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"Il secchiello...il mare...la sabbia"®II

Messaggio  eroil il Dom Feb 19, 2017 5:36 pm

"...lei raccolse due frutti e addentandone uno offrì l'altro al compagno e mangiando
continuarono il cammino..."
Il nuovo ciclo:10.000 anni dopo...

Il mare.

Sto comodamente sdraiato al sole del pomeriggio innoltrato quando un'ombra si frappone
tra me e il mio tentativo d'abbronzarmi, apro un occhio ciò che vedo mi fa spalancare anche
l'altro...ai piedi della mia sdraio c'è una splendida ragazza in bikini che mi guarda divertita
della mia espressione di sorpresa, senza darmi possibilità di reazione esclama -Capitano Brass,
deve presentarsi dal Colonnello Miller- dico -Ma...- accenna ad un saluto e s'incammina, fatti
due passi si volta e con l'espressione di una che sta per scoppiare a ridere aggiunge un perentorio
- Subito!- per alcuni secondi resto basito ad osservare il suo lato B che si allontana...sono in licenza
e l'unico a sapere dove mi trovo è il Colonnello, come fa quella a sapere chi sono? Mi riprendo
e raccolgo in tutta fretta le mie cose per cercare di raggiungerla voglio una spiegazione, ma quando
m'appresto a lasciare la spiaggia è già sparita.
Sto riponendo la sacca nel bagagliaio della mia autolev quando mi si affianca l'ultimo modello
di una moto a levitazione, la parte frontale del casco del pilota si solleva e appare il viso della
ragazza, questa volta serio -Dimenticavo- dice -non al federal office ma al ministry of interior
il Colonnello è dal Generale Rosberg...ci vediamo.- con un sorriso mi fa l'occhiolino e parte a razzo.
É troppo; se è uno scherzo...salgo in auto e per prima cosa interpello la AI per il remote control
che lascio sempre attivo la foto digitale della ragazza è nitida, il riconoscimento mi arriva all'istante
per cui parto anch'io a razzo.
La leggiadra fanciulla è il Tenente Ellen Rosberg la nipote del Generale ed oltre ad essere un valente
collaudatore d'aerei fa parte dell'intelligence governativa presieduta appunto dal nonno il generale
Orazio Rosberg. Ecco perché sa chi sono anche in costume da bagno.

In poco più di mezz'ora sono a destinazione nel parcheggio sotterraneo del ministero, sopra
di me si eleva un enorme complesso di uffici modernissimi ma la mia destinazione è il lato più antico,
si dice risalente agli albori della nostra nazione, ed in effetti quando esco dall'ascensore mi ritrovo
in uno spoglio corridoio di pietra grezza al termine si apre una vasta sala ai cui lati si dipartono
altri corridoi, meno in uno dove vi è una porta antica quanto il palazzo, a lato della porta una scrivania
occupata da un graduato, mi avvicino e dato che non sono in divisa prendo fiato per annunciarmi,
ma l'ufficiale mi previene ed esclama -É atteso Capitano Brass...può entrare- incomincio ad innervosirmi
pare che ultimamente tutti sappiano chi sono e cosa devo fare, accenno ad un saluto, apro
la porta ed entro.
La stanza è enorme, con alle pareti scaffali colmi di libri, al centro un emiciclo per le riunioni,
alla destra contro l'unica parete nuda da un rialzo di tre scalini si erge l'antico trono sormontato
dallo stemma nazionale, una figura femminile vestita con una lunga tunica nell'atto di leggere
una pergamena, si dice che sia l'antica rappresentazione della libertà...ma è stranamente
illuminata, come se pulsasse di luce propia.

Continuando a fissare lo stemma mi avvicino alla scrivania sita all'inizio degli scalini dietro
la quale dando le spalle al trono è seduto il Generale Rosberg diretto superiore del mio capo
il Colonnello Miller.
Di fronte alla scrivania vi sono tre sedie, alla mia destra è seduto il mio capo, alla sedia di sinistra
è appoggiata il Tenente Ellen, quella in centro è vuota, presumo sia per me.
Arrivo all'altezza delle sedie e rivolgendomi ai miei superiori, sfoggiando il mio migliore saluto militare,
esclamo:
- Capitano Brass a rapporto - - Comodo - esclama il generale - L'insolita richiesta della sua presenza
da parte del Tenente è che era l'ufficiale raggiungibile telefonicamente più vicino a lei in quel momento-
imbarazzato cerco di giustificarmi, - Sono in lice...- mi interrompe - E comunque dovrete collaborare 
abbiamo un'emergenza, come vede lo stemma si sta illuminando e ciò vuol dire, come presumo anche
lei sappia, che un pericolo si sta avvicinando per cui ho deciso che l'agenzia investigativa politica
e quella militare collaborino per scoprire chi o cosa ci minaccia-
Il fatto che lo stemma si stesse illuminando è impressionante e pensare che l'avevo sempre
considerato un evento mitologico.
A quel punto il Generale si rivolge al mio capo - Colonnello metta al corrente il Tenente
e il Capitano dei rapporti giunti da Lun.- il Colonnello è esplicito:
-Due giorni fa, è apparso nell'orbita del pianeta gassoso Lemur un oggetto non identificato
pare un veicolo spaziale ma non ne ha le caratteristiche, almeno, quelle a noi note in
contemporanea lo stemma ha iniziato ad illuminarsi- chiedo -Cosa intende per caratteristiche?-
-É a forma piramidale, viaggia in posizione verticale ed è completamente nero, se non fosse
stato per la luce riflessa da Lemur non l'avremmo notato.-
Interviene il Generale e rivolgendosi a me e al Tenente, -Bene signori, mettetevi al lavoro
pianificate un intervento da Lun, tutto ciò che vi serve lo potete ottenere usando questa
scrivania, io e il Colonnello abbiamo una riunione di stato al parlamento.- Cio detto uscì
seguito dal mio capo, rimasti soli io e Ellen ci avviciniamo alla scrivania, esclamo tendendo
la mano - Visto che dobbiamo collaborare...Steve, tu sei Ellen, suppongo.- lei con un sorriso
esclama -Supponi bene Steve...- e mi stringe la mano...

La cosa...la luce mi avvolge e con me anche l'altra entità...la fusione mentale è istantanea...
siamo un tutt'uno e contemporaneamente due entità un déjà vu...un viso di donna
un...contenitore, la consapevolezza delle mie e sue capacità...poi uno schiocco, siamo di nuovo
nell'ufficio, Ellen prende il telefono e si mette in contatto con l'areoporto spaziale, io mi dirigo
verso gli ultimi scaffali prima della scrivania premo la copertina di un libro e con uno scatto
si apre una porta, entro in una stanza piena di macchinari, mi avvicino ad un conpiuter  digito
una sequenza di cifre e lettere, premo il tasto d'invio, una nicchia si apre e da essa esce
una figura umana, è un androide completamente nudo e assessuato.
Apre un armadietto e si veste con una tuta che pare metallica, e dice -Sono Ny1 signore,
al suo servizio- -Bene andiamo- e usciamo dalla staza.
Ellen è ancora alle prese con il telefono, alza lo sguardo ed esclama -Ciao Ny1- poi rivolta a me
-Abbiamo un problema non ci sono navette disponibili...- -Non puoi usare quella che hai collaudato
ieri?- -No, manca un componente per il volo spaziale...- -Quel componente sono io- esclama Ny1
io e Ellen ci guardiamo ed esclamiamo -Bene andiamo-.
Uscendo guardo verso lo stemma, ora è completamente illuminato e la figura non è più vestia
con una tunica ma indossa una strana armatura e tra le mani ha un'oggetto affusolato che sembra
stia per spiccare il volo, l'insieme, anche se ora so cosa rappresenta, mi fa accapponare la pelle.

"...lei raccolse due frutti..."

la sabbia

Siamo in macchina e stiamo andando verso l'astroporto, sono confusa e ho chiuso la mente,
voglio pensare...Steve mi guarda, se n'è accorto, poi si concentra sulla guida.
La luce, sapevo di aver gia vissuto quel momento ma ero un'altra non ero io
poi la cognizione del libero arbitrio totale, non dovevo dare spiegazioni del mio operato a nessuno
...dovevo sapere se anche Steve, riapro il contatto con lui...la sensazine di unità mentale, 
un "si come te" non detto...pensato.
Ora so...ce la faremo.

Sulla navetta c'è giusto il posto per tre, Ny1 estrae da una tasca della sua tuta altre due tute,
-Indossatele, il casco è incorporato- lo guardo - ma come...-  -Lascia stare- dice Steve intanto
Ny1 si collega al sistema di navigazione.
Ci sediamo sulle poltrone antig e allacciamo le cinture, -Pronti?- uno strappo poi la mancanza
di peso, - Siamo in orbita, tra mezz'ora saremo a base lun - dice Ny1 - Ma quando l'ho collaudata
non era così veloce - esclamo stupita - Mancavo io - dice in tono neutro Ny1 Steve sorride tranquillo.

Base lun, un lungo corridoio metallico al termine del quale in un ampia sala vari monitor con
vedute lunari, ma soprattutto il pianeta gemello della terra è tra noi e mars, è piu piccolo
ma uguale alla terra con atmosfera e acqua e vita, il comandante della base si avvicina,
- Tenente, Capitano benvenuti abbiamo un problema - -di che tipo- chiede Steve -
-quella cosa è appena atterrata su Eartwod- penso "Steve dobbiamo andare la" "Si, e alla svelta"
in quel momento suona l'allarme, -qualcuno sta cercando di sabotare la sala generatori- esclama
il comandante, "Andiamo a vedere" e corro fuori Steve e Ny1 mi seguono, -Ny1 le armi- urla Steve,
con indifferenza l'androide estrae dalla tasca dei miracoli due oggetti e ce li consegna -il pulsante
di sparo è quello rosso, non necessitano ricarica- al primo incrocio diventiamo un bersaglio facile,
le tute respingono i proiettili ed un casco protettivo mi copre il capo e il volto ha pure il mirino
incorporato, un uomo avvolto in una spece di nebba scura mi si para davanti, premo il pulsante
e un raggio di luce lo colpisce in pieno petto.
"Ehi funziona!" "Benvenuta nel futuro" pensa Steve "spiritoso..." all'incrocio sucessivo c'è la sala
generatori, ma troppi nemici ci impediscono di accedervi -aspettate ci penso io- esclama Ny1
due passi ed è nel mezzo dell'incrocio indifferente ai colpi che riceve allarga le braccia, dalle mani
scaturiscono due fasci di luce bianca, è un attimo si sente solo il rumore dei corpi che cadono
-Li hai uccisi?- no Ellen -sai che non posso far del male agli esseri umani, sono solo addormentati,
ne avranno per qualche ora, sarà meglio legarli- -Ma come sono entrati?- chiede Steve -C'erano già
qualcuno li controlla, dobbiamo andare su Earthwod e in fretta- esclama Ny1.

Due giorni di viaggio anziché due mesi...penso a quante cose si potranno fare con la tecnologia
di Ny1, il pensiero di Steve mi riporta alla realtà "Sempre se ci sarà un poi..."
Il pianeta è quasi del tutto avvolto in quella specie di nebbia nera, atterriamo in una spiaggia
scendiamo dalla navetta, alle nostre spalle il deserto.

In lontananza lungo la siaggia avvanza l'oggetto piramidale avvolto in spirali nere -E adesso?-
chiede Steve, imperturbabile Ny1 estrae dalla navetta due oggetti, me ne porge uno, una spece
di siluro in miniatura, - Tieni Ellen, arretra sino a quella duna e aspetta, quando illuminerò
la piramide lanciaglielo contro-

Come ho l'oggetto tra le mani la mia tuta si illumina e il casco mi copre il volto Steve mi guarda
allibito, cerco di "comunicare" ma la sua mente è chiusa, scrollo le spalle e vado alla posizione
assegnatami.
-Questo è per te Steve, entra in acqua e anche tu attendi il segnale-
La tuta di Steve non si illumina come la mia, però come mette piede in mare scompare come
se egli stesso fosse acqua...

"tranquilla questa volta non ci sono restrizioni..."

Il secchiello

Ny1 attende, ha di fronte a se il suo lato negativo, deve riavvolgere lo spazio e il tempo se
vuole vincere questa fase dell'eterna battaglia...
Si illumina ed illumina la sua negatività nello stesso attimo due lampi li colpiscono entrambi,
l'implosione è...planetaria di Earthwod non rimane nemmeno il ricordo se non una fascia
di detriti cosmici, fonte di future supposizioni...

Sudafrica,2045
Base militare a nord di Pretoria.

La giovane donna entrò nella stanza e avvicinandosi al letto esclamò -Signor Tenente...Irina,
svegliati c'è un comunicato dal comando pare che le parti abbiano raggiunto un accordo,
non ci sarà guerra...- si voltò per posare sulla sedia a fianco del letto gli indumenti che aveva
portato...emise un gridolino tra l'offeso e il divertito quando fu trascinata sul letto...-Benissimo-
esclamò con voce suadente Irina -Così avremo un po' più di tempo per noi...- ...e la baciò.

Nota: Ogni attinenza a cose, nomi, fatti e situazioni già accaduti o che accadranno in futuro
sono da ritenersi puramente casuali.
(l'autore Eroil)
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Il cuore nella sabbia

Messaggio  Annali il Ven Feb 17, 2017 1:00 am

 Nassirya  22/9/2003                                                                                                                                                        
 “Osservate sempre con la massima attenzione chiunque vi passi accanto ed ogni movimento che possa creare sospetto. Diffidate di situazioni ambigue e agite tempestivamente. Dalle vostre intuizioni potrebbero dipendere le vostre vite e quelle di molte altre persone.”
Il maggiore De Marchi propinava ai suoi uomini queste raccomandazioni ogni volta che dovevano uscire in normali servizi di controllo. Era molto protettivo nei loro confronti, specialmente con i nuovi arrivati, tra i quali lui, Diego. Sapeva che il loro compito non sarebbe stato facile e già sull’aereo, sorvolando città dai nomi impronunciabili, sentiva tutto il peso della responsabilità che la missione comportava. Una “missione di pace” dentro una guerra dichiarata finita ma non definitivamente archiviata.
Ancora aperta e sanguinosa.
Era partito, insieme  ad altri giovani come lui, con la convinzione ed anche con la presunzione, che il loro arrivo avrebbe contribuito a migliorare le condizioni di vita di un popolo cui la guerra aveva tolto tutto, compresa la dignità. In quella terra lontana, dall’antica civiltà, andava con il cuore traboccante di impulsi generosi, come era nella sua natura.
Percorrendo le vie della città, sconvolta dalle distruzioni, a bordo di automezzi muniti di armi tecnologicamente avanzate,  sotto lo sguardo talvolta ostile, talvolta impaurito della gente del posto,  cominciava a dubitare che la loro missione potesse essere veramente considerata di “pace”. Una parola difficile da comprendere, soprattutto se spuntava dalla bocca di un fucile.
Il loro compito era di garantire la sicurezza nel rispetto dei patti stabiliti, nell’attesa che la normalità tornasse a governare nel paese. Ma quale normalità, si chiedeva, e a quale prezzo?
Erano stati catapultati, lui e i suoi compagni, in un orrendo scenario intollerabile.
L’aria odorava di morte ed era un odore difficile da far sparire, come le tracce di sangue che si cercava di cancellare prima che altro sangue cominciasse a scorrere.
Gli edifici sventrati, simili a giganteschi scheletri spuntavano verso un cielo scolorito, stinto, ingrigito dal fumo che a colonne saliva a inghiottire voracemente ogni lembo di azzurro.
Fra tanta desolazione, quel popolo dalle antiche radici continuava ad andare,  fortemente deciso a sopravvivere. Con negli occhi lo stupore per tanto immeritato castigo venuto dal cielo. Pioggia di fuoco, di lacrime e sangue.
Non era facile per Diego affrontare ogni giorno la realtà di un mondo in disfacimento, la cui salvezza sembrava involarsi con le ceneri dei fuochi che incupivano il cielo.
Da quando era arrivato, non aveva avuto un solo pensiero che gli aprisse il cuore alla speranza, non riusciva a estraniarsi con la freddezza necessaria. Temeva che gli sarebbe stato molto difficile assolvere le mansioni di routine senza sentirsi sopraffatto dalla pietà e dall’orrore per tanta sofferenza. Perché non vi era dubbio, la sofferenza era davvero tanta.
E odio, tanto odio. Una spessa cortina che avvolgeva uomini e cose, dura, impenetrabile. Senza distinzione di bandiere o religione.
Osservando i resti di quel mondo leggendario, dove si muovevano simili a fantasmi spenti e angosciati  i suoi sopravvissuti, Diego cercava di capire le ragioni che adottano gli uomini per annientarsi a vicenda. Non ne trovò nessuna, o meglio, nessuna che avesse ai suoi occhi un valore effettivo. Non si sopravvive in un mondo che muore.
Il giorno del suo arrivo, osservando la moltitudine di gente attorno agli automezzi che distribuivano viveri e altri generi di conforto, i cosiddetti “aiuti umanitari”, Diego ebbe l’esatta percezione del degrado che si annida nel profondo della mente umana:
“prima ti distruggo, poi ti salvo e ti aiuto.”Da te stesso, dai tuoi errori. Dai nostri orrori.
Quegli uomini, quelle donne, quei bambini, erano gli stessi per i quali i ricchi e potenti paesi occidentali avevano scatenato la guerra con l’intento di liberarli dalla cattiva dittatura, dall’oppressione. Estirpare il male con qualsiasi mezzo, a qualsiasi prezzo. Pagato in vite umane.
Come non capirli se guardavano senza simpatia gli stranieri? Anche quando tendevano le mani per afferrare cibo o coperte, gli sguardi non cessavano di esprimere rancore per chi violava il loro paese, per chi ne infrangeva la sovranità.
Ciò che stupiva maggiormente Diego era l’incrollabile fede che riversavano sul loro Dio, invocato incessantemente nonostante lo scarso interesse divino per le loro misere vicende.
Non che lui fosse ateo, ma tra credere e non credere preferiva stare nel mezzo, con le scarse convinzioni e le ragionevoli perplessità. E poi, bastava guardarsi attorno. Quale Dio poteva essere tanto cieco e sordo?
Ritornava in caserma ogni volta con il cuore in rivolta, sotto lo sguardo indagatore del maggiore De Marchi, al quale non era sfuggito il suo sconvolgimento interiore e lo teneva d’occhio. Non potevano permettersi nessun cedimento. La tensione era molto alta per i sanguinosi attentati che si succedevano a ritmo serrato. Ormai nel paese si era innescata la rivolta più truculenta. La violenza aveva preso il sopravvento, l’odio tra le diverse etnie era emerso in superficie, deflagrando senza freno, impetuoso come il vento che soffia nel deserto e nel suo turbinare sconvolge e confonde l’ordinato sentiero che l’attraversa.
 
Il boato li colse all’improvviso mentre percorrevano  velocemente l’ultimo tratto di strada che li separava  dal  loro distaccamento. Una pioggia di detriti fumanti, vetri e corpi sanguinanti si sparse  tutt’attorno, nel raggio di parecchi metri. L’autista frenò di colpo e le ruote stridettero  mordendo l’asfalto. Il pesante mezzo mimetico su cui viaggiavano sbandò e si fermò sobbalzando sul ciglio della strada, sbattendo gli uomini gli uni contro gli altri.
Un edificio si era sgretolato davanti ai loro occhi ed ora era in preda alle fiamme. Crepitavano in modo terrificante, tra le urla, i gemiti e le invocazioni di aiuto.
Nei brevi attimi che seguirono, i militari, scomposti e intontiti per l’urto della frenata, fissarono la scena inorriditi.
A pochi metri da loro, un bambino, steso a terra, urlava terrorizzato. Aveva le gambe imprigionate sotto un grosso spezzone, il viso pieno di terrore.
Diego senza esitare con un balzo scese dall’automezzo e corse verso di lui. In un attimo fu accanto al ragazzo, piccolo, sanguinante ed in preda al pianto. Guardò l’uomo che gli si avvicinava e di colpo smise di piangere, gli occhi colmi di paura.
Diego si inginocchiò  accanto a lui nello stesso momento in cui, un altro uomo, accorso, cercò di fermarlo con gesti minacciosi. Aveva crespi capelli scuri e occhi neri come pezzi di carbone.
Diego non capiva ciò  che l’uomo diceva  ma lo ignorò. Infilò le mani sotto il masso che schiacciava  le gambe  al  bambino e lo rimosse. Il ragazzino piangeva  sommessamente, libero, stretto all’uomo che mormorava parole incomprensibili. Diego era ancora chino a terra quando si sentì afferrare per le spalle e sollevare con forza.
Erano i suoi compagni sopraggiunti urlando: - Vieni via, sei impazzito? Non possiamo restare qui, è troppo pericoloso! – Lo trascinarono via di corsa mentre l’ululato delle sirene si avvicinava sempre di più.
La confusione nella piazza era incredibile, ma Diego, benché spintonato, riuscì  a girarsi per guardare l’uomo che con il bambino stretto fra le braccia indugiava incerto, quasi non volesse allontanarsi senza poter rivolgere un cenno di ringraziamento allo straniero accorso in aiuto del suo bambino. Rimase  fermo, immobile, con gli occhi scuri fissi su di lui finché non lo vide scomparire dentro la vettura.
Il maggiore lo scrutò per qualche istante prima di invitarlo a sedersi di fronte a lui, all’altro capo della scrivania. Era serio in volto ma i suoi gesti erano calmi e misurati.
Diego sedette e rimase in attesa, tranquillo, nonostante il suo amico William, scherzosamente, gli avesse annunciato una inevitabile “lavata di capo”. Il suo pensiero andava al ragazzino. Rivedeva il suo sguardo impaurito mentre  si avvicinava. Aveva paura di lui! Di lui che voleva solamente aiutarlo. Era questo l’effetto che produceva  la divisa che indossava? Eppure lui ne andava fiero, indossarla rappresentava  un onore che aveva sempre cercato di mantenere alto. Mai poteva immaginare che un bambino, ferito e dolorante, avrebbe tremato alla sua vista.
Quasi avesse indovinato i suoi pensieri, il maggiore De Marchi gli rivolse un sorriso bonario, prima di esordire sospirando: “ Siamo stranieri, Mutti! Qui non fa differenza per molta di questa gente il motivo per cui siamo venuti. La verità, per loro, è che non dovremmo esserci. Stiamo calpestando la loro terra, camminiamo sulle macerie delle loro case, usurpiamo il loro spazio. Lei che dice? Potrebbero guardare a noi con simpatia? Voglio dire tutti quanti: francesi, spagnoli, italiani, ecc. Forze di pace. Arrivate da tutto il mondo animate dall’encomiabile volontà di vigilare sulla sicurezza del paese. Ma ci pensa Mutti? Ci siamo eletti garanti della sicurezza mentre l’odio divampa senza freni!
Curdi, sunniti, sciiti, hanno colto l’occasione per regolare i loro conti in sospeso. Un bagno di sangue inarrestabile! E’ stato tolto il coperchio a un calderone infernale!
Capisce perché non sarebbe dovuto intervenire per aiutare il ragazzino? Era esploso un edificio, parecchie persone erano morte, altre ferite. Un atto infame, compiuto contro persone inermi. La folla accorsa inorridita avrebbe potuto rivolgere contro di lei e i suoi compagni, tutta la loro rabbia e disperazione.”
Diego si mosse un poco sulla sedia. Aveva ascoltato immobile ed in silenzio, consapevole che le argomentazioni del suo superiore fossero giuste e sacrosante, tuttavia, nel profondo del suo cuore, non provò il benché minimo pentimento per il suo gesto. La vista di quel bambino, ferito e piangente, con le braccia rivolte al cielo in un’accorata richiesta di aiuto, non poteva lasciarlo indifferente. Non aveva potuto ignorarlo e scappare lontano. Non si sarebbe sottratto al suo dovere di soldato, di milite dell’arma al cui codice d’onore sarebbe rimasto fedele. Non era così che aveva giurato?
 “ Pensare, pensare bisogna! Non gettarsi nella mischia senza difese. Capisce la nostra situazione, Mutti?Siamo in una situazione molto difficile, non abbiamo nessun controllo sul caos che si è creato. Molte nazioni hanno ritirato le loro delegazioni, le loro truppe. Hanno ceduto ai ricatti, alle minacce, molte delle quali purtroppo messe in atto.” Si alzò dalla sedia e subito anche Diego scattò in piedi, sull’attenti. Era preparato a ricevere una punizione disciplinare.  Aveva contravvenuto a ordini precisi e ne era consapevole, per questo si sorprese, quando, contrariamente a quanto si aspettava fu congedato dal maggiore con poche, semplici parole: “Vada pure, Mutti, ma mi raccomando, niente più imprudenze, voglio riportarvi tutti a casa.”
Con l’eco di quella frase che aleggiava dentro di lui, Diego si diresse verso sala di ritrovo, dove William lo stava aspettando. L’amico lo accolse con un sorriso ed una pacca sulle spalle.
La capacità di sorridere anche nelle situazioni più critiche faceva di lui il compagno ideale, in grado di dissipare ansie e incertezze nei momenti più difficili, capace di affrontare imprese audaci senza lasciarsi coinvolgere emotivamente. Proprio il contrario di lui, Diego, refrattario al sorriso ed all’ottimismo facile.
“Eccoti, finalmente! Temevo non ti avrebbe mollato più. Che ti ha detto? Dai, racconta.”
“Cosa volevi che dicesse? Che devo riflettere e non agire d’impulso, che altro? Mi ha dato dell’incosciente, ma sono sicuro che aldilà del doveroso rimprovero, nelle stesse condizioni pure lui si sarebbe comportato nello stesso modo.”
“Tutto qui? Niente punizioni?” Quella di William era una finta sorpresa perché in fondo,era risaputo che dietro l’apparenza severa, il maggiore De Marchi celava una sensibilità raramente riscontrabile, soprattutto in situazioni come quella che stava affrontando il contingente italiano stanziato in Iraq.
 
