell’affetto che ci aveva unito un tempo.
Qualcuno, sono in quattro, se non sbaglio, si fa largo tra di loro, con modi adeguatamente dolenti e nel frattempo professionali. Vestono abiti impeccabili, rigorosamente scuri.
I miei parenti, tutti, si spostano, fanno ala.
Augusto piange, Ornella singhiozza, Emma si soffia con discrezione il naso e Carlo continua a sentirsi fuori posto.
Forse il loro dolore è autentico, o forse no. Comunque è troppo tardi, troppo tardi per tutto. Le cose rimaste incompiute probabilmente continueranno a perseguitarli.
Ed è tardi specialmente per me, per scoprire quanto mancherò loro.
Chiudete, chiudete pure.
Le viti sfrigolano, entrando lentamente nel legno, lucido e intagliato con cura.
L’ultima eco del mondo che lascio.
 
   ANNALI
      


Ultima modifica di Annali il Ven Dic 16, 2016 2:51 am, modificato 2 volte
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