Cerca
 
 

Risultati secondo:
 


Rechercher Ricerca avanzata

Parole chiave

Dicembre 2017
LunMarMerGioVenSabDom
    123
45678910
11121314151617
18192021222324
25262728293031

Calendario Calendario

Partner
creare un forum


Chi scrive e chi legge

Pagina 1 di 3 1, 2, 3  Seguente

Vedere l'argomento precedente Vedere l'argomento seguente Andare in basso

Re: Chi scrive e chi legge

Messaggio  eroil il Ven Nov 03, 2017 9:49 pm

Tanto per finire un racconto un po' farlocco scritto così per allenare la fantasia
dunque, ricapitolando:

Il primo capitolo si trova qui: eroil il Ven Set 08, 2017 1:36 am
il secondo è qui: eroil il Gio Ott 05, 2017 2:55 pm
il seguito e la conclusione è scritta qui sotto.

Il fioraio ®️

Riprendo lentamente conoscenza la stanza è quella di un ospedale, prendo atto di avere
la spalla sinistra e il torace fasciati, non sento dolore e a parte di una flebo al braccio
destro non percepisco altre "intubazioni".

Un movimento alla mia sinistra mi fa voltare il capo, l'amico Igor mi sorride ed esclama,
"Finito di poltrire? Su, novello phoenix" e ridacchiando mi porge uno specchio...lo guardo,
mi specchio e cerco di sedermi...lui mi blocca dicendo, "Ehi! Calma non sei poi tanto
differente da prima, e hanno dovuto farlo, uno di quei bastardi prima di andarsene ti ha dato
un calcio in pieno viso...e non calzava scarpette da ballo" mi riguardo con più attenzione
e, si, devo dargli ragione, torno improvvisamente alla realtà ed esclamo, "Da quanto tempo
sono qui? Emma dov'è?" cerco di nuovo di sedermi, "calma amico" esclama Igor "Sei qui
da tre settimane ed Emma è in Marocco sta bene ed è monitorata, fa rapporto tutti i giorni
in più abbiamo alcuni uomini in loco e in ogni caso se propio occorre è protetta, il lato oscuro
di tutta la faccenda è che l'organizzazione su cui stavate indagando è a conoscenza
delle vostre identità, e te, ti credono morto per cui il remake nei tuoi confronti sarebbe
stato fatto comunque, senza aiuti esterni" si mette a ridere, "Emma invece" continua,
"É stata da loro assoldata come killer, stanno facendo un repulisti della concorrenza senza
che la polizia locale abbia motivo di intervenire" a questo punto lo interrompo, "Quando
potrò uscire da qui...ieri?" "Tra un paio di giorni, e andremo direttamente a riprendere
la tua...mogliettina."

(Emma)Tre settimane prima...

Quattro giorni di viaggio con soste minime, il che mi fa pensare ad un sistema capillare
per il solo cambio di motrice e autista, ottimo per evitare strade molto frequentate
che rallenterebbero la marcia, evitando eventuali controlli.
Siamo fermi da mezza giornata, dal container non posso vedere fuori, presumo che siamo
prossimi ad un confine le altre tre ragazze le hanno scaricate appena ci siamo fermati,
non sono riuscita a guardare fuori.

Si riparte con un sussulto, il mio "dente" del giudizio, (l'impianto di localizzazione con cui
comunico con la base) mi comunica, "siete appena sbarcati a Ceuta, l'enclave spagnola
in Marocco" bene...cioè, mica tanto.

Il tir si ferma spero definitivamente, si apre il portello laterale, vedo che siamo all'interno
di un capannone, Mr.Helsen entra nel container accompagnato da uno scagnozzo
e sorridente esclama, "Bene carissima siamo quasi arrivati, dobbiamo discutere del tuo
ingaggio..." interviene il suo accompagnatore, "Capo, perché prima di parlare non
ci divertiamo un po'?" e allunga un braccio per palparmi un seno...penso,"stupido"
tre secondi dopo è steso a terra privo di sensi con il braccio lussato...Helsen a braccio
teso mi punta una pistola a pochi centimetri dal viso, lo guardo negli occhi e mentre
lo disarmo penso,"stupido due, troppo vicino".

Helsen con un balzo si è allontanato, ora ho io la pistola in mano, ma tengo il braccio
armato steso lungo il corpo, parlo tranquilla, "Bene Jonn, di che ingaggio si tratta?
A proposito, ho già ricevuto l'acconto dell'ingaggio per la tua eliminazine."