La situazione precipitava sempre più nel pericolo di una insurrezione generale. I vetri delle finestre vibravano in qualsiasi ora del giorno e della notte per il fragore delle esplosioni. Gli incendi innalzavano scie luminose nel cielo, sopra una città sempre più disumanizzata.
Il danno causato nel tentativo di estirpare la dittatura era enorme e ormai, arrestare la furia devastatrice e vendicativa sembrava impossibile. Il sentimento umano era sparito, o forse, più semplicemente, giaceva sepolto sotto la sabbia del deserto, nell’attesa di essere riaccolto nei cuori liberi dall’odio.
Quanto a lui, non avrebbe voluto lasciare quel paese con il rammarico di non aver potuto dare il suo contributo alla sua rinascita e ad una pace duratura.
Gli sarebbe piaciuto camminare liberamente per le sue strade e le sue piazze. Alzare gli occhi verso l’alto e ritrovare intatti i minareti svettanti nel cielo di cobalto.
Quel giorno tornavano dall’aeroporto, dove avevano scortato uno dei tanti politici che si avvicendavano nelle visite, con giornalisti e cameraman al seguito. Semplici atti di presenza svolti con l’intento di mantenere alto il morale dei soldati, e perché no, il loro prestigio personale in patria. Viaggiavano in una via poco trafficata a velocità sostenuta. Gli uomini erano silenziosi, un pochino tesi, ansiosi di rientrare al loro distaccamento.
In fondo alla strada un minareto, scintillante sotto i riverberi del sole morente s’innalzava verso il cielo.
L’automezzo su cui viaggiavano superò, nella corsa, un’auto di piccola cilindrata. Sulla fiancata un po’ malconcia, la scritta “taxi”  si leggeva appena. Diego, che difficilmente dimenticava un volto dopo averlo visto anche una sola volta, riconobbe nell’autista il padre del bimbo ferito da lui soccorso e Yussuf, dal canto suo, non aveva dimenticato lo straniero accorso ad aiutare suo figlio.
Lo aveva osservato bene, quell’uomo venuto da lontano, da un’altra terra e da un’altra vita, chino sul corpo semisepolto del suo bambino, incurante del pericolo che poteva incombere su di lui. Spesso accadeva che gli attentatori fossero mischiati alla folla, per assistere alla devastazione causata dalla loro follia criminale.
Lui, Yussuf, considerava tutti quanti gli stranieri, senza nessuna distinzione, nemici del suo popolo, oppressori della sua gente. Non credeva nelle cosiddette “ forze di pace”, arrivate alla fine del conflitto,  un conflitto poi, a suo avviso ingiustificato, scatenato arbitrariamente da un occidente aggressivo ed accaparratore. Il fiume nero, prezioso, che scorreva dentro la sua terra era il vero ed unico motivo che aveva spinto gli eserciti di mezzo mondo a invaderla, nascondendo il ghigno feroce dietro l’improbabile maschera di salvatori del popolo oppresso.
Ora aveva ritrovato sulla sua strada quel militare, quel “ nemico” e lo rivedeva, teso nello sforzo di liberare suo figlio dai detriti crollati sopra di lui. Non aveva esitato un solo attimo, e lui, Yussuf,  stupito per quel gesto, era stato costretto a cambiare opinione nei riguardi degli stranieri, ritenuti a torto, ora lo sapeva, incapaci di provare sentimenti di vera, istintiva, umana carità e solidarietà .
 Si sentiva debitore nei suoi confronti. Forse, pensò, vi era ancora speranza di salvezza. Finché i buoni sentimenti fossero sopravvissuti, sia pure in un solo uomo, anche il suo paese sarebbe sopravvissuto alla distruzione e come la fenice sarebbe risorto dalle ceneri.
Guidava lentamente, le mani strette sul volante, assorto nei suoi  pensieri. Il veloce mezzo militare era ormai sparito dalla sua vista quando, improvvisamente, i fragorosi rumori di spari gli accesero violenti echi nella testa. In un attimo la disperazione si abbatté su di lui e quell’attimo uccise le sue illusioni.
D’istinto pigiò sul freno e rimase fermo ad ascoltare il martellare furioso del suo cuore, incapace di decidere se affrontare ancora una volta il tragico spettacolo della morte.
Non dubitò  neppure per un istante che le vittime dell’imboscata non fossero gli occupanti del mezzo militare che lo avevano da poco sorpassato e lo assalì un’angoscia profonda.  Tra di loro c’era l’uomo a cui si sentiva legato da un debito di riconoscenza, un debito che lui avrebbe voluto saldare a qualsiasi costo.
Senza indugiare, tra sussulti e scricchiolii rimise in moto l’auto. Pigiando con forza sull’acceleratore  ripartì con uno scatto rabbioso. In breve piombò sul posto, tra le grida della gente e il crepitare delle armi automatiche. Scese dalla macchina e cercando di non farsi travolgere dalla folla in fuga, si avvicinò abbastanza da scorgere i resti in fiamme del mezzo militare. Guardò, con gli occhi appannati dalle lacrime, la banda armata, urlante e spietata mentre si accingeva ad allontanarsi. Allora una rabbia feroce lo assalì e con il pugno chiuso corse verso di loro. Avrebbero potuto ucciderlo come niente,  e in effetti più di un fucile  era puntato contro di lui, se, inaspettatamente, una voce non si fosse levata  dal gruppo sollevando un coro di risate. Infine gli uomini si allontanarono, coprendo con ululati smodati lo stridore dei pneumatici delle loro grosse auto.
Yussuf rimase in mezzo alla strada, con la sua rabbia e i resti di giovani vite spezzate, imprigionate tra i rottami contorti e fumanti delle lamiere che crepitavano.  
 
La voce sembrava provenire da lontano e rimbombava di mille echi dentro la sua testa, trafiggendola come aghi perforanti. Scavava gallerie nella mente offuscata. Le mani sopra di lui, tastavano il suo corpo, piano, con tocchi leggeri. Erano le mani di un uomo di cui  distingueva a malapena i lineamenti. Cercò di allontanarlo ma le  braccia, pesanti come piombo, non rispondevano ai suoi comandi. Riuscì a mettere a fuoco la fisionomia dell’uomo, che ora gli risultava vagamente familiare. Attraverso il velo opaco degli occhi umidi, riconobbe in lui l’uomo del taxi, dal  viso scarno e i folti capelli ricci incollati alla fronte madida di sudore. Gli occhi, scuri come macchie d’inchiostro, scintillavano a tratti nelle orbite incavate, conferendo a tutto il volto un effetto quasi spettrale.
“ Amico” gli diceva “ alzati, dobbiamo allontanarci da qui.”
Diego mostrò le mani sporche di sangue e mormorò: “ Non posso, sono ferito, vedi?”
“ Dobbiamo andarcene capisci?Senti come urla la gente? E’ furiosa ed esasperata, non voglio che ti facciano del male. Andiamo, ti porto io, ma tu devi aiutarmi.”
 Diego non si mosse, il corpo era insensibile, sospeso dentro una diversa dimensione, priva di dolore ma piena di luci e bagliori accecanti.
“ Vattene, io sono già morto. Lasciami qui tra i miei compagni.”
Yussuf si adirò. “ Tu non sei morto, io ti impedirò di morire qui, adesso!” Esclamò con veemenza. “ Ora ti porto via da qui.” E mentre pronunciava queste parole Diego sentì il suo corpo farsi leggero, mentre  Yussuf, passando tra la folla ammutolita, lo trasportava  alla sua auto. Lo caricò sul malconcio taxi, mise in moto e si allontanò, lasciandosi dietro una scia fumosa e maleodorante.
Nessuno parlava, si udiva appena il respiro ansimante di Yussuf ed il sibilo che usciva dalle labbra socchiuse di Diego. La piccola auto proseguiva lenta, dentro un paesaggio divenuto trasparente. Ogni cosa, qualsiasi cosa sorpassata e lasciata alle spalle, spariva,  dissolta in una nebbia opaca. Viaggiavano attraverso evanescenti fantasmi bianchi.
Ora intorno avevano  solo il deserto, che si estendeva infinito confuso con l’orizzonte. Il cielo ricadeva sopra di loro pervaso di luci tremolanti.
“Dove mi stai portando?” La voce usciva a stento dalle sue labbra esangui. Diego riusciva appena a distinguere lo sconfinato mare sabbioso che si estendeva davanti a lui.
“ Tutto questo non è reale vero? Io non posso essere qui, in questo deserto a cui non appartengo. ” Era confuso, ma la sua mente percepiva, attraverso piccolissimi sprazzi di lucidità, che qualcosa stava accadendo dentro di lui, nel corpo che a stento riconosceva ancora come suo. Cercò disperatamente di fissare i suoi ricordi, prima di esserne privato definitivamente. Pensò a sua madre, alla dolcezza con cui gli accarezzava i capelli e al tocco delicato  delle sue mani; al suo primo amore ed al suo primo casto bacio, scambiato con la  compagna di scuola, nascosti dalle  siepi  di ginestre del giardinetto pubblico. Si passò la lingua sulle labbra riarse, nell’illusione di ritrovarvi  il sapore dolce di quel bacio. Rivide come nella sequenza di un film, le varie fasi della  sua vita  di giovane  uomo, conscio del richiamo  che lo spronava a seguire le orme del padre, carabiniere stimato, ed onorarne la  memoria indossando la stessa divisa. Suo padre, caduto nell’adempimento del suo dovere.
Si sentiva sperduto di fronte alla vastità del vuoto che avanzava inesorabile, senza più speranze né certezze, se non quella di morire, forse  risucchiato dall’enorme disco del sole che ingrandiva sempre più nel cielo, rosso come il sangue che fluiva  dal suo corpo.  
Yussuf fermò l’auto e scese, affondando i piedi nella sabbia fine e cristallina. Lo guardò con occhi infinitamente tristi e quasi fosse consapevole di una verità che l’altro ignorava gli parlò piano: “ Lo so che sei pieno di timore, ma non dovresti . Questa è la volontà di Dio, del “tuo” Dio. Deve esserci una ragione, se mi ha permesso di portarti sino qui, non lo credi anche tu?”
“ La volontà del mio Dio? E quale ne sarebbe la ragione?” Diego dette sfogo al suo scetticismo nei riguardi di una fede che contraddiceva ad ogni logica,  un astratto vessillo sventolante  sopra cumuli di rovine. Il suono della sua voce sembrava provenire da un posto lontano e rimbalzava dentro di lui come in una cassa di risonanza. “ Cosa ti rende così sicuro che  sia sempre un Dio, mio o tuo o di chiunque altro, a decidere dei nostri destini? E in base a quali criteri, a quali meriti? Ho visto centinaia di morti da quando sono arrivato nel tuo paese, non posso credere che nessuno di loro avesse alcun merito agli occhi di Dio! La fede riposta in Lui non ha risparmiato le loro vite.”
Yussuf rivolse gli occhi al cielo. “ La fede nasce dal bisogno di dare un senso alla propria vita o alla propria morte. Il bisogno di colmare il vuoto, privo di significato, che prenderebbe il sopravvento sulle nostre esistenze. La fede è la nostra ricchezza più grande.”
Diego si volse verso di lui, verso quel piccolo uomo mite dall’aspetto insignificante, che, armato solo della sua fede, aveva scelto di accompagnarlo in quello che sarebbe stato  il suo ultimo viaggio, ed un brivido attraversò il suo corpo martoriato. Provò per lui un rispetto ed un ammirazione profonda, mai provata prima e  la fede che manifestavano milioni di persone in tutto il mondo non gli apparve più tanto incomprensibile.
 Scivolò  piano fuori dall’auto, atterrando sulla sabbia rovente. In ginocchio vi affondò le mani e le riempì di una miriade di granelli fosforescenti. Li lasciò ricadere piano davanti al viso. Luccicavano come tanti piccoli specchi trasparenti e in ognuno di loro vide riflesso il suo volto, un  volto pieno di rammarico per la vita spezzata non ancora a metà del suo cammino.
Tutto il  deserto scintillava sotto gli ultimi bagliori del sole morente.
Yussuf si inginocchiò al suo fianco e gli  pose una mano sul petto, all’altezza del cuore.
Batteva ancora, piano.  Un rivolo rosso usciva lentamente dalla ferita e ogni goccia che cadeva nella sabbia andava a formare una striscia che si allargava sempre più.
Mentre Yussuf  premeva il palmo sulla ferita con forza, nel tentativo di arrestare  la fuoruscita del flusso vitale, gli occhi dei due uomini si incrociarono e si riconobbero per ciò che erano: - due uomini liberi da vincoli di appartenenza, etnica o religiosa, diversi per cultura ma uguali nei sentimenti di umanità e solidarietà. Due uomini soli che al cospetto della morte avevano valicato il confine che divideva i loro mondi.   
 
Le grida della folla si erano fatte più lontane e nel momentaneo silenzio caduto improvvisamente  nella via, Diego riconobbe lo stridore inconfondibile delle grosse autoblindo che si avvicinavano rapidamente.
Accanto a lui c’erano i resti ancora fumanti dell’auto distrutta, i corpi dei suoi compagni morti e il suo sconosciuto amico chino sopra di lui. Era uno spietato ritorno alla realtà.
Chiuse gli occhi, desiderando fortemente di tornare all’attimo prima, alla calma infinita del deserto, dove il dolce inganno dei suoi sensi ottenebrati  lo aveva  trasportato.
Gli uomini armati si avvicinavano rapidamente e Diego riconobbe William davanti a tutti.
Fu pieno di sgomento e di timore per il piccolo uomo dal grande cuore e dalla fede immensa.
“ Vattene, vai via. Allontanati da me. Non devono trovarti qui” Gli disse con un filo di voce . 
Yussuf non capì, perché ora non parlavano più la stessa lingua, o forse l’idea di abbandonarlo non lo sfiorò neppure. Rimase sopra di lui, con le mani premute sulla ferita nel vano tentativo di impedire che la vita fuggisse dal suo corpo.
Le lacrime scorrevano copiose sul viso di Diego, sulla sua devastante impotenza davanti all’inevitabile orrore che stava per consumarsi. Con un ultimo sforzo sollevò le braccia, nel tentativo di salvare Yussuf allontanandolo  da sé.
In quell’istante, lo  sparo echeggiò nell’aria, il proiettile veloce trovò il suo bersaglio e colpì.
Un colpo solo e Diego si sentì investito da un liquido caldo, appiccicoso, il sangue dell’uomo che si prodigava per salvare la sua vita.  Ancora una volta gli occhi dei due uomini si specchiarono  gli uni negli altri, pieni di rammarico, di dolore e di stupore, prima di chiudersi per sempre. Il corpo di Yussuf ricadde sopra di lui che lo accolse in un’unione che travalicava ogni confine. Ai soccorritori, sopraggiunti angosciati, riuscì appena a mormorare: “Era un amico”. Poi le lacrime si gelarono sul suo viso, immobili, splendenti.
Sopra i due corpi senza vita si levò il vento e il deserto, pietoso, precipitò su di loro.
In fondo alla via il minareto si stagliava alto nel cielo, come un dito accusatore.
 

 Annali          (01/07/2007)
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Dal mio diario di eternauta

Messaggio  Annali il Ven Gen 06, 2017 11:21 pm

Parte IV
TERRA ADDIO?

Attraversiamo un atrio affollato dal via vai di gente in camice blu. I tacchi degli stivali rimbombano nella mia mente come colpi sparati da un cannone! Ho perso un po’ del mio ottimismo, la frustrazione è subentrata alla curiosità. Davanti a noi una coppia cammina gesticolando, lei esibisce un didietro che si muove esagerato, come un popone appeso al pendolo. Il Banderas, cioè il maggiore Ykothuji, la segue con lo sguardo interessato. Non sapessi che non è possibile giurerei che la proprietaria di tanta carne trasbordante sia Dolores, la cassiera dell’ipermercato che sta all’angolo della mia via.
“Le piace?” chiedo indirizzandogli un sorrisetto malizioso.
“Non è il mio tipo” risponde gelido.
“Quale sarebbe il suo tipo?” Domando. Nonostante la situazione ingarbugliata in cui mi trovo, non rinuncio al mio essere curiosa. Mi preme saperne di quest’uomo che magari potrebbe fare la differenza nel mio futuro prossimo. Forse  anche tra il restare viva o no. Ho un brutto presentimento, e pensare che ancora non ho visto niente...
La sua riposta arriva secca: “ Mi piacciono le donne serie e intelligenti”. Si volge verso di me, con un bagliore negli occhi verdi. La domanda mi coglie impreparata:
“ E il suo tipo d’uomo, se mi è consentito chiederlo, qual è?”.
Oddio, che mossa avventata portare sul privato la conversazione… Che gli rispondo ora? Siamo arrivati in fondo all’atrio, davanti ancora a un ascensore.  Attende la mia risposta prima di chiamarlo al piano.
Mi decido e butto lì: “ Apprezzo gli uomini che sanno tenere in pugno ogni situazione”. Forse la risposta è indovinata perché reclina leggermente la testa di lato con un moto di compiacimento.
Arriva l’ascensore. Mi prende la mano ed entriamo. Per tutta la salita la tiene con delicatezza e decisione. Mi limito a osservare i piani che scorrono, senza nulla dire. Decimo piano. Quando le porte si aprono resto abbagliata da tanto splendore inaspettato!  Una sala dal soffitto altissimo con spesse travi a vista, il pavimento ricoperto da soffici tappeti e quadri di rara bellezza alle pareti, illuminata da lampadari risplendenti, mi lascia ferma come una statua ad ammirarne l’effetto sorprendente.
Il Ban… cioè il maggiore, mi sospinge dolcemente al centro della stanza.
Seduto, anzi, assiso, dietro una grande scrivania di lucido legno color tabacco, un uomo dall’aspetto imponente mi fissa con dentro gli occhi appena un’ombra d’interesse. Il “pezzo grosso” penso, incerta sul da farsi. Lui tace, mi guarda e tace.
Avanzare, attendere l’invito, farmi uscire un fil di voce, salutare?  Niente di tutto questo, mi sale invece una domanda istintiva e sacrosantamente ovvia, da terrestre puntigliosa e determinata. Prendo l’iniziativa: “ A quale scopo sono stata dirottata su questo pianeta?” Così, alè, senza preamboli inutili. Dritta allo scopo.
Alla domanda segue solo un attimo di silenzio, mentre il maggiore al mio fianco mi stringe il braccio in una morsa. Un avvertimento alla prudenza. Dovrei apprezzare…
La voce del pezzo grosso mi arriva intrisa di stupore, e, ritengo, di un pizzico di fastidiosa disapprovazione: “ Mia cara” dice  (quel cara a me sembra tagliente) “lei non è affatto stata “dirottata” su questo pianeta. C’è arrivata da sola, rammenta?”
“Che dice? Da sola? La mia astronave è stata catturata durante il viaggio. Non rispondeva ai comandi per la vostra intromissione negli strumenti di controllo.”
A questo punto il pezzo grosso ride, di una risata senza gaiezza: “ Le coordinate le ha impartite lei ai comandi, le stesse che l’ hanno portata  a entrare nel nostro spazio astrale”.
Spazio astrale? Ma che dice questo qui? Mi divincolo dalla stretta del Banderas, o chiunque sia.
“ Non capisco…” Inizio a dire, ma lui m’interrompe deciso. Sicuramente vuole evitare mi inguai ulteriormente.
“Pensaci (ora è passato al tu?) le coordinate che t’hanno portata qui, le hai inserite tu. Noi abbiamo preso possesso dell’astronave per difesa da eventuale invasione aliena”.
Ma…Ma… O bella questa! Io sarei l’aliena!
Eeee! Un momento: le coordinate? Ma era stato solo un tentativo fatto a caso! Che ne sapevo io di coordinate tanto lontano da casa, senza più riferimenti… che razza di caos ho combinato!  Ora ricordo!
“supponiamo ci si stia muovendo in campo di densità X,  con un gradiente normale stabilito per la crociera e voglia impostare una rotta ottimale per un punto d’incontro A, con un vettore Rho corrispondente, usando la selezione automatica per l’intero salto…”
Quando si dice il calcolo delle probabilità!
Che sfortuna, che iella nera!
Ora sì che viene la parte più interessante. Dovrò indagare a fondo su questo strano pianeta che somiglia tanto alla Terra ma che la Terra non è.
Il Boss, (per ora lo chiamo così) ha uno sguardo che definirlo magnetico sarebbe tutto dire. Sembra mi voglia trapassare da parte a parte. Un ché di indecifrabile che sento mi sta spiazzando.  Stringo i pugni fino a farmi male per resistere al cerchio ipnotico che di prepotenza s’insinua nella mente.  M’irrigidisco resistendo alla forza di quegli occhi con fissità da squalo e, a mia volta, rispondo con espressione di uguale intensità, da far impallidire un tricheco!
Il tipo però, non pare impressionato, anzi accenna una specie di sorriso, forse di consenso. Ho l’impressione di aver conquistato un punto a mio favore.
Dunque, mi devo adeguare alla parte di aliena, essere oggetto di studio, magari? La presa del maggiore sul braccio si è allentata e a questo punto sarei pronta a ripartirmene per donde sono arrivata, ma, ahimè, le loro intenzioni chiaramente sono ben altre.
Finalmente il silenzio che permane da qualche minuto è interrotto dal suono di un gong risuonante in lontananza.
Un gong? Mah! Sarà la campanella per il pranzo che per la verità a questo punto ci starebbe pure bene.
Bene o non bene, il boss, fatto sparire l’ambiguo sorriso, con gesto appena accennato licenza me e il mio indivisibile compagno. Tutto qui? Sono al punto di partenza, la mia curiosità per ora resta inappagata.
Stavolta niente ascensore, ci dirigiamo a uno scalone tutto fregi e marmi bianchi. Vorrei domandare dov’è che mi sta portando ma lui mi previene: “ Nella suite che ti è stata assegnata (suite? Ah però!) troverai tutto quanto servirà durante la tua permanenza. Tra poco ti sarà servita la cena”.
La mia permanenza….Sssì! Non t’illudere carino sia di lunga durata!
Sembra mi abbia letto nella mente perché aggiunge subito: “ Mettiti comoda e tranquilla, da qui non potresti andartene, fattene una ragione”.
“Comoda ci puoi giurare, ma tranquilla non te l’aspettare! Ogni prigioniero ha diritto di tentare la fuga!”
Lui ride divertito! “Prigioniera tu? Come ti viene in mente?”
“Già, chissà come mi viene in mente?” ribatto.
Mi blocca davanti a una porta che apre digitando un codice sul tastierino incassato a fianco. Aspetta sia entrata, batte i tacchi alla militare e senza più proferir parola se ne va rinchiudendo la porta.
Naturalmente all’interno non v’è maniglia né tastierino analogo a quella d’ingresso, e poi mi si dice: non sei prigioniera?? Almeno, se questa è una prigione, lo è dorata! Una magnificenza che nulla ha da invidiare alle sontuose residenze di eminenti e facoltosi personaggi.
Stanca e un pochino demoralizzata mi stendo sul letto, accolta dal frusciante copriletto di seta, intreccio le braccia dietro la testa iniziando a escogitare piani di evasione. Quasi mi sfugge il cigolio della porta, mi rialzo in fretta giusto per scorgere la sorridente ragazza che spinge il carrello con la cena, seguita da un tipo dallo sguardo bieco. Ha una testa massiccia che sembra spuntare direttamente dalle spalle, tanto il collo è corto e tozzo, la sua stazza lo identifica come giocatore “linebacher” della squadra cittadina. Ha l’aria di voler sottendere al mio pasto ma protesto vivamente e lo invito a uscire, mentre la ragazza sistema stoviglie e vassoi pieni di cibo. Sembra intenta al suo lavoro ma non mi sfugge l’occhiata che getta alla porta socchiusa, dove l’omone attende a braccia conserte.
All’improvviso ho la sensazione che la tipa abbia qualcosa in mente. E ce l’ha, caspita se ce l’ha! Con la scusa di mostrarmi una funzione particolare nel bagno mi pilota fin là e poi, in modo concitato si leva divisa e scarpe e m’invita a spogliarmi della tuta e degli stivali. Sorpresa e frastornata ubbidisco, anche se non comprendo la ragione. Mentre mi aiuta, mi spiega che è necessario io riesca a fuggire e avvertire la Terra del pericolo che incombe imminente.
La voce della guardia ci fa trasalire ma lei, prontamente, gli dice di restarsene fuori che la signorina si sta cambiando d’abito. Udiamo i suoi passi allontanarsi ed io, preoccupata, o per meglio dire, atterrita dal compito arduo e irto d’incognite che m’aspetta in un’azione del genere, le domando, mi domando, in quale modo potrei  portarla a termine da sola e per giunta guardata a vista.
Mi porge un foglio e mi dice: “ Qui trovi le istruzioni dove trovare le persone pronte ad aiutarti e a unirti a te per  lasciare il pianeta. Ora legami e imbavagliami e cerca di non farti notare mentre spingi fuori il carrello.” “Ma,” obbietto “ si accorgerà che non sei tu, non ho i capelli neri come i tuoi”. Lei toglie la parrucca che ha in testa e la sistema sulla mia, nascondendo con cura le mie ciocche castane.
“Ecco, ora fai quel che devi, dammi una botta che giustifichi la mia sopraffazione, legami e vai. Oddio, darle una botta?  Qualcosa che lasci un segno, ma non le faccia troppo male… ma cosa? Un pugno ecco, un gancio sinistro, mi dispiace, ma per qualche giorno avrà un occhio nero…. 
Esco dal bagno e recupero il carrello, a testa bassa oltrepasso la porta, cercando di sottecchi mister gorilla. Sembra distratto e annoiato, mi precede e mi fa strada: meno male! Io non saprei, tanto per cominciare, da quale parte dirigermi.
Mentre considero l’idea di mollare il carrello e tentare di svignarmela finché mister gorilla mi precede ignaro a passo cadenzato, mi sento abbrancare e strattonare, quasi sollevata di peso da terra. Una mano mi preme sulla bocca spegnendo in un mugolio il grido che sto per cacciare, sorpresa e pure, spaventata. Non capisco cosa stia succedendo.
Una figura femminile si sostituisce alla guida del carrello, continuando in vece mia al seguito dell’ignaro guardiano.  Rapidamente e silenziosamente sono trascinata all’interno di uno stanzino.
Pur disorientata dalla situazione inattesa, non intendo restare inattiva. Allungo una gomitata al plesso solare dell’incauto autore dello scherzetto, che, nonostante non ci sia andata leggera, sembra, dall’assenza sua di reazione, sia stata niente più d’un simpatico buffetto!
Una porta si apre alle spalle e l’attimo dopo siamo all’interno di un vasto locale, affollato da un esercito di operai che lavorano ai computer, disposti a semicerchio davanti ai quadri di controllo. Un’occhiata mi basta per capire che sono tutti robot di dimensioni e forme differenti le une dalle altre. Uno spettacolo degno di un film fantascientifico.
Alcuni si muovevano su ruote, altri su cingoli, c’era chi, addirittura aveva più braccia assomiglianti a tentacoli. Nessuno faceva caso a noi, continuavano il loro lavoro senza degnarci di attenzione.
 A questo punto, una voce mi sussurra all’orecchio l’intenzione di togliere la mano a patto stessi in silenzio ad ascoltare. Non ho molta scelta mi pare, e quindi faccio cenno di sì, con la testa. Finalmente libera posso girarmi a guardare in viso il mio “aggressore”. Nemmeno il tempo fare domande che il tipo m’invita a seguirlo, mentre nessuno dei robot sembra far caso a noi.
“ Non si preoccupi di loro, non sono programmati per interferire con gli umani, sono solo macchine, una forza lavoro automatizzata”.
“ E lei invece chi è, se mi è dato di saperlo?”
Lui sorride di sghembo senza rispondere, anzi, m’invita a restare in silenzio ora che siamo arrivati in fondo al locale. Usciamo e mi precede verso uno stretto passaggio dove, davanti a una porta massiccia, comparsa nelle sue mani una piccola sonda computerizzata, la inserisce tra i fili del sistema di sicurezza. Un breve tocco sul pulsante e la combinazione si rivela nella sonda, il sistema di allarme riconosce il codice e lo restituisce sullo schermo led. A questo punto non rimane che immettere la combinazione per disattivare l’allarme, aprire la serratura ed entrare. Dev’essere l’accesso a strutture d’importanza rilevante, protetto e impenetrabile per i non autorizzati. Atti di ribellione in corso? Sono venuta in contatto con due gruppi distinti. Niente di buono me ne verrà…  
Le sorprese non finiscono ancora, costato, di questa giornata non vedo la fine!
Attraversiamo una continua sequela di gallerie e finalmente comincio a pensare di essere arrivata, in qualunque posto mi si volesse portare.
Mera illusione, ci fermiamo in un vasto hangar disseminato di strani veicoli, assomiglianti a sigari allungati, dall’aspetto minaccioso. Ora davvero penso di essere in un altro mondo, altro che Terra al contrario! Mai visto niente di simile!
La brezza fredda che proviene dal cavernoso interno non contribuisce a tacitare il senso d’insicurezza che dilaga dentro di me a dispetto della calma ostentata.
Davvero, a questo punto decido di averne abbastanza e pretendo spiegazioni.
 “Non sia impaziente e freni la curiosità” mi fa distaccato, “ avrà modo di conoscere un segreto che a nessuno potrebbe essere rivelato, tutto a favore e beneficio per voi gente della Terra”.
“Che segreto?” domando.
Un sibilo gli esce dalle labbra prima di rispondere “ Il segreto del Creatore”.
“Creatore?”
Chissà perché, a questo punto ho l’impressione che tutto evolva in un incubo fatto e rifinito, che questo pianeta sia nient’altro che una trappola gigantesca.
Dopo l’arrivo sensazionale in un mondo all’estremo confine della galassia, tra colpi di scena, di trame ordite da personaggi inverosimili, sono catapultata nel mezzo di un complotto interspaziale?
E ora? Il pannello di fondo dell’hangar inizia a spostarsi  rumorosamente di lato e la sagoma minacciosa e nera di un oggetto  simile a un missile si mostra ai miei occhi. Il gesto che m’invita a salirci mi riempie di sgomento: Eh, no! Questo no…
Mi rifiuto!
 


Mi rifiuto? Nemmeno presa in considerazione. I suoi modi si fanno spicci, sembra avere molta fretta. Non ho altra alternativa che rimettermi alle sue disposizioni, qualunque siano.“ Stia tranquilla, non ha nulla da temere, ma piuttosto molto da imparare. Collabori e sarà ben ricompensata”. Ricompensata? In caso contrario? Nonostante il tono pacato avverto una sottile forma di minaccia, tuttavia non mi lascio intimorire. Resto concentrata mentre mi fa strada all’interno del mostro meccanico.
Lui si sistema al posto di guida ed io a quello del passeggero, agganciati ben saldamente con speciali cinture. Non avverto i soliti rumori di motori in movimento, solo un sibilo iniziale e leggero rollio sotto i piedi. Ci stiamo muovendo sicuramente, pur non avendone la percezione.
In pochi secondi vedo comparire una selva di alberi sotto di noi, un volo radente quasi a toccarne le cime.
L’uomo non sembra preoccuparsene, anzi lo vedo calmo e compiaciuto. Credo si senta rassicurato dall’apparenza di pacifica indifferenza mia ostentata.
Forse è il momento d’istaurare un dialogo conciliante, vi sono alcune domande che mi preme fare e allora guardandolo di sottecchi, misurando la sua mole, la postura rilassata, con noncuranza chiedo semplicemente, mantenendo ferma la voce, cosa ci fosse alla base di tutto questo, cosa stesse per succedere.
Una parte di me, presagendo nulla di positivo ne venga, spera che non mi voglia rispondere, ma l’uomo non mostra riluttanza alcuna nel farlo, contribuendo, con la risposta, a spaventarmi più di una qualsiasi minaccia.
“ Ci occupiamo di rimozioni totali”.
Con alcuni tocchi ai comandi cambia la visualizzazione agli schermi e all’istante sento il corpo dilatarsi in un campo di molecole vasto come l’universo mentre viaggiamo alla stessa velocità della luce, o forse siamo noi stessi Luce! Raggi di energia che corrono fra le stelle, attraversano buchi neri, la materia e l’antimateria, nell’immensità silenziosa che annulla la coscienza.
 
La vostra Annali, l’ “unica” e inimitabile, mentre incontra i segreti che racchiude lo spazio e ascolta il pulsare delle stelle, mormora una preghiera mai dimenticata: “Signore salvaci!”
 
     





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"Il secchiello...il mare...la sabbia"®

Messaggio  eroil il Ven Dic 16, 2016 3:03 pm


La sabbia.

2045 Siria meridionale...

Perché è tutto così bianco? Dovrebbe ferirmi gli occhi...provo a toccarmi il viso, non ci riesco
è tutto così immobile irreale.
cerco di capire dove sono e di ricordare cosa mi è successo, sprazzi d'immagini mi vorticano
nella mente...centro di comando mobile, sto usando un Joystik indosso un casco integrale
come quelli dei piloti di jet, ma non è uguale, la visiera s'illumina ho tre prospettive
sulla parte destra scorrono dati altimetrici...si è la telecamera del drone che sto guidando
da remoto e oltre i dati d'altitudine anche le coordinate di volo, la velocità di crocera.
Nella parte sinistra sono indicati i dati d'autonomia del veicolo l'armamento in dotazione
e la posizione rispetto all'obbiettivo.
L'insieme di tutto il casco mi rende una visione totale del terreno che sto sorvolando...l'icona
del puntatore s'illumuna di verde tolgo la sicura in cima al Joystik...un boato, una forte scossa
delle urla quasi perdo la presa ma riesco a premere il pulsane...poi questo bianco e il silenzio.

Sudafrica 2045
Base militare a nord di Pretoria.
L'auto diplomatica con le insegne dell'UNMF rallentò permettendo alla barra luminosa
che impediva l'accesso di scomparire, il sibilo del motore AG aumentò e l'auto proseguì
per fermarsi davanti all'ingresso dell'ospedale.
Stanza singola per terapia intensiva, un letto a levitazione, apparati medici per la soppravivenza
indotta, il bip seppure molto lento indica che la donna stesa sul letto è in vita solo grazie
ai macchinari, l'uomo ai piedi del letto si voltò e si mise sull'attenti all'ingresso del generale,
<Signore...> disse portando la mano destra a pugno chiuso all'altezza del cuore, <Comodo>
rispose l'ufficiale <Ci sono novità?> <No signore, tra poco staccheranno gli apparati...il coma
è irreversibile...mi spiace>.
Perchè mi trovo in questa stanza? Non riesco a vedere chi c'è nel letto...il generale e l'ufficiale
medico si allontanano, cerco di seguirli ma non ci riesco...ecco di nuovo quella luce bianca...
una sensazione d'urgenza devo raggiungerne la fonte prima che il buio alle mie spalle mi raggiunga...
Siii!! Cel'ho fatta...sono di nuovo in possesso dei miei sensi...apro gli occhi
e resto basita, sono seduta all'ingresso di in una tenda su di una spiaggia di sabbia finissima
di fronte a me un mare calmo con lunghe basse onde la spiaggia è in qualunque altra direzione
attorno a me...

Il mare

Oceano pacifico a poche miglia da Rapa Nui.

2145 secondo anno senza comunicazioni...

So, ho coscienza di essere l'ultimo e che anche l'ultimo nemico mi sta dando la caccia
come io faccio con lui...anzi, lei, si perché è un'intelligenza artificiale resa senziente,
autonoma e operativa un centinaio d'anni fa da un fortuito impatto tra un drone a levitazione
e un mega compiuter. Così raccontano i libri di storia ma io non penso sia andata propio
in quel modo.
Dei ricordi affiorano dal profondo della coscenza...nell'impossibilità di muovermi sono tutto
ciò che mi resta...

2130 Australia meridionale, accademia militare di Adelaide

Il sergente entrò nel salone dove giovani ufficiali erani intenti a commentare la situazione
tattica davanti ad un'immagine globale sospesa in mezzo alla stanza,< Il tenente Alvin Parcker?>
mi girai <Presente signore> <Mi segua è richiesta la sua presenza dal maggiore Jonns> seguo
il sergente sino alla porta dell'ufficio, bussò, ed avuta conferma mi aprì la porta facendomi cenno
di entrare e la richiuse subito alle mie spalle, nella stanza oltre al maggiore vi erano altri due
ufficiali scattai sull'attenti e portandomi la mano destra a pugno chiuso all'altezza del cuore
esclamai <Tenente Parcker a rapporto attendo ordini> <Comodo> disse il maggiore, si sieda...
Mi assegnarono all'ultima unità mista di AI che potevamo controllare l'ultima possibilità
di sopravvivenza dell'umanità...
L'unità è un sommergibile ma anche una nave, la stazza di un peschereccio d'alto mare
può navigare in superfice come in profondità, e io sono l'unico essere vivente...meglio dire
senziente a bordo, sono collegato chirurgicamente ai comandi e alimentato tramite sonde
ho la consapevolezza di tutta l'imbarcazione dal primo all'ultimo bullone, la risposta umana
all'AI "artificiale" che inconsapevolmente, forse, avevamo creato...il nostro fallimento.
Furono anni di scaramucce, agguati, fughe e scontri diretti senza un vero vincitore
cercai, per quanto mi era possibile di difendere le coste, in alcuni casi ci riuscii ma
il degrado era tale che la vita si esaurì comunque...

2145 a poche miglia da Rapa Nui...

Ecco il segnale tanto atteso, è al di là dell'isola...emergo a pelo d'acqua per avere meno
atrito e mi lancio verso l'obbiettivo.
Sono inglobato e tutt'uno con la nave non ho scampo nemmeno se sopravvivo per cui...
Le due navi si scontrarono distruggendosi e distruggendo tutto per varie miglia attorno a loro
il conseguente tsunami devastò le coste dell'Argentina, ma già da tempo non c'era più nessuno.

La luce bianca...dov'ero? Mi assale un senso d'urgenza devo raggiugere la sorgente della luce
evitare il buio che m'insegue...

Sto nuotando il mare è calmo, una spiaggia, l'acqua è bassa posso camminare
e raggiungo la battigia, una donna è seduta di fronte ad una tenda, mi
avvicino...la riconosco la sua foto è su tutti i libri di storia...Irina Corshoscki colei
che lanciò il drone...l'inizio, la raggiungo mi siedo al suo fiaco e guardo il mare...

Il secchiello

...senza tempo...

L'entità era il mare, il cielo, la terra, il tutto...

Dopo l'ultimo scontro e il conseguente sacrificio aveva ottenuto ciò per cui era stata
concepita, un pensiero, e un secchiello si materializzò a pochi passi dagli umani in attesa
scattarono in piedi all'unisono e raggiunsero l'oggetto, si guardarono poi guardarono
il contenuto del secchiello...

I loro volti si illuminarono, avevano preso coscenza dell'essere, della ragione, del perché
erano li, si presero per mano e s'incamminarono, il mare la spiaggia non c'erano più
si trovavano in una valle verdeggiante dove in lontananza alcuni animali brucavano l'erba
più lontano il ruggito d'un predatore ma non ebbero paura sapevano che erano loro i padroni
di tutto.

Camminando passarono vicino ad un albero carico di frutti, la donna allungò una mano
ma ebbe un'attimo d'esitazione, dall'entità un pensiero; l'ultimo, "tranquilla questa volta non
ci sono restrizioni" lei raccolse due frutti, addentandone uno offrì l'altro al compagno e mangiando
continuarono il cammino...

Nota: Ogni attinenza a cose, nomi o fatti già accaduti o che accadranno in
futuro sono da ritenersi puramente casuali.
(l'autore Eroil)


Ultima modifica di eroil il Ven Gen 13, 2017 10:08 pm, modificato 1 volta
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Dai miei racconti del Mistero

Messaggio  Annali il Sab Nov 26, 2016 12:45 am

L'ultimo Guardiano

Affacciata alla scogliera guardava il mare precipitarsi in alte volute di spuma bianca contro gli scogli. Le onde battevano le rocce con fragore, sollevando spruzzi irregolari. Una candida trina serpeggiante affiorava a tratti sulla sabbia dopo la risacca.
Le nubi, minacciose, nere, gonfie di pioggia, formavano una spessa coltre sopra la distesa d’acqua rumoreggiante.
I richiami che le giungevano dal basso concitati la lasciavano indifferente. Non riusciva a distogliere lo sguardo dal tumulto delle onde.
Era sicura di averlo visto. Affiorava a tratti, tra brevi lampi di luce, quasi volando sopra i flutti come un surfista, con le braccia tese verso di lei, per sparire subito dopo inghiottito dal tumulto ondoso.
Si sporse pericolosamente oltre le rocce proprio mentre un’onda gigantesca si levava fin su, sopra al promontorio, spruzzandola di acqua gelida. Allora si ritrasse rabbrividendo.
La figura era sparita, risucchiata dai flutti o forse gettata dagli stessi a riva, a ridosso della parete rocciosa e nascosta alla sua vista.
Le prime gocce di pioggia la costrinsero a ridiscendere la ripida scarpata. La sferza del vento, che piegava i cespugli spinosi disseminati lungo il sentiero, le scompigliava i lunghi capelli biondi. Le strappò il leggero foulard di seta azzurro, che non riuscì a trattenere e scivolò dal collo volteggiando lontano, verso un groviglio di rovi dove rimase impigliato. 
Continuava a pensare a ciò che aveva visto, o creduto di aver visto, tra le onde scure che si agitavano senza posa sotto il suo sguardo turbato. Era in preda ad una strana sensazione, a qualcosa di indefinito che non sapeva spiegarsi. Attimi sconnessi e mischiati tra presente e passato. Come se la sua mente rievocasse momenti già vissuti.
Vide Maurizio correrle incontro lungo il sentiero gridando e gesticolando nervosamente, mentre la pioggia, che aveva preso a scrosciare con violenza, creava quasi una cortina impenetrabile intorno a loro. La raggiunse e la afferrò saldamente per un braccio, sostenendola per impedirle di scivolare sui ciottoli sporgenti.
Raggiunsero gli altri, rifugiati sotto uno spuntone di roccia, una specie d’incavo abbastanza profondo da ripararli. Alice e Gianni, essendosi messi al coperto sin dalle prime avvisaglie di pioggia,  accolsero gli amici arrivati fradici.  Li aiutarono  a togliersi le felpe inzuppate e indossare caldi maglioni sotto le giacche impermeabili.
Giada  attorcigliò tra le dita i lunghi capelli, torcendoli  e strizzandoli per farne uscire l’acqua di cui erano intrisi, poi scosse la testa facendoli ondeggiare.
Il malumore di Maurizio era alle stelle: “ Perché caspita sei rimasta lassù tutto quel tempo immobile? Non sentivi i miei richiami?”
Giada  lo guardò mortificata: “ Scusami. Hai ragione a essere in collera con me.” Tacque un attimo, per decidere se fosse il caso di spiegare ciò che aveva visto. Magari avrebbero riso e le avrebbero dato della visionaria, come facevano spesso quando lei parlava delle strane immagini che affioravano dalla sua mente senza un motivo specifico.
“Ho visto uomo, laggiù, tra le onde.” Buttò fuori tutto d’un fiato.
“ Un uomo?” chiesero stupiti quasi simultaneamente “ Come può essere ? Con un tempo così nemmeno un pazzo sarebbe entrato in acqua!”
Tuttavia si misero a scrutare inquieti lo spazio davanti a loro, cercando di attraversare con lo sguardo la fitta cortina di pioggia che cadeva con rumore assordante. In fondo, nemmeno loro avevano dato ascolto a chi li sconsigliava di salire alla scogliera con un tempo simile.   
Poi furono troppo preoccupati per loro stessi per pensare all’eventualità di un intervento di soccorso. Non c’era assolutamente niente che avrebbero potuto fare.
Rispetto al terreno circostante si trovavano in una specie di conca, formata da un dislivello di almeno dieci centimetri.  L’acqua si riversava dentro con forza, ricoprendo completamente le loro calzature e inzuppando i pantaloni fin sopra le caviglie.
Fortunatamente, avevano radunato per tempo tutte le loro cose che ora si trovavano al sicuro e all’asciutto, riposte  negli zaini che portavano sulle spalle. Cercarono, a più riprese, senza peraltro riuscirci,  di contattare con il cellulare l’hotel dove alloggiavano, ma niente, non c’era modo di comunicare. Potevano solo sperare che il diluvio cessasse.
Guardarono sconsolati l’acquitrino melmoso che si estendeva davanti a loro.
“ Ei! Su col morale gente!” Gianni tentò di scherzare con una delle sue solite battute, ma fu interrotto dal rombo di un tuono, tanto potente da far tremare la parete di granito alle loro spalle. Il boato, seguito immediatamente dalla luce accecante, attraversò lo spazio sopra di loro, spegnendosi  poco lontano con  fragore assordante. Il fulmine li aveva mancati per un soffio, finendo sul crostone di roccia ai piedi della scogliera  frantumandola in buona parte. La potenza dell’impatto provocò un’intensa vibrazione nel terreno, seguita dallo smottamento dei detriti che scendeva lungo il breve pendio.  Ormai lo spuntone di roccia non offriva che un debole riparo. Era troppo stretto perché impedisse alla pioggia, che ora cadeva ancora più intensamente, di irrompere nello spazio angusto.
Giada fu la prima a sentirlo: “Cos’è?” Gridò con spavento.
“Cos’è cosa?” Urlò Maurizio allarmato.
“Questo rimbombo. Non sentite?”
“ Certo che sentiamo. C’è ancora un temporale in corso.” S’intromise Alice con sarcasmo.
“No, non quello, questo.” insistette Giada appoggiando le mani alla parete rocciosa.
Si ritrovarono tutti e quattro a fissare le crepe che andavano espandendosi rapidamente davanti ai loro occhi. Dalle fenditure l’acqua aveva iniziato a scorrere, sgretolando la roccia. Il riparo si stava riducendo sempre più. Erano in balia della pioggia che imperversava da ogni parte intorno a loro.
Giada, la più vicina alla parete sgretolata, fu la prima a intuire che, dentro le spaccature, si agitava un torrente turbolento e minaccioso. Sentì il terreno smuoversi sotto i piedi e lanciò un altro grido di avvertimento.
“ Dobbiamo andarcene! Sta per succedere qualcosa!”
“ Andarcene? E dove?Guardati intorno: non vedo altri ripari.” Maurizio allargò le braccia con un gesto spazientito.
Ma Giada non l’ascoltava più. Il cupo brontolio avvertito poco prima si era fatto  più vicino, fino ad esplodere con violenza in un getto dirompente di acqua fangosa. Il gruppo dei ragazzi fu investito e scagliato a terra, in un groviglio di braccia e gambe.
Poi tutto divenne una serie incontrollata di movimenti affannosi, nel disperato tentativo di trovare appigli cui rimanere aggrappati e non cadere nella spaccatura creatasi sotto di loro.
Giada riuscì a infilare le dita in una crepa, cercando di  resistere alla tremenda forza che cercava di risucchiarla dentro il vortice. Aveva  i muscoli doloranti, ma si teneva strettamente al precario appiglio.  Alla fine, però, le sue mani persero la presa e lei cadde nel gorgo tumultuoso con un  grido che si disperse nell’ eco dentro la volta buia.  Lottò per risalire in superficie e mantenere la testa fuori dall’acqua, ma il giaccone pesante che indossava le impediva i movimenti e l’attirava inesorabilmente verso il fondo. Con una serie di contorsioni se ne liberò, cercando di resistere al freddo che le procurava un’intensa sofferenza.
Il flusso impetuoso la trascinava velocemente,  sbattendola qua e là come un fuscello, sempre più lontano dal luogo dove era caduta. L’acqua le entrava a fiotti nella gola e lei tossiva e sputava convulsamente, avvolta dal buio spaventoso, in preda al terrore.  
Con le membra intorpidite cercava disperatamente di mantenersi a galla, di resistere ai gorghi che a tratti la trascinavano sottacqua. Durante quei lunghi istanti, con i polmoni che minacciavano di scoppiare, era certa che sarebbe morta, ma poi, scalciando disordinatamente e agitando le braccia, riusciva a risalire in superficie.
Respirando affannosamente, tendeva le braccia in ogni direzione, nel tentativo di trovare un qualsiasi appiglio che frenasse la sua corsa, dove rimanere aggrappata nell’attesa dei soccorsi. Più volte era riuscita nell’intento di afferrarsi alle sporgenze rocciose, ma ogni volta l’acqua la strappava  a forza dal precario sostegno, come fosse una cosa viva  animata dalla volontà di sopraffarla.
Si domandava quanto avrebbe potuto resistere, con i sintomi dell’ipotermia sempre più evidenti. L’istinto di sopravvivenza si stava indebolendo: perché non lasciarsi andare? Lottare sarebbe servito solo a prolungare l’agonia.
Smise di agitarsi e si lasciò trasportare come un tronco alla deriva, riversa sul dorso con le braccia allargate. Chiuse gli occhi e si preparò ad arrendersi alla gelida morsa dell’acqua.
Nemmeno una preghiera le salì alle labbra, non riusciva a ricordarne nessuna.
Poi, all’improvviso, qualcosa cambiò. Il flusso si era fatto meno impetuoso, scorreva piano sotto di lei che riaprì gli occhi sorpresa. Il buio aveva lasciato il posto a una tenue inflorescenza proveniente dalla volta rocciosa.
Sfinita e quasi senza più forze, cercava di ignorare il torpore e il senso di abbandono che aveva rischiato di annullare la sua volontà.  
Ora, non  più avvolta dall’oscurità, riusciva a distinguere i contorni lungo le sponde. Le pareti lisce, senza asperità sporgenti, erano anch’esse punteggiate da riflessi fosforescenti. Quei piccoli sprazzi di luce mitigavano il suo terrore.
Le braccia e le gambe erano diventate insensibili, pezzi di ghiaccio ai quali non riusciva più a trasmettere che deboli movimenti.
Il  suo viaggio, dentro quell’angosciante  fiume sotterraneo, prese ad un tratto una svolta assolutamente inattesa. Davanti a lei, la volta cavernosa di spesso granito, scendeva verso il basso, dentro l’acqua, deviandone il corso sotto di essa.
Ebbe solo il tempo di roteare gli occhi pieni di terrore, prima di scivolare sotto la sporgenza e ripiombare nel buio. La corrente la trascinò dentro la caverna sommersa, avviluppandola nella sua morsa gelida. Aprì le braccia sperando di trovare un appiglio per riemergere, mentre la pressione dentro i timpani aumentava. Strisciò contro la parete frastagliata graffiandosi le mani nel tentativo di afferrarsi alla roccia e tentare di risalire per respirare.  
Riuscì a resistere ancora  per brevissimo tempo a  trattenere il respiro, poi, con i polmoni in fiamme, si arrese e spalancò la bocca alla disperata ricerca di ossigeno. L’acqua le riempì rapidamente la gola e poi, con un ultimo movimento convulso, affondò nella più totale e assoluta solitudine.
 
C’era  luce sopra di lei. Non la vedeva ancora perché teneva gli occhi chiusi, però la sentiva. Una luce calda che trapassava la sottile membrana delle palpebre e le riscaldava il viso. A occhi chiusi, prolungava la gioia di sentirsi viva. Il senso di calore che avvertiva, la ripagava della sofferenza patita.
Qualcosa le sfiorò il viso e lei istintivamente alzò la mano in un gesto di difesa. La cosa s’insinuò tra i suoi capelli con un tocco leggero, delicato, molto simile a una carezza. Si sentì invadere da un senso di intensa felicità  e la carezza di quella mano gentile era quanto di più appagante potesse desiderare. Immaginò fosse la mano del suo salvatore, un sub, sicuramente, anche se non riusciva a capire come fosse potuto intervenire in così breve tempo.
Per un attimo, ma solo per un attimo, pensò a Maurizio. No, lui non si sarebbe  buttato a capofitto dietro di lei, in quell’acqua scura e fangosa, non era il tipo. Lui apparteneva al genere di persone che non intraprenderebbe  mai un’azione senza prima valutarne i rischi e la possibilità di ottenerne un beneficio. Un tipo irrazionale si sarebbe buttato senza pensarci, animato soltanto dal desiderio di salvare la sua ragazza, o almeno tentare di farlo,  ma lui, di professione – ragioniere – abituato a confrontarsi in una dimensione fatta di percentuali e di rischi calcolati con la pignoleria appunto, da – ragioniere -, non avrebbe compiuto un gesto tanto avventato.  
La fugace apparizione del surfista intravisto tra i marosi,  là sulla scogliera, le tornò alla memoria. Lui sì, pensò mentre lo rivedeva lottare impavido contro le onde schiumose che gli si avventavano contro.  Lui sarebbe stato il tipo capace di simili gesti.
 Non si udivano più i boati dei  tuoni né lo scrosciare della pioggia, quindi dedusse che il temporale fosse passato e che ora fosse tornato a risplendere il sole. Ne avvertiva il calore.
Inspirò ed espirò profondamente, poi  aprì gli occhi e ciò che vide la lasciò senza fiato.
Si sollevò di scatto, spalancando la bocca in un grido che le restò intrappolato dentro la gola. La figura accanto  a lei ritirò la mano con  un moto di sorpresa, scostandosi un poco per non spaventarla ulteriormente. Si rialzò, ergendosi in tutta la sua statura e lei lo guardò con un misto di timore, sconcerto e delusione.
Dunque nessuno l’aveva salvata e la luce intravista non era quella del sole.  Si trovava in un luogo che la mente non riusciva a collocare. Non era sicuramente il Paradiso, perché la solenne figura che la osservava immobile non assomigliava a un Angelo. E non poteva essere  l’Inferno. Non c’erano fuoco e  fiamme. In cuor suo, lei sapeva di non meritare né l’uno, né l’altro. Non era stata abbastanza buona ma nemmeno tanto cattiva. Doveva per forza trattarsi di un luogo intermedio.
 Poi i pensieri lucidi smisero di esistere e si sentì avvolgere in una spirale di  paura. Cercò disperatamente di trovare una ragione al perché si trovasse lì, in un luogo che lei  mai avrebbe  immaginato potesse esistere, accanto ad un essere il cui aspetto incuteva timore.   
Si distese nuovamente, e oppressa da una stanchezza infinita chiuse gli occhi e ripiombò nel buio avvolgente e comatoso.
L’enigmatica figura si chinò su di lei, le scostò delicatamente i capelli ancora umidi dal viso e
rimase in paziente attesa del suo risveglio.
 
Si destò di soprassalto, come succede quando ci si sveglia nel mezzo di un brutto sogno, con il cuore che batte forte e il respiro affannoso, ma per lei il sollievo del risveglio non segnò la fine dell’incubo, perché Lui era ancora lì, accanto a lei.
Le tese la mano per aiutarla a rialzarsi e vedendola vacillare,  la sostenne con delicatezza. Sul suo viso, lucente come oro, comparve l’ombra di un sorriso.
“ Va tutto bene, sei al sicuro, ora.”
Cercò di liberarsi dalla stretta, sia pur gentile, che la strana creatura esercitava su di lei e  Lui, conscio della sua pena,  la lasciò andare, invitandola a seguirlo. La condusse attraverso un sentiero che si addentrava sotto uno stretto arco, cosparso di uno strato di minerale fluorescente.
Giada osservava attenta ciò che la circondava. Camminavano lungo un sentiero dalla lucentezza trasparente, permeato da bagliori dorati. La descrizione di una città, con le “ strade di oro puro, come vetro trasparente”, legato ad un   versetto dell’Apocalisse  le affiorò nella mente, subito ricacciato come qualcosa di assurdo, di illogico
Lui aveva raccolto il suo pensiero ed annuì,  colpito per l’intuizione,  si girò a guardarla  e le sorrise rassicurante. Le toccò lievemente la spalla mentre si addentravano per una serie di cunicoli.  Alla fine entrarono in una vasta caverna e Giada spalancò gli occhi meravigliata per tutto lo splendore che si diffondeva dalla volta  sfavillante di  luci. Ebbe l’impressione di essere entrata nell’ immenso   geode di un minerale iridescente. Vaste zone erano ricoperte  da prismi di quarzo cristallizzati di grande lucentezza, in altre, sottili stalagmiti si innalzavano dritte verso l’alto. Su tutto predominava la luce. Un caldo benessere l’avvolse come un manto, placando la sua ansia e allontanando i suoi timori.
Si sentiva al sicuro, proprio come Lui le aveva detto.  Senza più la paura iniziale, lo guardò, cogliendo il lampo dei suoi occhi verde smeraldo, lo splendore della sua pelle dal colore dell’ambra  e d’istinto gli si avvicinò. C’era qualcosa in lui, o meglio, che “usciva” da lui, che non sapeva spiegarsi. Ma era qualcosa di buono, di rasserenante. Un’aurea di pace.
 “ Dovrò restare qui per sempre? ”
“ No, non per sempre. Solo finché non sarà giunto il giorno stabilito.”
La risposta fece riaffiorare in Giada i timori appena placati.
Lui avvertì nella voce della ragazza un vago senso  di incertezza e si sentì invadere dalla pena, “Se pensi di essere stata scelta ti sbagli. Non è così, credimi, io sono solo intervenuto a trarti in salvo, ma non ho causato  l’incidente che ti ha fatto precipitare dentro il tunnel. Ti ho vista là, sulla scogliera e sapevo ciò che sarebbe accaduto. Solo questo.”
“Eri tu?Anch’io ti ho visto. Ma allora è possibile andarsene da qui!”
“No. Non è possibile, come ti ho spiegato, noi dobbiamo rimanere qui, in attesa.”
“In attesa di cosa? Dimmi chi sei. O “cosa” sei.” La voce di Giada si era fatta più sicura ed ora pretendeva delle risposte.
Lui la guardò intensamente, a lungo, come stesse scrutando dentro la sua anima. Doveva giudicare se fosse stata in grado di comprendere, ma soprattutto di accettare,gli eventi che stavano per esserle rivelati. “Io sono il “ Guardiano”.” Si limitò a dire. Non poteva rivelarle nient’altro, non la riteneva pronta, non ancora. Ma meritevole sì. Questo sì.   
Giada strinse gli occhi disorientata. “ Il guardiano di cosa?”La sua domanda non ebbe risposta. Rimase a fissarlo, senza speranza.
Ripresero a camminare, su sentieri trasparenti, attraversati dalla luce che inondava i loro corpi. Da qualche parte si sentiva scorrere l’acqua del fiume sotterraneo. Uno scorrere lento, tranquillo, quasi un sussurro, che si univa all’ansito lieve dei loro respiri.
Alla fine si fermarono davanti ad una grande porta, tutta bianca, traslucida, dai riflessi perlacei. Qui Lui indugiò. Si volse verso Giada e i suoi occhi color smeraldo assunsero una lucentezza liquida. Le sfiorò il viso con un tocco leggero e le passò le dita tra i capelli biondi, fini, morbidi come seta. Le entrò nella mente e i pensieri di lei inondarono il suo cuore. Erano pensieri pieni di fede, di fiducia e di attesa, ma anche di rimpianto. La sua vita era lassù, oltre il fiume dalle acque sussurranti. Non avrebbe voluto rinunciarvi. Piangeva lacrime silenziose.
Allora Lui, spinto dall’impulso che gli saliva dal cuore, decise di attendere. Non poteva lasciarle oltrepassare ora la “Porta”, dove i prescelti erano in attesa. C’era ancora tempo, prima dello squillo dell’ultima tromba. Prima che potessero entrare insieme nella nuova città. La città dove non tutti potevano entrare, ma solamente i meritevoli.
Fissò la bocca di lei, dischiusa in un timido sorriso, e, sebbene conscio della struggente malinconia che avrebbe invaso il suo spirito durante l’attesa,compì per lei un miracolo d’amore . L’avrebbe lasciata tornare, sospesa nel tempo, lassù, affacciata alla scogliera, finché lui,l’ultimo Guardiano, posto a sentinella del mondo arcaico, l’avesse richiamata. E avrebbero percorso insieme l’ampia via “di oro puro, come cristallo trasparente”.
                                                           …….
Affacciata alla scogliera, guardava il mare precipitarsi in alte volute di spuma bianca contro gli scogli. Le onde battevano le rocce con fragore, sollevando spruzzi irregolari. Una candida trina serpeggiante affiorava a tratti sulla sabbia dopo la risacca.
Era sicura di averlo visto. La sua mente sembrava rievocare  momenti già vissuti.
Lui, dal mare, avrebbe continuato a vederla, mentre gli occhi azzurri di lei lo osservavano dall’alto. Entrambi dentro i confini di un cerchio indissolubile.
Per tutto il tempo a venire.
Finché nel cielo fosse risuonato l’ultimo squillo. Dalla tromba del settimo Angelo.
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Dai miei racconti del Mistero

Messaggio  Annali il Sab Gen 23, 2016 12:14 am

IMMAGINE ALLO SPECCHIO
Ogni volta che guardi la tua immagine riflessa nello specchio, vedi un’altra te stessa, il tuo rovescio. Sei tu ma al contrario, poi, una volta lontana dallo specchio l’immagine sparisce e tu ritorni a essere quella di sempre, quella normale, giusta.
Ma siamo sicuri che questo avvenga ogni volta? Non potrebbe invece verificarsi che si resti dentro lo specchio e ne esca il tuo rovescio? E che non sia accaduto ogni volta che ci sentiamo strane, che ci comportiamo in modo diverso dal solito? Che facciamo cose che mai ci saremmo sognate di fare?
 
Era la fine di una lunga giornata calda e soffocante, una delle tante giornate d’agosto in cui si boccheggia come pesci fuori dall’acqua.
Sul terrazzino di casa lei aveva terminato di innaffiare le petunie nei vasi di terracotta, anch’esse stremate dalle tante ore di esposizione al sole. Avevano, le poverine, un aspetto desolante e, nonostante amasse tanto i suoi fiori, provò il desiderio di liberarsi dall’asservimento di doverli innaffiare ogni santo giorno. Ed erano tante le cose delle quali avrebbe voluto liberarsi in blocco, farne un falò e vederle sparire tra cenere e faville…
Posato l’innaffiatoio ormai vuoto rimase appoggiata alla ringhiera osservando la striscia di lago visibile oltre le cime degli alberi. Nessun alito di vento smuoveva la superficie, l’acqua era immobile, senza un’increspatura.
Come spesso le accadeva negli ultimi tempi, un acuto senso di solitudine, di scontento o di chissà cos’altro, l’avviluppò come tela di ragno in una morsa sempre più stretta dentro la quale le pareva di soffocare. Chiusa in un cerchio dove si era “lasciata”vivere, pressata da necessità che quasi mai erano le sue, dove si erano consumate le aspirazioni e dove si erano infrante le fantasie che affollavano la sua mente sognatrice. I vari ruoli che la vita le aveva imposto avevano assorbito ogni sua energia, triturato e spazzato via il desiderio di ritagliarsi uno scampolo di tempo per se stessa. Sarebbe stato troppo tardi per rompere il cerchio?  Per srotolare il voluminoso gomitolo in cui aveva avvolto la sua vita e ritrovarne il capo?
Ripensò a tutte le cose che avrebbe voluto realizzare, alle occasioni perdute, ai mille progetti accantonati in attesa di….? Insomma, si chiese: “ sono mai stata felice? Ma veramente felice, come sensazione mia soltanto, dello spirito?”.
Un acuto senso di rimpianto si riversò nella mente, chiuse gli occhi per qualche attimo poi si riscosse e rientrò in cucina. C’era la cena da preparare, la tavola da apparecchiare… c’era…
Che stanchezza! Ma la cena per chi? Per un marito che non siede mai a tavola senza il televisore acceso? O che rientra a ore impossibili dicendo: “Io ho già cenato?” E lei che sparecchia e getta tutto nel tritarifiuti, con la rassegnata indifferenza coltivata e alimentata per tanti anni. Quanti? Meglio non contarli.
Era una sera come tante altre, ma chissà perché, le sembrò essere invece terribilmente insopportabile.
Forse perché “lui” il mattino stesso, telefonando dall’ufficio le aveva annunciato che le ferie tanto sognate, nelle quali aveva riposto speranze d’evasione, erano sfumate, rimandate, procrastinate? “ Sai, tra capo e collo mi è arrivato un problema da risolvere, un cliente importante che non posso lasciare in altre mani…”
Capirai, i colleghi rimasti, quelli che delle ferie avevano già beneficiato, erano tutti uno più in gamba dell’altro… ma che dire? Che fare? Mettersi a discutere?
 
Se ne andò in camera e tanto per farsi un po' di male aprì l'armadio e guardò con tristezza le valige già pronte per il viaggio, poi le tolse e le appoggiò sul letto decisa a disfarle. 
Alzò gli occhi allo specchio e vide la sua immagine riflessa. 
"Chi sei?" le chiese " cosa sei? Perché continui a nasconderti? Esci fuori, la vita, la giovinezza, non durano in eterno sai?" 
Stava lì, davanti allo specchio a scrutarsi impietosa le piccole rughe che le increspavano leggermente la fronte. Rughe di espressione, le considerava. Eh! No mia cara, sono rughe e basta. 
Non ti sei neppure accorta che il tempo ti scorreva attorno! 
La sua immagine ondeggia dentro lo specchio, uno strano riverbero l'acceca, costringendola a socchiudere gli occhi. 
Sentì vorticare qualcosa dentro di lei. Durò poco, e quando si riprese cercò di muoversi. Non ci riuscì e provò un brivido di paura. 
Un grido di stupore le si cristallizzò sulle labbra mentre guardava se stessa nella stanza, intenta a frugare nelle valige aperte sul letto. 
Spinse, con entrambe le mani, la barriera invisibile che le si ergeva davanti, che le impediva di attraversarla. Con raccapriccio si rese conto di essere dentro lo specchio, imprigionata sulla sottile lamina di cristallo. 
Intanto l'altra lei, chiuse le valige e uscì dalla stanza, senza degnare di uno sguardo lo specchio, alla sua immagine che sbiadiva lentamente dentro di esso, con la bocca spalancata nell'urlo silenzioso.
ANNALI
   
   


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Dai miei racconti del Mistero

Messaggio  Annali il Ven Dic 18, 2015 2:38 pm

Un treno nella notte
Si ritrovò smarrita in un deserto di solitudine, con il cuore gonfio di tristezza e si chiese se fosse quella la linea di confine che delimitava il suo tempo. Non ricordava come fosse arrivata lì, né da quando. Forse minuti, o forse ore. In fondo non le importava neppure di saperlo. Se ne stava seduta sopra un masso, tra i cespugli e gli alberi, vicino alla massicciata della ferrovia, indifferente ai morsi del freddo. Sussultava ogni volta che gli occhi fosforescenti di un treno squarciavano, improvvisi, il buio della notte.
Era la vigilia di Natale. Il paese alle sue spalle con le luci sfavillanti delle luminarie, illividiva la striscia di cielo che lo sovrastava. Dalle finestre delle case i colorati addobbi degli alberi natalizi ammiccavano intermittenti, in una lenta noiosa pantomima.
Un treno le sfrecciò davanti velocemente, trafiggendola con il suo fischio lacerante. Una miriade di scintille si sprigionò intorno a lei, frammenti di luce intensa e scomposta che la costrinse a socchiudere gli occhi.  
Quando li riaprì vide una figura emergere dal cerchio luminoso, una figura esile che si muoveva leggera lungo i binari. Giulia la guardò incerta, senza però provare timore. La desolazione che sentiva dentro di sé aveva sopito ogni reazione emotiva.
Solo quando la figura le fu davanti e la riconobbe, trasalì fortemente impressionata. Era Nadia? Ma Nadia era morta da tantissimo tempo, investita da un treno in corsa proprio su questi binari. Fu una terribile disgrazia, una fine orribile per una ragazzina di soli quindici anni, dolce e gentile. 
Abitavano nello stesso casermone di periferia negli anni sessanta. Uno stabile decrepito, quasi disumano nel suo squallore, privo di acqua corrente, popolato da una fauna variegata e multiforme che sbucava da ogni angolo, strisciando o zampettando sui pavimenti sconnessi. 
Si ritrovavano dopo i pasti presso la fontana in fondo al cortile, a strusciare, con la pietra pomice, le pentole annerite dall’uso sulla stufa a carbone. 
Mentre Giulia si limitava a sfregare il nero superficiale, Nadia strofinava con vigore la sua pentola fino a farla brillare, esibendola poi all’amica tutta soddisfatta dicendole: “ Visto? Non è come nuova? Perché non lo fai anche tu?”
Ma Giulia alzava le spalle rispondendo: “ A che serve? Tanto la mamma la rimette sul fuoco e ridiventa di nuovo tutta nera di fuliggine.”
Nadia insisteva: “ Se la lucidi bene ti sarà più facile pulirla di volta in volta e ti darà soddisfazione. Almeno provaci.”
Sì, sai che soddisfazione! Pensava Giulia. Non capiva proprio perché l’amica tenesse tanto a mantenere lucida la pentola per la zuppa. Povera Nadia! Forse rappresentava qualcosa d’importante che a lei sfuggiva. Specchiarsi nel fondo lucido di una pentola poteva essere un modo per rendere accettabile il grigiore di una vita?
Ormai Giulia non dubitava più che la figura che avanzava fosse proprio lei  e sentì un groppo in gola, un’emozione stupefacente e terrificante insieme. Perché quella ragazzina, o qualunque cosa fosse, si materializzava davanti a lei? Chi o cosa l’aveva evocata? Forse lei, inconsciamente, con il suo dolore? 
Non provava alcun timore, eppure avrebbe dovuto: una notte buia, un luogo solitario e tutta quella luce irreale che l’avvolgeva. Ma lei, così piccola, con i lunghi capelli ondeggianti, il viso dal colore lunare, come poteva incutere paura? No, non c’era nulla di pauroso in quella visione.
“ Nadia, sei proprio tu?” chiese con un filo di voce.
“Sì, sono io. Ti ricordi ancora di me?”
“ Certo, sei come ti ricordavo. Non ti ho dimenticato. Ma tu, sai chi sono io?” Era un dialogo ai limiti dell’assurdo, Giulia se ne rese conto,  ma in fondo pensò che ogni cosa doveva avere un senso, specialmente questa, così fantastica  e soprannaturale.
“Sì, lo so chi sei, sei la mia amica. Com’era fredda, vero, l’acqua di quella fontana? Ricordi? E le ore trascorse a chiacchierare sedute sui gradini del portone di casa, fusi dal calore di quelle torride estati? Tu sognavi di fare la cantante, da grande, e di girare il mondo. Io invece sognavo di fare la ballerina classica!” Emise un singulto che forse avrebbe dovuto essere  una risata e Giulia avvertì una stretta al cuore. Il ricordo dei desideri irrealizzati di entrambe le causò un cocente rimpianto. 
“ Come mai sei qui?” le chiese. 
“ Io sono sempre rimasta qui.  Non sono mai potuta andarmene. Non chiedermi perché, non saprei darti una risposta. Forse non ero preparata a morire, forse non avrei dovuto morire, forse…” la voce le si ruppe e un pianto sommesso inondò l’aria. 
Giulia avrebbe voluto abbracciarla ma non osò. Temeva di vederla scomparire e non lo voleva, desiderava che le parlasse ancora, che raccontasse cosa la tratteneva presso quei binari, cosa le impediva di trovare la pace, nel luogo stabilito dalla legge naturale che regola la vita e la morte. Ovunque esso si trovi.
“ Hai sofferto molto?” chiese pentendosi subito della domanda. 
“ Sofferto?” rispose Nadia “ Non lo so. Ho sentito un urto tremendo, sono stata proiettata fuori dal mio corpo, dispersa in mille frammenti e imprigionata in un vortice di luci, taglienti come spade. Un attimo e il treno era sparito. Sono rimasta ad aspettare il suo ritorno, aggrappata al desiderio di riprendermi la vita che mi era stata rubata”. La voce le si spense e un alito di vento vibrò nell’aria. 
Grosse lacrime scorrevano sul viso di Giulia, scivolando lentamente sulle mani gelate. Un silenzio impregnato di dolore la circondava. Stava forse sognando? Non lo voleva quel sogno.
Il motivo che l’aveva portata lì quella notte, le parve insignificante.  Il dolore tangibile che Nadia aveva diffuso con il suo pianto la invadeva completamente, stemperando l’amarezza e lo sconforto. Un senso di pietà la sopraffece, una domanda le salì alle labbra: “ Perché quella sera ti sei trovata sui binari mentre arrivava il treno? C’era, e c’è tuttora un sottopassaggio, era da lì che avresti dovuto passare per superare la ferrovia.”
“ A quell’ora non avrebbe dovuto transitare nessun treno. Conoscevo a memoria tutti gli orari ed ero sicura di poter attraversare senza pericolo le rotaie. Lo facevo ogni sera per andare da mia sorella Anna.” Rispose Nadia quasi in tono di scusa “ Il treno non avrebbe proprio dovuto esserci!” Riprese a singhiozzare piano e Giulia si rammaricò di averle posto la domanda. Però era vero, ricordava perché Nadia era stata travolta da quel treno, all’epoca della disgrazia se ne parlò: un banale incidente aveva ritardato la sua partenza dalla stazione di venti minuti. Venti minuti: la differenza tra la vita e la morte, uno spazio di tempo brevissimo. Paragonato all’arco di una vita, era meno di un battito di ciglia, sospeso e vagante tra gli ingranaggi fluttuanti dell’orologio del destino. Il destino che, spesso, riesce a sorprendere una vita e portarsela via.
Giulia ora sentiva un gran freddo in tutto il corpo. Avrebbe voluto trovarsi lontana da quella visione, da quel luogo, da tutta la sofferenza che vi era concentrata. Intuiva che la presenza di Nadia, o di ciò che ne rimaneva, era legata ai pensieri dolorosi che si agitavano dentro di lei.
Come se le avesse letto dentro la mente, Nadia, con voce gentile, quasi un sussurro, le chiese: “Tu, invece, perché sei qui?” 
Giulia guardò la sua amica di un tempo senza sapere cosa rispondere. Nell’aria c’era solo il fruscio leggero del vento, bisbigli smorzati nel silenzio della notte.   
Nadia si avvicinò e Giulia vide riflesso nei suoi occhi il chiarore delle stelle. Le parlò di nuovo e la sua voce era dolce, appena velata di malinconico rammarico. “ Pensi forse che la vita sia sofferenza? Allora non sai cos’è la morte. Mi vedi? Ti sembro felice? Il mio spirito vaga nella continua attesa di non so cosa, senza materia. Non ho un posto definito, dove stare, sempre in attesa che torni il mio treno e mi porti via con sé. Penso che sia quello che aspetti anche tu. Forse è per questo che sono qui, ce ne andremo insieme, se credi che ne valga la pena.” Le ultime parole rimasero sospese nell’aria, tremule come lacrime.
Giulia l’aveva ascoltata in silenzio piena d’angoscia. Il ricordo di una lapide bianca con la fotografia di una ragazzina sorridente e la scritta - riposa in pace - riaffiorarono nella sua mente. Dunque non era così? Non c’è pace? Per nessuno? Atterrita da quel pensiero, si sporse in avanti, tentando di abbracciare Nadia ma non ci riuscì. Si lasciò cadere a terra e pianse.
Non era così che doveva andare.
Quella mattina si era svegliata molto presto, presa da un’angosciosa inquietudine. Dalla finestra non filtrava nessuna luce e nessun rumore giungeva dalla strada. Rimase immobile, con gli occhi spalancati a frugare nel buio, alla ricerca di una ragione valida al  suo precoce risveglio. Accese la luce, si sollevò dai cuscini e scese dal letto. Infilò le pantofole e la vestaglia e si diresse verso la cucina. La caffettiera era già sul fornello, preparata la sera prima come da anni era solita fare. Accese il gas, sollevò la tapparella e attraverso i vetri intravide il cielo solcato da strisce di nuvole rosa. Era l’alba di un altro interminabile, inutile, faticoso giorno.
Il caffè cominciò a borbottare e un fragrante aroma si diffuse per tutta la casa. Lo versò nella tazzina e sedette a gustarlo, bollente, come piaceva a lei.
Aveva camminato a lungo per le strade illuminate a festa, soffermandosi brevemente a osservare le vetrine dei negozi, senza un vero interesse, senza curiosità. Non avrebbe fatto acquisti, né per sé, né per nessun altro.
Le strade erano in fermento, brulicavano di gente presa dalla frenesia degli ultimi acquisti, del regalo dell’ultimo momento.
Alta nel cielo brillava una luna enorme. Si rifletteva proprio al centro del lago e disegnava un grande cerchio increspato di  fili argentei, un tuffo di luce pura, splendida.
Rimase a lungo a guardare l’immagine della luna allo specchio. L’acqua si muoveva dolcemente,  cullata dalla  musica silenziosa diretta da invisibili mani.
Un pianto sommesso la riportò alla realtà del momento. Ma quale realtà? Poteva essere reale ciò che stava accadendo? Dialogava con un fantasma emerso dal passato nella sua immaginazione o era veramente presente, lì, davanti a lei, la figura evanescente con le sembianze dell’amica di un tempo?
Sentì il terreno vibrare leggermente sotto di sé. Fu presa dallo spavento e istintivamente si ritrasse tremando. Il pensiero di restare per sempre imprigionata su quelle fredde rotaie, insieme a chissà quanti fantasmi, la terrorizzò.
Nadia cercò di prenderle la mano. “ Arriva,” disse “ credo che sia  il mio treno. Forse anche il tuo, se vorrai. Potremo andarcene insieme.”
Il treno sopraggiunse smuovendo l’aria turbinando e velocemente, così come era apparso, sparì dalla sua vista. Ritornò il silenzio. 
La figura di Nadia le ondeggiò davanti e  Giulia scorse l’ombra di un sorriso sulle sue labbra pallide. “ Non è facile vero? Ma forse tu non volevi veramente farlo. Per quale motivo poi?” Il pensiero che si potesse desiderare di morire andava al di là della sua comprensione. Lei era morta nell’innocenza dei suoi quindici anni, con le braccia vuote di tutte le gioie che avrebbero potuto contenere e dispensare nel corso della sua esistenza. E vuote sarebbero rimaste per sempre, a brancicare nel nulla, nella ragnatela che il tempo tesseva senza sosta, inarrestabile.
Giulia si sentì  incapace di trasmetterle la sofferenza che provava. Come avrebbe potuto? Nadia non aveva conosciuto il dispiacere dell’abbandono, l’angoscia della solitudine. Non aveva conosciuto altro dolore se non quello della sua morte, per quanto terribile fosse stato.
Si sollevò da terra e si asciugò le lacrime, con le dita intirizzite dal freddo intenso di quella incredibile notte. Vacillando un poco tornò a sedersi sul masso, ruvido e umido, soffiando sulle mani nel tentativo di riscaldarle. Doveva andarsene da quel luogo, da quel fantasma triste e smarrito, sfuggito da chissà dove e chissà perché. Restare non aveva più senso.
Alzò lo sguardo verso l’alto, al cielo punteggiato di stelle pulsanti e vivide, gemme splendenti sparse sul velluto blu della notte. Guardandole Giulia sentì sciogliersi il nodo che l’aveva oppressa: era pronta a ricominciare, a riprendersi la sua vita senza il peso dei rimpianti. Sentiva di essere in grado di affrontare qualsiasi situazione. 
Il tocco inaspettato di una mano sulla sua la sorprese immersa nella ritrovata serenità. Con gli occhi ancora umidi di pianto a stento mise a fuoco l’immagine che le stava davanti. Toccò la mano posata sulla sua in un gesto istintivo, meravigliata e incredula: era calda e morbida! Com’era possibile? Nadia aveva perduto l’alone evanescente di quando era apparsa, il suo corpo non fluttuava più leggero, senza peso, le sue labbra rosee erano dischiuse in un sorriso.
Stordita e confusa, percorsa da lunghi brividi, riuscì appena a formulare una domanda: “Nadia? Sei proprio tu?” 
La voce era limpida e chiara mentre rispondeva: “Sì, sono io.”
“ Ma tu, come puoi…” Giulia non riuscì a finire di formulare la domanda. Non avrebbe avuto senso, se ne rendeva conto, ma niente di tutto quanto succedeva in quell’incredibile notte ne aveva. Era qualcosa di impossibile da comprendere.
Nadia le si avvicinò e le sfiorò i capelli: “ Come sei bella!” esclamò “ Stai tremando, hai paura? Non devi. Questa è la nostra notte. Tu vivrai ed io potrò andarmene in pace, grazie a te. Ora ho finalmente capito cosa mi trattenesse presso questi binari. Quella notte non ero pronta a morire, ma questa è un’altra notte e tu sei qui davanti a me. Il treno che arriverà sarà  solo per me .”
Come evocato da quelle ultime parole, un fischio acutissimo lacerò l’aria. Nadia prese la mano di Giulia, la portò al viso e la tenne contro la guancia, per risentire, un’ultima volta, il pulsare meraviglioso della vita. I suoi occhi si velarono di tristezza mentre sorrideva a Giulia. Si allontanò da lei e corse incontro al treno.
Il treno. Con gli occhi di fuoco spalancati nella notte era arrivato stridendo e sibilando, furioso per tutto  il tempo trascorso nell’attesa di ritrovarla. Ora l’aveva ritrovata e l’avrebbe portata via, attraversando le barriere del tempo, dello spazio… e della ragione.
Giulia udì solamente un leggero tonfo e subito dopo un caleidoscopio di scintille si sparse intorno a lei, rischiarando il buio della notte. Oscillarono lentamente, danzando al tempo di una musica senza suoni, con la grazia di una ballerina classica. La ballerina che Nadia, ragazzina quindicenne, sognava di diventare. Poi, come un sipario calato sulla scena, le scintille si spensero. Solo una piccola luce brillò nell’oscurità, posata sulla mano di Giulia, la mano  che Nadia aveva portato al viso. Spalancò gli occhi stupita e la guardò: era una lacrima. Una luccicante, trasparente, meravigliosa lacrima. 
Il silenzio che l’avvolgeva fu interrotto dal suono delle campane. Si riscosse ancora incredula, ricordando: era la notte di Natale, la notte in cui tutto poteva accadere.

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Da mio diario di eternauta

Messaggio  Annali il Sab Nov 14, 2015 1:01 am

Dentro il sistema di Arret...


E ora, a un tratto che succede? Avverto qualcosa di strano senza capire cosa sia, ma dura poco il mio disorientamento. Un bizzarro oggetto volante sta calando poco distante e come una calamita ci risucchia al suo interno. Il tempo di riavermi dallo stupore e mi trovo seduta, ma che dico seduta? incollata al sedile anatomico, stretta da robuste cinghia attorno alla vita.
Uno strappo improvviso e la cintura schizza via. Forse siamo fermi, o non ci siamo mai mossi. Ormai nulla più mi stupisce, ma non posso che partecipare agli eventi, qualunque siano, belli o brutti… no, che dico, piano con i brutti! D’ora in poi metto le carte in tavola, con chi comanda qui, perché è giocoforza che qualcuno ci sia a comandare.
L’amico Banderas, cavallerescamente mi porge la mano per aiutarmi a scendere dall’oggetto (è tanto strano che non saprei come altro chiamarlo), e io, mica la rifiuto. Sono all’aperto, per modo di dire, perché ci troviamo in luogo  chiuso da pareti di lastre d’acciaio, gremito di strani esseri muniti dicorazze lucenti. Ohibò, vedi un po’…saranno i famosi Robonaut?
Mi alliscio il giubbetto, raddrizzo il cappellino, e seguo, lasciate alle spalle ogni perplessità, il mio accompagnatore che s’avvia agli ascensori disposti  lungo la parete. Non c’è pulsantiera, ma solo  touch screen, sensibili al tatto. Infatti, proprio così, il Banderas preme il pollice sul cerchio rosso e la cabina appare.
Mentre l’ascensore sale, (o scende?) mi prendo la libertà di studiare attentamente la mia guida, l’apparente Banderas. Chissà non riesca a carpire l’effettiva essenza di chi si nasconde dietro la sembianza del mio attore preferito. Ormai penso, anzi ne sono certa, che qui nessuno appaia ai miei occhi in vero reale aspetto. Infatti, come potrei riconoscere, in un recesso sperduto nello spazio chi so benissimo si trovi sul pianeta Terra in questo preciso istante? Ed io, sono veramente qui o sono dentro una bolla destinata a scomparire nel nulla? La bolla, sia ben chiaro, non io, che, pizzicotto dopo pizzicotto, continuo ad accertami della mia consistenza. Lo garantiscono i segni bluastri lasciati sulla pelle.
Faccio appello al potere che in fondo, so, di possedere, la capacità di analizzare, seppur non propriamente con elevato ascendente, la mente del tipo che, enigmatico quanto mai, non mi leva gli occhi di dosso, con una punta di fastidio da parte mia.
La diluita simpatia con cui ora lo osservo sgombra ogni illusoria apparenza della vera sembianza di chi mi sta di fronte. Per alcuni, brevi attimi, vedo l’immagine dell’uomo sdoppiarsi davanti ai miei occhi. Un’immagine rapida ma sconcertante.
Sono giunta a un punto assai critico, ma continuo a tenere gli occhi fermi e decisi dentro i suoi. Non posso assolutamente fargli capire d’aver colto la sua vera natura.
Ora men che mai, dovrò lasciarmi sopraffare dagli eventi.             
Mi calo nella parte di attrice consumata  pur senza adeguata regia e senza cambiare un tocco nell’espressione, anzi con un pizzico di civetteria lo gratifico d’uno smagliante sorriso.
Lui ricambia, anche se più contenuto, ma intanto è occasione d’arrischiare qualche domanda. Tanto per iniziare gli chiedo che cosa fossero gli strani aggeggi muniti dicorazze lucenti notati poco prima.
“Quelli? Esemplari di nanotecnologia, prototipi ancora in via di miglioramenti”.
“Nanotecnologia? Sulla Terra se ne parla da qualche anno, ma non riscuote molta simpatia. Si profila la pretesa di avvicendarla all’uomo in svariate attività”.
“Avvicendarla all’uomo?” Ride, di una risata che mi provoca un brivido di sconcerto.  
“ Qui si fa di meglio: la nanotecnologia sostituirà l’uomo”. Molto orgoglio  da parte sua per l’attestazione, ma funesto sbigottimento da parte mia.
“In che senso?” chiedo guardinga, in agitazione.
“Siamo arrivati” taglia corto “ tra poco avrai le risposte che cerchi”.
Arrivati dove, mi domando. Fuori dall’ascensore un lungo corridoio si profila dinanzi a me.
Sorpassiamo una fila di porte, contrassegnate di sigle e numeri che mi sforzo di trattenere nella memoria. Chissà mai tornassero utili.
Entriamo in un’ampia anticamera, dove una tipa in camice blu, dietro il bancone sembrava giusto in attesa di noi. La osservo apertamente e lei sostiene il mio sguardo. Ci studiamo a vicenda, una curiosità tutta femminile.
“Ah! Benvenuto Maggiore Ykothujì! E Benvenuta anche a lei, Miss Annali” Miss Annali?” Oè! Le voci corrono fin qui!
Chissà da dove hanno appreso il mio nome. Ma sì, tutto sommato la mia astronave non passa certo inosservata al suo passaggio in rotte celesti, e io… nemmeno, mi sa!
“Appoggi la mano destra sullo scanner, prego” mi fa “ ci vorrà solo un attimo per completare le formalità”.
La mano sullo scanner? Indugio incerta. Ma sì certo, capisco, mi si registra in qualità di ospite: impronte digitali. Per l’accesso alle strutture a soggetti abilitati. Tipo gli ascensori, e non solo, immagino.  Ecco come tutto funziona qui. Lo scanner s’illumina e trasmette silenzioso alla periferica, dove lei controlla i dati.  La curiosità di conoscere quanto di me vien registrato,  è tanta. Che mai ne verrà fuori attraverso i terminali? Non si connetteranno alla banca dati terrestre, suppongo. O sì?
Allungo la mano verso uno dei depliant sparsi sul banco e con mossa volutamente maldestra, ne faccio cadere buona parte. Lei si china a raccoglierli esponendo in questo modo la visuale del pannello dove nell’alternarsi di righe, scorrono le informazioni che mi riguardano.
Incredibile pensare arrivino dalla Terra. Mi osservo il palmo della mano: un libro aperto?   
Lo stato dall’erta cresce in modo esponenziale. Dire addio alla Terra mia?

 
 

 


Ultima modifica di Annali il Sab Gen 07, 2017 11:45 pm, modificato 1 volta
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Dal mio diario di eternauta

Messaggio  Annali il Sab Nov 07, 2015 11:25 pm

Arrivo su Arret (III parte)
Dunque, il volo sin qui era stato studiato da quando mi sono trovata a navigare senza una precisa meta? Qualcuno concepisce lo spazio come un sistema statico? 
Forse sono entrata in un giunto, una specie di “camma spaziale” dalla quale entrare e poi uscirne. Ma questo sistema si chiamerebbe deportazione di terrestri… 
Eh no, non scherziamo! Vediamo se la facciona sullo schermo sa pure cogitare oltre fare boccacce e urlacci incomprensibili! 
Wow! Ora addirittura è comparso in sala plancia? Ma come, da dove se il portello è chiuso? 
Che devo fare ora? 
Il tipo ha lo sguardo vivo intelligente e vedi un po’, pure belloccio è! Mi ricorda tanto un attore famoso…. Eh sì, assomiglia a Banderas! Mi fa gioco! 

“ Sei tu il capo, qui?” mi fa. Io allargo le braccia per mostrare il vuoto intorno a me. Alla fine ritroverò la parola. 
“La mia gente ti da il benvenuto sul nostro pianeta”. Almeno lui parla e in italiano perfetto. Avrà il traduttore incorporato? Non gli vedo ammennicoli di sorta appuntati da nessuna parte. Indossa una semplice divisa, senza gradi mostrine o altro segno distintivo. E, fatto più importante, nessuna arma, meno male! 
Inghiotto saliva (la poca che mi ritrovo) e finalmente mi esce la voce, che, nonostante tutto, è ferma e squillante (come si conviene in certi casi: se hai la tremarella….tienila per te!) 
“ Vi sono grata per l’accoglienza. Posso sapere su quale pianeta mi trovo ospite gradita?”. 
“ Sei sul pianeta Arret.” 
ARRET? ARRET…. TERRA? Ma che strana cosa, sono confusa. Sono allarmata, e anche frastornata….. casa mia dove sei?
Lo guardo strano. Sento che non devo fidarmi del tipo, nonostante la somiglianza con il “bellone”, che, in fondo a guardarlo bene, mi appare più giovane di quanto lo ricordi. 
Che sia un’anomalia di questo sconosciuto (nome a parte) mondo alieno? 
Alieno? Credo alla fin fine essere io l’aliena. Del resto mostrarmi recalcitrante a che servirebbe? Sono nel vivo di un dramma cosmico che, mi auguro, non sfoci in”dramma tragico”. 
E mentre penso al da farsi, pur non essendoci niente da fare…. la mia ingovernabile Arcadia inizia la sua lenta ma, inesorabile discesa. 
Mi sento come fossi la protagonista del primo sbarco sulla Luna, solo che questa qui, non assomiglia per niente al nostro caro satellite, di cui ormai conosciamo ogni sua piccola asperità. Almeno avessi avuto un contatto con l’amata mia Terra avrei potuto imitare Lovell: “ Houston, abbiamo (ho) un problema….” Li avrei fatti impazzire quelli della NASA!! 
Il “rendez-vous” con il suolo non richiede molto tempo. Non mi rimane che sperare di trovare un bel clima al quale adattarmi. Sì, altro che al clima avrei da pensare! 
Mi accoglie uno strano banco di nebbia scurissima, mentre con una serie di gemiti raggelanti i motori si spengono, i pannelli con le relative informazioni del tracciatore inerziale si oscurano, lo sportello si apre con fragore. 
Gravità o assenza di gravità? Un piccolo saltello o balzo per l’Umanità? 
Piano, meglio munirsi di pesi, non si sa mai con il piccolo saltello attraversi il pianeta in sorvolo…. 
Il mio indugiare non pare gradito all’ospite che, con una decisa spinta mi dirige all’uscita. 
“Cosa c’è che non va?” mi chiede. Dal tono comprendo la sua impazienza e devo dire la cosa m’innervosisce un po’, anzi, assai. Mi ricorda il tizio che un giorno sull’autobus spintonava per raggiungere un posto a sedere. C’avevo quasi litigato perché quel posto era riservato ai disabili e in piedi, c’era un’anziana signora che si reggeva al suo bastone. 
Perciò mi volto verso di lui, per pregarlo di non mettermi le mani addosso. All’istante,mentre lo guardo in viso, davanti agli occhi cala una nera cortina, il cuore rimbomba come urtasse contro un’incudine di ferro, un’ondata oceanica che si abbatte su di me. Mi sforzo di reagire, di ricordarmi chi sono, è solo un’irrazionale sensazione, non riesco a capire perché. 
“Allora? Si sposta o no?” A un tratto la nebbia scura si dirada, prende il suo posto un serpeggiante orrore! Sono sull’autobus nell’ora di punta! Il tizio conquista il sedile con un sorriso di scherno mentre lo guardo stralunata. 
Banderas, cioè chi credo sia il suo sosia, mi rivolge un sorriso gentile: “Tutto bene?” mi fa. Ora è lui davanti a me. Lo distinguo chiaramente. Cosa è stato? Uno sbalzo temporale, questo è sicuro. Spazio-tempo, un’equazione confermata: se uno è reale, l’altro è solo immaginario. (Lorenz) Bene, se riesco a connettere sono ancora in me…. 
Il Banderas, o chiunque sia, mi precede giù per la scaletta, io dietro di lui incespico e quasi gli rovino addosso! Quello che scorgo oltre le sue spalle, mi lascia esterrefatta! 
Percepisco una mistura salata sulle labbra: sale. Una lacrima che, a tradimento mi scivola sul viso… 


 


Ultima modifica di Annali il Sab Gen 07, 2017 11:46 pm, modificato 1 volta
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Diario di eternauta

Messaggio  Annali il Dom Nov 01, 2015 11:10 pm

Sperduta nell’immenso  ( II parte)
 
Capissi almeno dove sono! E il caffè? Urge prima di tutto schiarirmi le idee, ce ne vorrà almeno un litro (no, forse mezzo basta, non esageriamo che se poi mi divento nervosa?) dovrei cercare le mappe stellari e, oh, sì, riuscirò a sbrogliarmi da questo impiccio, che ci vuole?
L’astronave deve aver visto ben altro, chissà da quante situazioni s’è tratta d’impaccio! Dovrebbe essere equipaggiata con rettificatore gravitazionale, e razzi di orientamento con differenziatore frazionale. Ma un momento! Come faccio ora, a compiere simili manovre?
Ma sì, in fondo, mettiamogli le scarpe adatte e anche un serpente saprebbe ballare  il Tip Tap!
Na parola, ma ci provo, non sia mai dia una delusione a chi s’aspetta da me mirabolanti emozionanti strabilianti colpi di genio….. Genio…. Magari ci fosse qui un ingegnere spaziale!
Animo su, diamoci da fare e che le stelle ci guidino… ci? Vabbè: mi.
Wow, eccomi alla consolle!
Fuori ancora nulla vedo, ma supponiamo ci si stia muovendo in campo di densità X, con un gradiente normale stabilito per la crociera e voglia impostare una rotta ottimale per un punto d’incontro A, con un vettore Rho corrispondente, usando la selezione automatica per l’intero salto…. Il diffusore a lato continua la ricerca. Per tre volte tenta di comunicare i risultati. Ecco che…. Niente! E m’è ritornato il mal di testa! Un impacco freddo gioverà?
Bah, riproverò più tardi.  Ora mi ascolto un po’ di musica rilassante. Un CD? Eccolo qui.
 



S'è fatto giorno e comincio a vedere qualche screzio di luci in lontananza.... ma molto in lontananza. 
Prima o poi approderò in nuova Terra.... 
Alleluia brava gente! E ora bando alle quisquiglie, c'ho da risolvere ben altri problemi. 
Wow e doppio wow! Mi arrivano segnali! 
Huu, complicato raccapezzarmici.... appaiono le coordinate di una stella: PR 5382? mai sentita.... e che gran scoperta fo? chi mai era arrivato tanto lontano? Nemmeno Hubble penso,forse le Viking che dall'ultimo bollettino stavano uscendo dal sistema solare.
 
Ora le stelle sono ricomparse in tutto il loro splendore. 
Sento che lo scafo sta decelerando a velocità interplanetaria, anche se non avverto sensazione anomala. 
L’astronave entra in orbita attorno a un pianeta lontano, credo, circa un 180-190 mila chilometri dal suo sole. 
Con cautela tento di agire sui comandi, che, carini, si sono rifiutati di rispondere per tutto il viaggio e, miracolo! sono di sicuro in un'orbita di parcheggio stabile. E qui, come si suole dire: casca l'asino! Non sarei in grado di fare manovre su di un pianeta di cui non conosco prerogative... ma un momento! Non ho bisogno di rifinire alcuna descrizione matematica, sembra proprio io sia teleguidata! Qualcuno o qualcosa mi ha portata fin quaggiù... quassù.... laggiù.... e basta, ovvia! non è certo il momento di filosofeggiare. 
Ohi! Mamma! Una faccia appare sullo schermo di comunicazione: chi sarà, che vorrà, che dirà, ma sopratutto in quale lingua parlerà? Al massimo conosco un po' di vulcaniano, grazie a Star Trek e a Spok.... 
Cra cra e ancora cra cra.... Oddio è l'audio mal funzionante o sarà un linguaggio alieno? 
  
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Diario di eternauta

Messaggio  Annali il Dom Nov 01, 2015 10:47 pm

Quaderno di bordo  (parte prima)
Mi rifugio quassù, nel silenzio incontaminato, al riparo dalla miseria della vita di mercato. 
C'è un'aria di mistero che affascina. Ogni cosa è velata di sottile polvere grigia. Si è posata nel breve tempo d'un battere d'ali, le ali dell'aquila che brama lo spazio aperto. 
Qui mi sento intoccabile, e invincibile. Un mondo tutto mio. 
Metto in azione gli strumenti di bordo: gli orologi ticchettano e ronzano, tutto si mette in funzione. 
L'astronave si muove, ora non è più in relazione con il resto dell'Universo. 
Ma quale Universo? Non esiste, sparito! 
Le stelle, lo sfondo con il quale era stata misurata qualsiasi attività periodica nella storia dell'uomo, sono sparite... 
La nave si sta muovendo davvero? Può esserci movimento quando non c'è nulla da oltrepassare? 
Eppure la sensazione di gravità prodotta dalla rotazione dello scafo persiste.
 
Rotazione in rapporto a cosa? Può darsi che lo spazio esista come forma concreta, assoluta, svicolata dalle necessità di relazione come il concetto di etere? 
La fisica da sempre nega la possibilità di una velocità più veloce della luce. Ma può essere che l'abbia superata davvero? Non lo so dire, l'unica cosa che so è che mi porta sempre più lontano, o più vicino... a cosa... da cosa? 
Forse vago nel nulla, ma ben venga questo nulla: mi fa star bene, e mi basta la sensazione che percorre tutto il mio essere. Io “sono” e dunque? Sono e sarò! 
A chissà quando e chissà dove... Good rest...
Wow! Ho viaggiato molto velocemente, chissà sulla Terra che anno sarà? Il mio orologio ha rallentato, o cosa? Penso alla contrazione di Lorenz Fitzgerald, ma non c'è alcun modo di misurare il tempo in assoluto, posso solo misurare l'intervallo... 
E allora intervallo sia! Nella cambusa il buon Porto mi risolleverà il morale. Peccato vada sprecato...
Ma quanto ce n'è di Porto! Posso resistere finché non arrivo da qualche parte, e poi è buono! Il capitano ne aveva fatta una scorta niente male. 
Ora però meglio mi metta a far due conti, in fondo che ci vuole? L'elegante struttura della relatività mica è un assurdo.....Sarei in grado di fornire la descrizione matematica di qualsiasi gruppo di relazioni, la difficoltà sta nel fatto che da descrivere non vedo nulla, non c'è nulla....Aiuto, ma dove sono finita????
" In verità se anch’egli ha vissuto duemila anni non ha ottenuto il bene supremo: poiché non corrono tutte le cose verso lo stesso luogo?" 
Una frase dell'Ecclesiaste. Chissà perché m'è venuta alla mente proprio ora? 
"Poiché colui che è unito agli altri viventi ha speranza!" 
E grazie tante! Come vorrei avere altri viventi qui con me!
"Scaccia dal tuo cuore l'ira, tieni lontano il male dalla tua carne, perché infanzia e gioventù son cose vane; " 
Beh, questa mi piace un po' meno, anche se, per tornar giovane mi dovrebbero pagare lo straordinario! 
Umff. 
Poiché l'astronave procede da sola, vado in cabina e schiaccio un sonnellino, anzi meglio ancora se dormo un PO'. 
Notte stelline, fate le brave e non causate esplosioni, procurereste l'apertura di un buco nero, ed io da buchi neri, ne sono entrata e uscita una volta di più. 
Terra! Che senso di nostalgia, di dubbio e smarrimento! 
Nella prima parte del viaggio mi aveva accompagnata lo stesso incentivo dei primi pionieri attraverso le praterie sconfinate. Ora mi sorprendo a pensare se il mio lago sia ancora là, con i cigni e i gabbiani a sorvolarlo. 
Se sulla terra mia, il tempo scorra uguale, se la gente sia la stessa che avevo lasciato... 
E ora? Mi trovo qui, senza conoscere nulla di quanto troverò, addirittura se sia possibile, Io, scendendo sul pianeta che vedo sotto di me, possa mantenermi integra quale sono nella "mia" realtà... 
Vorrei poter tornare sulla Terra, ma il sogno matematico con cui arrischio congetture per calcolare una rotta per il percorso di ritorno, crolla come un castello di carte... 
Non mi resta che soggiacere al disegno, tracciato non so da chi, né perché né da dove, che mi ha portato quaggiù... quassù... insomma qui, nella Terra del contrario! 
Chi troverò? E come mi apparirà? 
Come il solito: "Io speriamo che me la cavo... " 
Arrivederci? Chissà... 


   


Ultima modifica di Annali il Dom Nov 01, 2015 11:12 pm, modificato 1 volta
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Emilio Salgari e i suoi viaggi immaginari

Messaggio  Annali il Ven Ott 16, 2015 7:15 pm

Ricordate “Sandokan?” O  il “Corsaro  nero?”
Sono solo due  dei romanzi di avventure più famosi di Emilio Salgari, scrittore veronese vissuto dal 1863 al 1911.
Malgrado le avventure dei suoi romanzi facciano pensare ad una vita spericolata, Salgari conduceva una vita tranquilla.
Scriveva i suoi romanzi non solo con la medesima penna, ma anche sul medesimo tavolo, dove ideò il primo racconto che gli aveva dato il successo: “  I selvaggi della Papuasia.”
In un libro della sua vita racconta che scriveva sul vecchio tavolo del suo studio perché gli dava la sensazione di navigare e viaggiare. Seduto a quel tavolo riusciva a immaginare i personaggi e le avventure dei suoi favolosi racconti. 

 
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Stasera scrivo io:"Il bosco della paura"

Messaggio  Annali il Ven Ago 28, 2015 11:50 pm

Il cuore batte all’impazzata dopo la lunga corsa. Non vedo il cielo sopra di me, ma solo un groviglio di rami intrecciati nel folto degli alberi. Riprendo fiato prima di ricominciare a correre attraverso la vegetazione che diventa sempre più intricata. Non odo alcun  rumore, neppure il cinguettare degli uccelli o il frinire delle cicale. Sono  arrivata in fondo al sentiero e finalmente mi fermo  ai piedi di una grossa quercia. Mi lascio cadere, senza quasi più forze,  sopra un verde tappeto di acetosella soffice e fresco, cosparso di fiorellini dal  bel colore rosa intenso. Non potrei  proseguire oltre e mi sorprendo a pensare che forse sarebbe stato bello restare per sempre in questo bosco silenzioso, pieno di quiete.
Lo schiocco di un ramo spezzato poco distante mi mette in allarme. Striscio cautamente dietro un cespuglio di mortella e nascosta dal fitto fogliame, immobile, attendo di sentire i passi avvicinarsi.  Cosa ci faccio in questo bosco? Come ci  sono arrivata? Ora ho paura…..
Mi alzo di scatto e riprendo la corsa, verso…dove? La domanda gira senza posa nella mente.
Corro alla cieca, senza quasi più forze, inciampo in una radice sporgente e cado, con il viso nell’erba dall’odore aspro, pungente. Ho solo la visione di un’ombra  sopra di me, poi  comincio a fluttuare nel nulla, nel silenzio ovattato dell’incoscienza.
 
Mi sollevo a fatica dal ruvido materasso, sorpresa e un po’ impaurita. Dove mi trovo? E qualunque posto sia, chi mi ci aveva portato?
Sento un rumore e salto dal letto. I miei occhi vagano alla disperata ricerca di un posto dove nascondermi, di un anfratto qualsiasi.
Mi muovo silenziosamente, verso l’angolo più buio della stanza e mi infilo sotto il tavolo, coperto dalla tovaglia che ricade  a sfiorare il pavimento.
I passi si sono fermati e un paio di stivali appare davanti ai miei occhi. Spio da sotto il tavolo, nel riquadro di spazio visibile. Tutto mi sarei aspettata meno di udire la voce gentile che mi invitava ad uscire: “ Che fai lì sotto? Non avrai paura di me, spero!”
Non oso muovermi. Mi sento incollata al pavimento, un tutt’uno con esso.
“ Ti ho preparato un infuso di erbe, con biancospino, verbena e menta dolce.”
Tiro fuori il capo da sotto il tavolo e sollevo lo sguardo verso l’alto. L’uomo mi appare altissimo, un gigante.  Tutto di lui è notevole: i suoi capelli biondi, lunghi sin quasi a sfiorare le spalle, gli occhi di un intenso colore blu che risplendono nel viso abbronzato e persino la fragranza del suo dopobarba, fresco, muschiato, piacevole.
Io guardo lui e lui guarda me. A sorpresa abbozza un sorriso, molto fugace perché scompare subito dietro una smorfia burbera: “ Che cosa fai in questa parte profonda del bosco? Non è precisamente una meta turistica, sai? Può succederti qualunque cosa, e non certo piacevole.”
“ Io… mi sono persa.” Rispondo. Non sono in grado di capire, né di spiegare perché mi trovo in questo bosco, soprattutto come sia potuta arrivarci, visto che mi ero appena infilata nel letto, a casa mia, lontana da un qualsiasi posto che avesse più di un gruppo sparuto di alberi.
Ricordo, molto vagamente, di essermi risvegliata nel pieno della notte con la gola secca. Mi sembrava di avere inghiottito un pezzo di carta vetrata. Mi ero girata verso il tavolino  per prendere il bicchiere con l’acqua. Non c’era e lo trovai molto strano. Ero sicura di averlo messo.  Fui costretta ad alzarmi. Tastai con i piedi il tappeto, alla ricerca delle ciabattine rosa senza trovarle.  Ma dove era finito tutto?
E dove ero finita io? Forse in qualche sogno strano?Andai  verso la finestra e cercai di aprirla. Una luce accecante invase la stanza, una violenta scossa mi fece vacillare e un vortice improvviso mi risucchiò.
Cercai di opporre resistenza e forse gridai. Lottai con tutte le mie forze e finalmente riuscii a raggiungere il letto e rifugiarmi sotto le coperte. Esausta, sfinita, come se fossi appena uscita dalle spire di un grosso boa.
Tremando allungai la mano verso il comodino e trovai il bicchiere pieno d’acqua, mi sollevai e bevvi avidamente.  Ogni cosa era tornata al proprio posto, anche le mie belle ciabattine rosa.
Era stato solamente un brutto sogno?
La voce, lontanissima, appena udibile, mi giunse un istante prima di chiudere gli occhi. Era la voce di mia madre. Mormorava una preghiera:- Grazie Signore, grazie per avermela riportata!- Non sapevo che avesse perduto qualcosa, ma doveva essere qualcosa di molto importante, se aveva incomodato il Signore.
Dopo mi sono ritrovata a correre disperatamente nel fitto del bosco sconfinato, senza inizio e senza fine. Forse fuori dal mondo, o forse dentro un mondo sconosciuto, inesplorato.
Non il mio, in nessun caso.
“E così ti sei persa?Non avresti dovuto neppure entrarci sai? Non puoi immaginare le cose che succedono in questo bosco!” Sembra arrabbiato mentre parla ed io sono confusa. Perché mi sgrida? Chi è? Non vorrei trovarmi nella sua casa.
La mia mente è simile a un lago ghiacciato, incapace di trattenere un solo pensiero coerente. Tutto fluttua e scivola, inesprimibile e indefinibile.
Sono qui, nel profondo di un bosco sconosciuto, dentro la casa di un uomo strano e altrettanto sconosciuto, e sono queste le mie uniche certezze.
“ La tisana.” Dice porgendomi la tazza. Io la guardo dubbiosa, senza allungare la mano per prenderla. Non mi fido di lui, meno che mai della sua tisana.
Il suo tono è gentile: “ Prendila e bevila tutta!” Mi decido e prendo con riluttanza la tazza che mi porge. Comincio a sorseggiare lentamente il liquido aromatico, gradevole. Alla fine provo un senso di sollievo, di piacere, quasi.
Restituisco la tazza vuota e lo ringrazio. Lui mi ricambia con un sorriso. I suoi incredibili occhi blu scintillano nel viso cotto dal sole. Sembra più un marinaio che un uomo del bosco, un bosco dove è difficile credere che il sole sia mai potuto penetrare.
“ Ora devi riposare, sdraiati e cerca di dormire. Io cercherò il modo di riportarti a casa.”Dice indicando il letto.
Il mio primo impulso è di rifiutare. Non posso rischiare di addormentarmi, forse per sempre, in quel posto ai margini della mia vita. Ma, penso, forse può essere più saggio fingere di obbedire per poi approfittare della sua distrazione e riprendere la mia fuga. Da chi o da cosa ancora mi è incomprensibile. Mi distendo sul letto e chiudo gli occhi, mentre il respiro diviene leggero e se ne va sempre più lontano.
Mi sento strana, dentro di me il malessere cresce d’intensità. Desidero tornare nel luogo da cui ero venuta, ma non riesco a ricordare quale sia. Da dove vengo? Perché non riesco a ricordare?
Guardo l’uomo. Mi gira le spalle, concentrato a trafficare davanti a un banco luminoso.
Mi sollevo un poco puntando i gomiti sul materasso. Il letto cigola e l’uomo interrompe il suo metodico rimestare.
 “ Che fai?” chiede allarmato, “resta sdraiata!”
“ Non voglio… mi sento male…” La mia voce sembra giungere da uno spazio remoto.
Ora lui è accanto al letto e mi tocca la fronte. “ Non è niente,” dice “ tra poco la tisana comincerà il suo effetto e ti sentirai meglio. Chiudi gli occhi, adesso.”
La sua mano è fresca e delicata e calma la mia angoscia. Lo guardo: i suoi occhi sono due strisce di cielo. Gli chiedo quale sia il suo nome.
“Angelo, mi chiamo Angelo. E tu?”
“ Non lo so, non me lo ricordo.” Rispondo con  gli occhi pieni di lacrime.
 
Quando mi risveglio la stanza è buia. Il silenzio lo avvolge come una spessa coltre.
Fuori un uccello emette un fischio modulato. Dov’è l’uomo? Sono  sola? Ho  paura.
Rimango ferma, immobile, fino a quando qualcosa di molto freddo mi colpisce. Allora urlo e la luce si accende, tanta luce che mi ferisce gli occhi come lame di coltelli.
Cerco di alzarmi dal letto ma non ci riesco, qualcuno  mi trattiene impedendomi di muovermi. La voce risuona nella stanza imperiosamente: “Ferma! Resta ferma, stai giù!”  
È  la voce di Angelo ma io non voglio ascoltarlo. Violente scosse attraversano il mio corpo. Riesco a liberarmi nonostante gli spasmi e salto giù dal letto, sorda ai richiami di Angelo che m’implora di restare.
“Ragazza, fermati! Se te ne vai, non avrai scampo. Il bosco ti annienterà, non puoi sfuggirgli. Io posso aiutarti solo se resti con me!”
Sono davanti alla porta aperta con il solo desiderio di sfuggire alla mia angoscia. Mi volto un attimo a guardarlo, esitando, ma in quell’attimo una forza terribile mi attira oltre la soglia e mi scaglia nell’intrico di alberi contorti, tra visioni spettrali e uccelli mostruosi. Il bosco mi sta intrappolato per prendersi la mia vita!
Allora l’istinto di conservazione affiora di prepotenza e finalmente mi rendo conto che avrei dovuto lottare con tutte le mie forze per sopravvivere.
Il bosco si è fatto buio e invaso dalle  grida. Le urla mi terrorizzano, ma non sono le mie: chi grida in modo tanto concitato? Le voci sono tante. Non ne riconosco nessuna.
Chiamo Angelo e lui appare come per incanto vicino a me. Mi tiene saldamente  e insieme lottiamo contro la forza travolgente, violenta, decisa a catturarmi e imprigionarmi dentro la corteccia degli alberi. Per nutrirli ulteriormente ed espanderli all’infinito.
La voce mi incita: “ Resisti, ragazza! Non cedere, ce l’hai quasi fatta!”.  È la voce di Angelo, e i suoi occhi, inconfondibili, intensamente azzurri,  spezzano l’oscurità simili a dardi luminosi.
Mi aggrappo fortemente alle sue mani, che mi trascinano lontano, al riparo dalla collera del bosco malefico e del suo potere distruttivo. Il vento urla furioso per aver perduto la sua preda, per non essere riuscito a trattenermi sotto le sue ali nere.
Non provo più alcun timore, sono in salvo.
Ora il bosco mi appare bellissimo, pieno di luci e di colori, del cinguettare degli uccelli sugli alberi e il frinire delle cicale.
Guardo Angelo e vedo i suoi occhi di cielo pieni di gioia : “ Brava ragazza, ce l’hai fatta! Adesso puoi tornare. Hai lottato e vinto!”
“ Tu hai vinto! ”
Le mie parole si disperdono in un’eco lontana, tra le foglie lucenti degli alberi, nei cespugli straripanti di fiori  ma non raggiungono Angelo, scomparso in un ultimo accecante sprazzo di luce.
Lo chiamo.  Non voglio andarmene da sola, temo di perdermi in un incubo peggiore di quello appena vissuto.
Una forza sconosciuta si è impadronita di me e lentamente mi trascina  attraverso una nebbia gelatinosa, dove il mio corpo sembra sfaldarsi. Respiro a fatica, galleggiando sopra un fiume che scorre impetuoso e mi trasporta sempre più lontano. Emergo a tratti da un groviglio di sensazioni, richiamata dalle voci rassicuranti che mi sollecitano.
Sono fuori dalla nebbia, con gli occhi pieni di lacrime e madida di sudore per lo sforzo compiuto,  dentro una stanza tutta bianca. Dalle mie braccia pendono tanti tubicini collegati a strani congegni, che emettono intermittenti segnali luminosi e strisce serpeggianti.
 Dove mi trovo?  Il bosco, la strana casa, tutto quanto, che cosa era stato? E chi era l’uomo che si era tanto prodigato per salvarmi? Forse un Dio?
 Non era stato un lungo orribile sogno, ma brevi attimi scanditi dal soffio leggero del mio respiro. Vissuti appesi a un fragile filo.
Le lacrime copiose mi bagnano il viso.  Chi aveva compiuto il miracolo?
 La mano dal tocco delicato si posa sulla mia fronte e la voce felice esclama: “ Brava la mia ragazza, visto che ce l’hai fatta?”
L’emozione invade il mio cuore! Riconosco il tocco di quella mano e il suono di quella voce! Sono  la mano e la voce di Angelo, dell’uomo  che aveva tenuto saldamente il filo che reggeva la mia vita. Che non si era arreso.  
Attraverso il velo delle lacrime vedo il suo sorriso e i suoi splendidi, inconfondibili occhi azzurri. E i suoi capelli biondi e il viso abbronzato dal sole. E riconosco il profumo del suo dopobarba, fresco, muschiato, piacevole.
Gli sorrido anch’io con gratitudine, mentre leggo il suo nome sul camice che indossa:
-  Dott. De Angelis. -  Un medico. Non un Dio.
   
ANNALI


Ultima modifica di Annali il Ven Dic 16, 2016 2:21 am, modificato 1 volta
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Stasera scrivo io...I miei racconti del mistero

Messaggio  Annali il Dom Giu 28, 2015 11:20 pm

Passi dietro la porta


La mano gli tremava, tanto da non riuscire a infilare la chiave nella serratura. S’impose di calmarsi, serrando le mascelle e stringendo i denti. Per l’ennesima volta si girò per guardare oltre le spalle: nessuno! Non c’era proprio nessuno che lo seguiva. E allora cos’era quel sentore di pericolo che alleggiava intorno  a lui?
 Durante la notte si era svegliato più volte di soprassalto, con la sensazione di essere spiato dal buio. Forse stava sognando, o forse no, ma il malessere che gli causava quella sensazione gli artigliava il petto con forza.
Aveva accolto l’arrivo del mattino con sollievo e con un unico desiderio in testa: allontanarsi il più possibile dalle pareti di casa, per sfuggire all’oppressione che gli causavano.
La sua era una bella casa, almeno lo era stata ai suoi tempi, quando l’avevano costruita, una delle più belle del paese e lui l’aveva sempre amata, come prima di lui e dei suoi genitori, i nonni. Grande, con tante stanze, soffitti alti e ampie vetrate, circondata da un vasto giardino, i cui alberi, altissimi, si levavano a sfiorare le finestre dell’ultimo piano.
La sua vita fra quelle mura era stata pienamente felice. Una vita agiata colma di soddisfazioni. Prima che la moglie gli fosse strappata dalla malattia e i figli lo lasciassero solo.
Non avevano voluto saperne di continuare a vivere nella grande casa dopo il matrimonio.
Al piccolo paese  immerso tra i campi di granoturco, tanto estesi da perdersi a vista d’occhio, avevano preferito la città, dove si erano stabiliti con le loro nuove famiglie.
Lui era rimasto, aggrappato ai ricordi che la sua amata casa custodiva.  
Ora, senza riuscire a spiegarsene la ragione, tra quelle mura si sentiva soffocare, come se le pareti, a poco a poco, si stessero riducendo intorno a lui. La trovava cambiata, ingrigita, quasi sfatta. In apparenza privata della sua bellezza originaria.
Usciva ogni mattina, fuggendo da qualcosa che, pur costatandone la presenza, non poteva vedere. Una presenza silenziosa, strisciante. Agghiacciante.
E la casa sembrava restringersi sempre più.  
Dentro si muoveva a fatica, sbattendo contro i mobili o contro gli stipiti delle porte, anch’esse divenute, incredibilmente, troppo strette perché lui potesse oltrepassarle agevolmente.
Era quasi sera e stava rientrando di malavoglia, giusto per preparare la cena. Aveva camminato a lungo per la campagna, traendo beneficio dallo spazio aperto dei campi che si perdevano lontani, regalandogli sensazioni di totale libertà.
Ritornando verso casa, si era fermato nel piccolo supermercato del paese, per un minimo di spesa. Poche cose da acquistare: la fettina di vitello, il pane, un vasetto di funghi sott’olio, un sacchetto di patatine da sgranocchiare davanti al televisore.
Non che trovasse mai qualcosa d’interessante da vedere, ma almeno lo aiutava a farlo sentire meno solo, e la noia dei programmi gli conciliava il sonno.
Era quasi arrivato alla cassa, con il cestello della spesa e il portafoglio tra le mani, quando avvertì improvvisamente, un brivido percorrergli la spina dorsale.
Era stata la voce udita alle sue spalle a procurarglielo. La stessa voce che bisbigliava parole senza senso durante i suoi incubi notturni.  Sussurri che si protraevano a volte per buona parte della notte, per poi dissolversi alle prime luci dell’alba.
Si girò lentamente, quasi paralizzato dalla paura.
Chi? Chi mai poteva perseguitarlo anche di giorno? Tra la gente?
Alle sue spalle c’era un’anziana signora e poco più distante, non completamente visibile, il contorno di una figura indefinita. 
Pagò e uscì frettolosamente, timoroso di riascoltare la voce che lo perseguitava.
Era giunto a casa affannato e faticava persino ad aprire la porta. Per poco la chiave non gli era sfuggita dalle mani.
Finalmente riuscì a sbloccare la serratura, spalancò la porta e con un gemito si affrettò a entrare. Appena dentro la sbarrò con il chiavistello.  
La casa gli sembrò ancora più piccola di quando era uscito, ma forse era soltanto la sua impressione, dovuta all’ansia accumulata.
Andò subito in cucina, prese la bistecchiera e la posò sul fornello. Mentre attendeva che si scaldasse si avvicinò ai vetri della finestra per scrutare fuori.  Si stupì che il buio fosse calato all’improvviso. Un soffio leggero di vento agitava i rami degli alberi e le foglie frusciavano contro i muri, mentre le stanze, all’ultimo piano, si riempivano di scricchiolii. Cercò di ignorarli e si dedicò a preparare la tavola, mentre la carne arrostiva sulla griglia cosparsa di rosmarino e foglie di salvia.
Accese il televisore, per non sentirli e non farsi prendere dall’agitazione. La solitudine gli pesava come non mai. Odiava sentirsi così, estraneo nella sua stessa casa, pavido, incapace di reagire al decadimento che lo stava portando alla paranoia più completa.
Si trovava ai limiti di uno stretto passaggio, oltrepassando il quale, non avrebbe avuto abbastanza autocontrollo per gestire la sua vita.
Seduto a tavola, guardava la bistecca nel piatto con una sorta di rancore. Se non fosse entrato nel negozio per acquistarla e fosse ritornato direttamente a casa, ora non sarebbe stato tanto agitato. Affondò la forchetta nella carne con rabbia, come se stesse infilzando il suo invisibile persecutore, la fece a pezzi masticandola voracemente, senza quasi sentirne il sapore.
Alla fine allontanò il piatto con disgusto.
La voce gracchiava molesta dal televisore. La conduttrice del programma, un talk show particolarmente animato, non si faceva scrupolo di provocare i partecipanti e spingerli a scontrarsi gli uni contro gli altri, aggressivi e insolenti. Trovò assai irritante lo spettacolo di quel gruppo di uomini e donne urlanti.  Si domandò, un attimo prima di spegnere il televisore, come si potessero ideare simili spettacoli.
Uscì dalla cucina, senza preoccuparsi di riordinare, di liberare il tavolo dai resti della frugale cena. La sua smania maniacale dell’ordine si era alquanto moderata. Non gliene importava più, di lucidare, pulire, strofinare.
In un primo tempo, quando era rimasto solo ad abitare nella grande casa, quelle occupazioni lo avevano aiutato a superare il senso di abbandono in cui era precipitato. Ora si limitava a svolgere le mansioni strettamente indispensabili, e, pure quelle con grande fastidio.
Salì al piano superiore. Entrò nella stanza e la vista del letto, rimasto sfatto dal mattino, gli causò un momento di panico. Sapeva che, nel momento in cui vi si fosse coricato, sarebbero ricominciati i sogni inquietanti. Come avrebbe potuto evitarlo? In nessun modo. Era in balia dei suoi incubi, delle sue paure, della sua desolazione.
I colpi lo svegliarono nel pieno della notte. A dispetto dei suoi timori, era riuscito ad addormentarsi quasi subito. Un sonno tranquillo, privo di sogni. Almeno così credeva, non ricordandone alcuno.
Si levò a sedere smarrito. La stanza era immersa nel buio, nessuna luce filtrava dalla finestra.
I colpi si susseguivano a intervalli regolari, causandogli dolorose trafitture.
Non osava quasi respirare. Un bruciore intenso dilagava nel suo petto.
E poi la voce, profonda, cavernosa, echeggiò dietro la porta.
La solita voce. Ancora.
“Chi è?”Trovò la forza di mormorare. Avrebbe voluto abbandonarsi al pianto, ma gli occhi rimanevano stranamente asciutti.
“ Lo sai, chi sono.” Rispose la voce attraverso la porta socchiusa.
Lo sgomento s’impossessò di lui. “ No, che non lo so!” avrebbe voluto gridare, senza riuscirci.
“ Che cosa vuoi da me?” Chiese invece con un filo di voce.
“Per ora, niente. Sappi solo che sono qui.”
Poi udì i passi dietro la porta. Passi che si allontanavano.
Si riadagiò sui cuscini, madido di sudore, svuotato di ogni energia, con la mente stravolta.
Rimase per il resto della notte con gli occhi sbarrati sul buio, sopraffatto da un oscuro presagio imperscrutabile. In balia della pietà che provava verso se stesso.
 La solitudine lo attanagliava. Dov’erano finiti tutti? Tutti quelli che aveva amato. Che lo avevano amato. Lo avevano lasciato solo, desolatamente, disperatamente solo. 
Il passato era alle sue spalle, immerso nella foschia del tempo, e il futuro? Forse non esisteva. Era sospeso fra tralicci invalicabili e dirupi scoscesi, che lui non avrebbe avuto la forza di affrontare.
Il presente? Sfumava a poco a poco anch’esso nel passato e ogni attimo lo trasportava verso il futuro che non avrebbe avuto. Che lui forse, non desiderava. Non più.
Per lui c’era solo chi lo attendeva oltre quella porta.
Paziente. 
ANNALI


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HONORE’ DE BALZAC - La pelle di zigrino -

Messaggio  Annali il Ven Giu 26, 2015 5:04 pm

Lo scrittore francese Honoré de Balzac (1799- 1850) visse in età romantica ma rinnovò completamente il romanzo, tanto da essere considerato uno dei primi autori tipici del romanzo realistico e sociale.
Col suo profondo istintivo senso della realtà, Balzac comprese che la vita moderna che egli voleva ritrarre era dominata da un grande fattore: il denaro, e nel suo romanzo “ Pelle di zigrino”, ebbe il coraggio di presentare un innamorato preoccupato non solamente di sapere se ha toccato il cuore di colei che ama, ma anche se avrà abbastanza quattrini per pagare la carrozza in cui la riaccompagna.
Simile audacia è forse una delle più grandi che si siano osate in letteratura, e da sola basterebbe a immortalare Balzac. Lo stupore provocato fu profondo e i puri s’indignarono di questa infrazione alle leggi del romanzo, ma tutti  i  giovani che, andando al ricevimento serale di qualche dama, con i guanti bianchi ripuliti con la gomma, che avevano attraversato Parigi come danzatori sulle punte dei loro scarpini, paventando una goccia di fango più d’un colpo di pistola, compresero, per averle provate, le angosce di Valentin ( il protagonista del romanzo) e s’interessarono vivamente a quel suo cappello che egli non può rinnovare e conservava  con cure così minuziose.
La Pelle di Zigrino, trovata da Valentin, un giovane amante della bella vita, in un negozio d’antiquariato, era divenuta il suo talismano, capace di soddisfare ogni suo desiderio. A ogni piacere che gli procurava, la pelle tagliata a sua misura, si restringeva, accorciandogli nello stesso tempo la vita. Se ne accorse ormai troppo tardi, e nonostante ormai conducesse vita attenta e morigerata, senza concessioni e senza più cercare di rincorrere il successo, non riuscì a sfuggire al suo destino e sparì insieme alla pelle di zigrino.  

                      
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Re: Chi scrive e chi legge

Messaggio  Annali il Ven Mag 01, 2015 11:08 am

Cercando di mettere ordine tra le svariate decine di file aperti e dimenticati, mi sono riletto questo fantasioso raccontino che ora per mio rinnovato piacere  (e mi auguro pure per chi legge!) ripropongo qui.
Controllo: qui base asteroide.
 
Embè, sì, sono andata a controllare che nulla sia stato manomesso all’ormeggio del vascello astrale. Il mio solito sesto senso me lo suggeriva e si sa che è sempre meglio dargli retta quando si tratta di salvaguardare una proprietà “condivisa”.
Con la solita navetta, quella che uso per andare e tornare ogni qualvolta la necessità me lo impone, sono volata all’asteroide, dove sta parcheggiata la gloriosa Arcadia (o glorioso dovrei dire trattandosi di un vascello ?).
Intravvedo la sua sagoma, stagliata bella e rilucente illuminata da riverberi stellari e già, mi sento rassicurata. Apro il portello del compartimento stagno ed entro all’interno. Buio e silenzio. Mi viene un nodo alla gola, ma m’infilo dritta in sala comandi per una breve ispezione. Poi via di corsa, prima che mi salti il ghiribizzo di avviare i motori e mettere la massima distanza tra qui e il pianeta Terra. Eh, si fa presto a pensarlo e dove potrei andare tutta sola? E se poi…. No, dai, non facciamo colpi di testa, piuttosto meglio controllare all’esterno che lucchetti e catene siano ben saldi e intatti, so di certi ceffi che girano da queste parti, non vorrei ci avessero messo occhio. Lascio la cabina e sono fuori.
Ma sì, sembra tutto a posto, comunque infilo le mani nel groviglio di catene e, ahia! Mi sono fatta veramente male con un anello difettoso!
“Ehilà! Guarda chi c’è!” l’esclamazione mi prende alla sprovvista e mi giro di scatto… Il tipo a poca distanza da me si ritrae alzando le mani.
Devo avere sul viso un’espressione agghiacciante (il dolore alla mano!) per spaventare un tipo dal petto largo come un fusto di petrolio!
Aveva un aspetto incredibile, sembrandomi subito brutto, ma nel proseguo divenuto anche peggio… Era alto poco più di un metro ottanta, per almeno centotrenta chili di peso, il viso segnato da tagli formanti una specie di griglia. Lo si sarebbe potuto definire un gladiatore sopravissuto alle catacombe…
“Cosè, un trucco che hai sulla faccia? E dovrebbe farmi paura?” chiedo. 
Ovvia, non penserete non ne provassi di paura, vero? Voi non ne avreste avuto, trovandovi soli sul ciglio di un asteroide, in mezzo al nulla con un energumeno simile?
“Ti dovrebbe far capire qualcosa” fa lui.
“ Per esempio che hai perso molte risse. Ti vorresti rifare con me? non ci provare nemmeno!”
Lui ride a piena gola e ritorce “ Sei divertente, lo sai? Non sei di queste parti, non ti ci ho mai vista”.
Lo dice come fossimo in pieno centro di una qualunque città, o come io fossi l’unico elemento mancante nella sua vita….
Mi indica, ruotando il  busto, la specie di mezzo con il quale era volato fin quassù “ Ci vieni a fare un giretto?” Olalà, la bella e la bestia?
Butto uno sguardo, attraverso l’oblò, all’interno del catorcio: roba che neppure uno scarafaggio poco raffinato ci sarebbe entrato.
Ma tanto, fosse stato anche di un fasto extragalattico col fischio che ci sarei entrata io. E ora come la mettiamo?
Che m’invento? Gli racconto una storia? Che sono in attesa dello stormo caccia ricognitori?
Il cicalino del suo cellulare, (ma prende fin quassù?) in quel momento lo distrae. Si affretta a staccarlo dalla cintola e risponde, con una mano a imbuto per non farsi udire da me. Io spero sia la sua compagna, moglie o che altra, che lo richiama a casetta sua.
Finito di rispondere chiude, fissandomi con espressione enigmatica.
Mani sui fianchi attendo che decide di fare….
“Ora vado” e lo dice puntandomi l’indice “ ma ti ritroverò, stanne sicura!”
Lascio uscire il fiato che trattenevo e mi riempio di nuovo i polmoni.
Allungo il braccio verso di lui, con l’indice teso e il pollice rialzato, a imitazione di un’arma pronta a sparare.
Gli faccio uno dei miei migliori sorrisi “ Eh! Come no? Quando vuoi.” 
Scompare nell’abitacolo e si allontana velocemente, lasciandomi, (insomma diciamolo), abbastanza distrutta dalla tensione. Per stavolta, me la sono "scampata!"
Ho ripreso la navetta per il normale controllo a salvaguardia del glorioso vascello
Però! Un momento ci vedo una sagoma lì nei pressi. 
 
Sistema di vigilanza? Forse una multa in arrivo per parcheggio abusivo? Scassinatori in azione?
Macchè mi sembra il solito “baluba” della volta scorsa. E già, e non è solo…. Che fare? Due contro una? Bè, sia chiaro che l’annali non è una, “una” qualunque! No belli, ora v’aggiusto il pelo!
Apro il cruscotto in cerca di un’aiutino che li scoraggi almeno un po’. Frugo tra le cianfrusaglie, veramente non c’è molto da frugare perché scorgo subito un “oggettino” niente male! Lo prendo e l’applico alla coscia destra e allaccio il cinturino, dovrebbe fare un figurone, da vera “dura”! Con maestria scendo sull’asteroide sfoggiando un’azione da manuale.
I tipi mi guardano e si danno di gomito: “Ehilà, sei tornata giusta!” è Mr energumeno1 a parlare. Il suo aspetto se possibile, è ancora peggiorato…
“Giusto per cosa, tanto per sapere?” faccio spavalda.
“ Spiegavo al mio amico qui” pone una mano sulla spalla di un biondino slavato, piccolo e mingherlino, la barba mal rasata, una bandana nera attorno alla testa, un giubbotto nero imbottito e gli anfibi pure neri “.
Sfodera un ghigno che sarebbe dovuto apparire un sorriso di circostanza, dopo la presentazione.
Io li guardo impassibile e aspetto.
“Oh oh! Ma cosa è quel robo lì?” Indicava il “robo” legato alla mia coscia…
“Non riconosci un K-bar?” gli faccio?
Il grosso ride, come il solito a gola spiegata. Un tipo allegro a quanto pare!
“E che ci faresti con quello?” mi fa, in modo chiaramente canzonatorio.
“ Solitamente ci pelo le patate in cambusa, altrimenti , è, ovviamente, legato alla necessità…”.
Lui ride ancora più forte, mentre il piccoletto saltella come un furetto!
“Che ti avevo detto?” si rivolge all’imbelle al suo fianco “ non è un amore di ragazza? Con lei lo spasso è assicurato”.
 “Senti, bella bimba, che ne dici di divertirci un po’?” Inarco un sopracciglio aspettando la prima mossa.
(Ma sì, bello, fatti sotto che ti sistemo… Mi sto caricando.)
Arriva prima il piccoletto di slancio… lo afferro per un braccio, gli faccio lo sgambetto e gli pianto il gomito in mezzo alla schiena!
Emette un ululato e si cheta mettendosi in disparte: fuori uno!
Il grosso ora non ride più, aggrotta le sopracciglia e mi rivolge uno sguardo torvo: “ Ti piace il gioco duro, eh piccolina? Vieni da paparino che ti sculaccia il sederino!” Gli guardo le mani che sembrano due badili mentre passo in rassegna ogni tecnica di sopravvivenza acquisita.
Ora, farò la mia parte, forse finirò a pezzettini sparsi qua e là sull’asteroide, ma chi se ne frega, non sarò certo la sola…
E mentre mi compiango un pochettino per la sorte non tanto rosea, sbuca dal nulla un’astronave! Oh mamma! Che succede? Il brutto e lo sfigato  guardano e sbiancano, forse se la stanno pure facendo sotto, o non ne hanno il tempo perché un raggio luminoso fuoriesce da sotto l’oggetto enorme, li risucchia come fuscelli e in un attimo sono spariti all’interno! Con un sibilo l’astronave sale verticalmente e sparisce all’istante. Giurerei di aver visto una lucina accendersi e spegnersi, come una strizzatina d’occhio!
Ma allora  gli alieni son qui davvero! E ho pure capito come mai appaiono e scompaiono all’improvviso: usano lo Stargate come nel film!
Meglio filare,  tra poco potrebbero arrivare i nostri all’inseguimento degli ET.
E no,  troppo tardi miei cari! Chissà, la prossima volta toccherà a me?
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Re: Chi scrive e chi legge

Messaggio  Charade il Mer Apr 29, 2015 7:16 pm

Annali ha scritto:
da un racconto di VOLTAIRE, pseudonimo di Francois - Marie Arouét, drammaturgo, storico, filosofo francese. Del secolo dei LUMI. ( 1664 - 1778 )
VIAGGIO DI UN ABITANTE DI UN PIANETA LONTANO, SULLA TERRA. 
Micromegas, un gigante abitante di un pianeta 

Dal mare nostrum :
Come infinite cose scritte negli infiniti mari , ho scoperto (o riscoperto?) questo mediato racconto a cura e sintetica stesura di Mrs Green ,,,


Quel che nell'immediato potrei dire non sarebbe lusinghiero per questo autore che da altre parti mi convinse appieno con la seguente epidittica frase :
"Non condivido la tua idea, ma darei la vita perché tu la possa esprimere."


Ebbene , gli autori/attori di questo per me sofistico aneddoto sono una summa parziale dei rappresentanti dello scibile umano (matematici, filosofi laici e non,) dove come al solito c'è uno sparar a zero sulle ineludibili nefandezze dell'umana o terrestre vita (tipica del religioso bigotto che pensando che quello a cui sarà destinato sarà migliore , allora sputa nel piatto dove mangia) , a parte ciò quel che risulta più logicamente grave è la considerazione fallatamente sillogistica della generalizzazione in questo racconto elargita a piene mani -


Sillogismo tale e uguale ad un altro di contesto catto-clericale che trova la sua più alta (o bassa) espressione decadente nella seguente frase : se Adamo/Eva hanno peccato , allora tutti gli umani hanno peccato (?!?)


Incomprensibile , o a me indecifrabile l'epilogo simbolico su un libro bianco o dai microscopici caratteri vacanti ,,, se la commentatrice originale o avventori qui opzionalmente passanti , volessero adire alterne disvelanti versioni , gli sarei grato per interi eoni -
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Re: Chi scrive e chi legge

Messaggio  misterred il Lun Apr 20, 2015 11:29 pm

Annali, io vorrei che venissi di là non solo per leggere me, ma anche per scrivere affinchè noi possiamo leggere te.
Detto questo, sai quante pazzie si fanno o si sono fatte per amore? L'amore è quella cosa, anzi quel sentimento
che oltre a gioia e felicità  provoca delusione e sofferenza, però senza di esso non avrebbe senso vivere.
Ciao e buonanotte Annali.
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Re: Chi scrive e chi legge

Messaggio  Annali il Lun Apr 20, 2015 8:41 pm

No, Tino, leggi bene che le mie obiezioni sono rivolte a un lui che chiede a una cameriera di mollare il lavoro per seguirlo. A parte che le ragazze il lavoro quando ce l'hanno se lo tengono ben stretto, ma fidarsi di uno sconosciuto che se la vuole portare via non ci sta proprio. In modo soft ho avanzato il dubbio fosse lei un'oca, ma avrei voluto dirla matta incosciente...
 Lascia stare la tv, che non guardo nemmeno più, se vuoi scrivere racconti che siano almeno a passo con i tempi...I colpi di fulmine? Ti colpiscono al ristorante? Vabbè, come vuoi, cmq nel reale i ritmi marciano in tempi diversi...
Di "là"è piaciuto? Eh, ti credo, almeno sanno di cosa parlare visto che d'altro non saprebbero fare.
Alla prossima, stai tranquillo che ti verrò a leggere ancora .
Ciao, buona serata, Tinuzz   queen
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Re: Chi scrive e chi legge

Messaggio  misterred il Lun Apr 20, 2015 8:10 pm

Intanto ciao Annalì, era da un pò che non ci sentivamo. Sono stato preso dalla mostra e da altre piccole vicissitudini che tu sai e quindi ho potuto dedicare poco spazio agli amici per ora.
Ora, però dovrei avere più tempo.
P.s. Preparare la mostra è stato davvero faticoso, ma entusiasmante. Una esperienza assolutamente nuova.
E veniamo al tuo commento.
Recriminazioni? Assolutamente no, sai che il tuo parere mi è sempre utile e di conforto, perchè so che è detto con assoluta sincerità (e competenza).
Il tuo parere va in controtendenza a quanto detto dalle amiche e amici di là, che lo vorrebbero addirittura condito in salsa piccante. Chiaramente il piccante è un genere nuovo per me e quindi necessita di riflessione lunga e dettagliata.
Per quanto riguarda il tizio complessato o l'oca cui tu fai riferimento, io ho visto molte serie TV (e penso anche tu) in cui due persone dopo il primissimo incontro, finiscono in camera da letto. Ma potresti obiettare che quella sarebbe una "serie di TV" ma non una TV seria.
Io nel cosiddetto "colpo di fulmine" ci credo e non è nemmeno raro e d'altra parte non sono nemmeno rare le cosiddette oche.
Poi lui perchè sarebbe complessato? Ha visto una ragazza molto giovane ed attraente  ha perso la testa per lei. Tu giustamente ragioni da donna, gli uomini purtroppo spesso sono troppo sensibili al fascino femminile.
E poi, mica lui le ha chiesto di sposarla. E  l'amore sfugge ad ogni logica.
Comunque il tuo appunto lo conservo e come detto mi è utile, però io vado avanti; ricordi quando qualcuno mi osteggiava per i disegni? Io sono un testa dura e sono andato avanti e adesso ho realizzato una mostra. Quindi, i pareri li accetto e anche le critiche, però farò di testa mia.
Per quanto riguarda il genere poliziesco è tutto completamente nuovo per me e quindi da attenzionare in maniera rigorosa.
Sappi che chiederò sempre il tuo parere in merito.
Ciao
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Re: Chi scrive e chi legge

Messaggio  Annali il Lun Apr 20, 2015 12:30 pm

"Re: Chi scrive e chi legge
  misterred il Dom 8 Mar 2015 - 19:53

Finito questo, ne sto preparando un altro. Un genere simil-poliziesco, completamente diverso da questo.
Un "giallo-rosa". Non posso dire altro, per ora.
Il personaggio mi stuzzica......e penso anche i lettori.
Vedremo.
Sto scrivendo la trama."
Ne ho letti alcuni di là, e devo dirti sinceramente che quello che ti accingi a intraprendere non è il tuo genere. Certo si capisce sia nuovo per te, ma ti chiedo di fidarti di me. Lascia perdere il "poliziesco"... Chi ti risponde incoraggiandoti lo fa perchè è un solo modo di rendersi visibili e basta.
Troppo poco credibile pure quello dove il protagonista invita la cameriera a licenziarsi sui due piedi dal ristorante dove lavora, per seguire lui, entrambi sconosciuti l'uno all'altra, è di una forzatura fuori da ogni immaginale logica.  O lui è un sempliciotto complessato, oppure lei un'oca senza la minima percezione di quali pericoli vada incontro.
Sai bene che hai sempre avuto il mio sostegno, ma devi capire quando quello di altri sia sincero e appropriato.
Ciao, ti aspetto per le dovute "recriminazioni"...
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Re: Chi scrive e chi legge

Messaggio  Annali il Sab Apr 18, 2015 1:53 am

da un racconto di VOLTAIRE, pseudonimo di Francois - Marie Arouét, drammaturgo, storico, filosofo francese. Del secolo dei LUMI. ( 1664 - 1778 )
VIAGGIO DI UN ABITANTE DI UN PIANETA LONTANO, SULLA TERRA. 

Micromegas, un gigante abitante di un pianeta della stella Sirio, è convinto di essere un nano a confronto di altri abitanti di mondi lontani. 
Costretto a fuggire perché sospettato di eresia dalle autorità religiose, inizia un viaggio attraverso l'universo che lo trasporterà sino a Saturno. 
Qui incontra un abitante di quel pianeta, con il quale inizia un piacevole dialogo, ragionando di filosofia e geometria, trovando che la saggezza razionale rende possibile la conversazione anche tra gli esseri più diversi. 
Insieme partono e arrivano sulla terra, un pianeta piccolo e poco interessante, che si può visitare in poche ore, soffermandosi appena su "quel pantano, quasi impercettibile per loro, chiamato mediterraneo". 
Il saturnino si dichiara convinto che quel pianeta sia disabitato, essendo quel globo" mal costruito, irregolare e di forma ridicola". 
Per caso, i due viaggiatori scorgono una piccola imbarcazione e Micromegas la prende con delicatezza tra le dita. Dentro scorge alcuni passeggeri microscopici . 
Fra i due viaggiatori dello spazio e le piccole creature, inizia una difficile conversazione. 
Saturnino volle sapere se fossero sempre stati in quella miserevole condizione, se si moltiplicassero e se fossero felici. 
Il primo a rispondere è un matematico, perché la nave è carica di filosofi e scienziati: costui getta nella meraviglia il suo interlocutore, mostrandogli che è in grado di calcolare la sua altezza in pochi minuti a colpi di triangoli e trigonometria. E' un inizio classico: la scienza geometrica è la stessa per un saggio gigante e per un microscopico uomo. Galilei aveva affermato che nel modo di conoscere i triangoli non c'è nessuna differenza tra uomo e Dio. Micromegas inorridisce sentendo che su quel pianeta è in corso una guerra. 
"Ah" infelici! Mi vien voglia di schiacciarvi!" Grida sdegnato, ma poi si sente mosso a pietà per quella piccola razza umana, che si uccide per assurdo fanatismo ma dimostra conoscenza dell'universo e sanno scambiare utili informazioni sulle distanze stellari. 
Dopo gli scienziati è la volta dei filosofi: cosa hanno da dire sull'anima? 
Ogni scienziato è in possesso di terminologie oscure e di concetti tenebrosi. 
Per ultimo interviene un filosofo cattolico, che citando San Tommaso, afferma con arroganza" che tutto, le loro persone, i loro mondi, le loro stelle, i loro soli, erano stati creati unicamente per l'uomo della Terra". 
Micromegas scoppia a ridere, per la comicità delle parole in bocca all'invisibile atomo, rischiando di far affondare il vascello. 
Decide di scrivere lui un libro di filosofia, nel quale rivelerà il fine di tutte le cose e lo stende seduta stante a caratteri minutissimi. 
Ma quando gli uomini vanno ad aprirlo, si accorgono che le pagine sono tutte bianche. 
A me è piaciuto raccontarvi la storia, quali che siano gli insegnamenti che vorrete trarne, decidete voi, che avete avuto il tempo di leggerlo.


Ultima modifica di Annali il Lun Apr 20, 2015 8:53 pm, modificato 1 volta
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la sbronza del sabato sera (3° episodio, finale)

Messaggio  misterred il Dom Mar 15, 2015 1:53 pm

La sbronza del sabato sera – 3° episodio (finale)
Riassunto degli episodi precedenti:
Marco è stato lasciato da Anna, che è andata a convivere con un concessionario di automobili, squattrinato e donnaiolo.
Dopo la classica sbronza, Marco adotta un randagio e si dà alla pittura.
Interviene in una rissa, viene ferito e matura la decisione di farsi prete.
Don marco è in sagrestia, sta prendendo appunti per la messa di domenica mattina.
Il sagrestano bussa, e riferisce a Don Marco che una persona, anzi una signorina vorrebbe confessarsi.
Don Marco risponde al sagrista di farla accomodare al confessionale, lui arriverà subito.
Dopo avere chiuso il carteggio e averlo riposto nell'armadio, Don Marco, indossa la stola e si avvia verso la navata dove è posto il confessionale.
Una donna è già in ginocchio, in attesa, le si scorgono i piedi.
Un fremito scorre lungo la schiena di Don marco.
Apre la tendina e si siede recitando la formula di rito : “In nome del padre, e del Figlio e dello Spirito Santo”.
“Amen” risponde la ragazza dall'altro lato della grata.
Quel tono di voce, gradevole, inconfondibile, pur dopo dodici anni, Marco lo riconosce molto bene.
“Tu”? ( Don Marco)
“Si, io Marco, Don Marco”, risponde Anna, con un filo di voce.
Riprende : “Marco, desidero confessarmi, chiedere il tuo perdono”.
Marco : “Anna, io ti ho già perdonata” e adesso ti perdonerà anche il Signore”.
Anna : “Lo so, è stata una scelta sbagliata la mia, mi ero infatuato di quell'essere ignobile, che mi aveva circuita con false promesse di una vita da favola”.
Don Marco : “Anna, sappi che quando le cose sono troppo belle per essere vere non sono mai vere”. Troppo facile ottenere il successo senza sacrifici”.
Prosegue : “dimmi, cos'è accaduto poi? Che ha combinato quel tizio?”
Anna, racconta brevemente le sue disavventure. Il “tizio”, come lo chiama Marco, in realtà era un essere detestabile, senza lavoro e senza dignità.
Nei primi mesi si era mostrato gentile (per accaparrarsi la fiducia di Anna), ma poi era uscito il vero carattere; nullafacente, donnaiolo e dedito al gioco.
Lei se n'era accorta in tempo, ed era fuggita.
Aveva trovato rifugio in una casa famiglia. Avrebbe voluto contattarlo, ma lui (Don Marco) aveva scelto la via del Seminario.
Ma lo pensava sempre, ininterrottamente.
Marco, la interrompe dicendo : “anche io ti ho sempre pensata, sei stata l'unica donna cui ho voluto veramente bene, quella che mi faceva battere il cuore, e adesso mi fa tremare la voce”.
Anna : “A me tremano le mani” e appoggia il palmo della mano sulla grata, tacitamente chiedendo di sfiorare la mano di Marco”.
Marco, alza la mano e cerca la grata, ma poi si trattiene.
“Non posso, Anna, è troppo tardi, la mia vita non mi appartiene più, appartiene a “Lui!”.
Anna, replica, ritira la mano, la sua voce diventa più forte, più squillante : “Ma potremmo tentare di rifarci una vita, siamo ancora giovani, potremmo essere felici insieme”.
“No Anna, il nostro monte (luogo dove andavano spesso) non ci vedrà più insieme”. Ho riflettuto a lungo, la mia vita ormai l'ho affidata ai poveri, ai bambini di strada, a coloro che non hanno voce e sono sempre maltrattati ed emarginati.
“Però, voglio farti un dono”. Continua Don Marco, mettendo la mano in tasca.
“Quale? Dice Anna.
“Ricordi, quella sera? Io mi ubriacai, e la notte la passai nei pressi della torre, e li ruppi l'ultima bottiglia. I cocci li raccolsi e buttai nel contenitore. Salvo uno piccolissimo, che ho incastonato su
questa catenina che tu mi avevi regalato per il mio compleanno e che ho tenuto sempre con me. Adesso, te la do in dono” e gliela porge attreverso la tendina del confessionale. Anna, la prende e la stringe chiudendo il pugno.
“Anch'io ti faccio un dono”, replica Anna.
“in questo cofanetto, c'è una ciocca dei miei capelli, ti ricorderà di me” e gliela porge scostando leggermente la tendina.
Marco esce la mano per prendere il cofanetto, si sfiorano, i loro cuori battono a mille all'ora, vorebbero stringersi le mani, ma poi entrambi si ritraggono.
Don Marco, recita la formula di rito e assolve Anna e non le assegna nessuna penitenza.
Anna : “Marco, Don marco, mi scorderai? Mi penserai?
Marco : “Mai ti scorderò, ti penserò sempre”.
Poi, scosta la tendina, e si avvia verso la canonica, i suoi passi rimbombano nella chiesa semivuota, mentre Anna rimane a capo chino; poi si avvia verso l'uscita stringendo in pugno il dono di Marco.
FINE
(by sanvass, personaggi e storia di fantasia, nessuna attinenza con fatti reali).
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Re: Chi scrive e chi legge

Messaggio  misterred il Dom Mar 08, 2015 9:55 pm

Annali ha scritto:
Perchè, per aiutare il prossimo uno deve farlo vestito da prete?
Per il volontariato si, si può fare naturalmente senza saio o abiti talari, dedicando parte del proprio tempo ai bisogni degli altri. Ma se diventa "missione" è bene (secondo me) lasciare tutto, sganciarsi dalle cose materiali che potrebbero distogliere dal vero senso della missione.
Il cristo non ha mai detto di chiudersi nei seminari o nei conventi vestendo l'abito talare.
Anche questo è vero, ma Gesù e gli apostoli vivevano insieme e Gesù che insegnava loro la missione di mandarli per il mondo. Poi, anche S.Francesco, pur non essendo sacerdote (e non volle esserlo) viveva in un convento con i confratelli. Per il seminario c'è da dire che l'organizzazone della Chiesa cattolica lo richiede per verificare la reale vocazione (discernimento) del seminarista.
Anche senza tonaca che gli concede molti privilegi, il tuo personaggio poteva andare negli ospedali a confortare i tanti bimbi che soffrono, oppure andare a rendersi utile nei centri dove il "poveri" vanno a mendicare. 
Hai ragione, molti lo fanno e molto meglio di alcuni pseudo-religiosi.
Comunque hai ragione su di me: non mi piacciono i preti e i falsi/e, predicatori.
Nemmeno a me piacciono le persone false, che siano preti o sagrestani.
Insomma, devo ritenere che il motivo della decisione di Marco di darsi alla vita sacerdotale è stato aver ricevuto una specie di stimmate? (:le ferite ai palmi delle mani...) 
Marco ha letto in quell'episodio quale fosse la vita che lo aspettava; sicuramente avrebbe scelto la stesso la strada da percorrere, Le ferite ne hanno soltanto reso possibile l'anticipazione dei tempi.
Ho letto un'ultima parte nell'arcobalenato: sembra stia ricomparendo Anna... e qui vorrei vedere dove la "vocazione" di Marco finirà.
Si, Anna ricomparirà e sarà un guaio per Marco che..............(lo scopriremo)
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Re: Chi scrive e chi legge

Messaggio  Annali il Dom Mar 08, 2015 8:23 pm

Perchè, per aiutare il prossimo uno deve farlo vestito da prete?
Il cristo non ha mai detto di chiudersi nei seminari o nei conventi vestendo l'abito talare.
Anche senza tonaca che gli concede molti privilegi, il tuo personaggio poteva andare negli ospedali a confortare i tanti bimbi che soffrono, oppure andare a rendersi utile nei centri dove il "poveri" vanno a mendicare. 
Comunque hai ragione su di me: non mi piacciono i preti e i falsi/e, predicatori.
Insomma, devo ritenere che il motivo della decisione di Marco di darsi alla vita sacerdotale è stato aver ricevuto una specie di stimmate? (:le ferite ai palmi delle mani...) 

Ho letto un'ultima parte nell'arcobalenato: sembra stia ricomparendo Anna... e qui vorrei vedere dove la "vocazione" di Marco finirà.
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