Sbianca in volto, ma si riprende subito e sorridendo esclama, "Me lo avevano detto che eri
in gamba, se ti si arriva troppo vicino non hai bisogno di armi..." lo interrompo, "Ora si, per
cui posa sul tavolo la pistola che hai nella fondina alla caviglia e il coltello da lancio che hai
nel fodero alla cintura, senza toglierli dai rispettivi foderi" degluisce e abbozza un "Ma..."
"Sbrigati e fai come ti dico se vuoi vivere e parlare del mio ingaggio" mentre lui traffica
per slacciare i foderi con le armi io frugo velocemente l'uomo a terra e recupero un'altra
pistola, poi visto che da segni di ripresa gli assesto una bottarella e lo rimetto a "nanna"

Recuperate le armi mi appoggio al tavolo e sorridendo dico,"Ad armi pari si tratta meglio
non trovi?" resta un momento a fissarmi, non capisco se per la battuta o per il sorriso
"Ecco..." inizia "Abbiamo bisogno di eliminare quattro personaggi in Marocco, persone
all'apparenza irreprensibili ma corrotti, tu dovresti organizzare le "esecuzioni" senza
insospettire troppo la polizia locale e i servizi statali, insomma farli passare se possibile
per "incidenti" che ne dici?"
Ci penso su mentre metto in moto il "dente" poi dico, "Si può fare, dipende quanto siete
disposti a pagare" sembra sollevato "Due milioni di euro bastano?" ci penso un po'
"Tre, il personale di raccordo me lo procuro io e voglio l'autonomia completa metà subito
metà a lavoro ultimato" sorride "Ok!" urla verso l'esterno che gli portino il PC, gli do il codice
bancario svizzero dove trasferisce la metà del pattuito quando la traslazione è avvenuta
si informa se l'aereo privato è pronto.
Poi mi fa cenno verso l'uscita, "Prego..." scuoto il capo e dico, "In certi casi so essere
più galante d'un cavaliere, vai pure avanti tu" ridacchiando inizia ad uscire.
Troppo facile; suonano tutti assieme i famosi campanellini di Luca.

(Luca) Rabat (Marocco)

Abbiamo da poco lasciato l'ambasciata Italiana dopo un summit con l'intelligence locale,
il risultato è che i rapporti di Emma hanno evidenziato che la presunta "guerra" tra bande
non è altro che un tentativo di golpe e che il Mr.Helsen ne è l'esecutore materiale
i mandanti, alcuni capi di opposizioni fondamentaliste locali, grazie alle indagini da infiltrata
di Emma sono stati arrestati.
Il lato negativo è che Emma e le sue coadiuvanti sono state scoperte e Mr.Helsen è riuscito
ad individuare il loro punto logistico nei pressi dell'areoporto internazionale di Rabat-Salé
ed è appunto in quella direzione che Igor sta guidando il suv sulla Avenue Hassan II verso
la prefettura di Salé preceduto da un mezzo delle "teste di cuoio" locali.

Giunti a destinazione nei pressi di un capannone di stoccaggio, già circondato da uonmini
in tenuta anti sommossa, ci avviciniamo all'ufficiale che dirige le operazioni, gli chiedo
"Com'è la situazione?" lui ci saluta militarmente prima di sringerci la mano, "Signori" inizia
"Prima dell'irruzione stabiliamo alcune priorità, voi siete qui per recuperare tre vostri agenti
che con il loro operato ci hanno permesso di impedire un golpe, ora, io vi reputo operativi
e vi aggrego momentaneamente ai miei comandi, come i tre agenti che cercheremo
di liberare, ma, la mia priorità è sgominare la banda che li assedia" fa un cenno
e un inserviente ci porta due giubbotti antiproiettile uguali a quelli della task force poi
riprende il monologo,"Per cui noi vi proteggeremo dove ci sarà possibile il recupero fisico
dei vostri agenti è di vostra competenza perché voi li conoscete noi no" sembra abbia finito
ma..." quando il tutto sarà terminato e i vostri recuperati senza perdite, sarete in cinque
e vi scorteremo all'aereo che vi aspetta in pista, tutto chiaro?" "Sissignore" rispondiamo
all'unisono io e Igor salutandolo militarmente. si allontana e sbraita alcuni ordini, facciamo
irruzione nel capannone assieme agli altri militari.

Il capannone è pieno di cassoni sovrapposti e container, per cui la battaglia si svolge
tra improbabili corridoi che portano al nulla...grazie alle informazioni di Emma io e Igor
sappiamo all'incirca dove si trova lei e le sue ragazze, un corridoio che finisce contro
un muro facilmente difendibile unica entrata unica uscita, lascio Igor al riparo di un pilastro
ed entro nel "corridoio" pochi passi e mi ritrovo una pistola puntata alla tempia, "Chi sei?"
...ma da dove... Alzo le mani e dico,"Dalla scritta sul giubbotto faccio parte dei buoni"
"Così pare" risponde la ragazza, mi disarma e perentoria, "Vai avanti, hai una faccia
conosciuta vediamo se è vero..." pochi metri e il corridoio si allarga, all'interno dietro
una sorta di barricata c'è Emma e l'altra ragazza.
"Capo" dice la mia "scorta" abbiamo visite, ho visto Igor appostato all'ingresso ma questo
qui non so chi sia" è troppo vicina...le cose insegnate da Emma non si dimenticano,
specialmente la tecnica di disarmare chi ti viene troppo vicino...l'attimo dopo ho recuperato
la mia arma e l'ho riposta nel fodero, tengo per la canna quella della ragazza e dico,
"Se ti dicevo che sono Luca cosa facevi?" È un po' frastornata, ma la risposta è secca,
"ti avrei sparato" gli rendo la sua arma...e mi ritrovo tra le braccia di Emma, "Luca..."
mi strige a se, "Piano, piano le costole e la spalla mi fanno ancora male" mi guarda,
"Cosa hai fatto al viso?" "Hanno dovuto rifarmi il look qualcuno prima di andarsene
si è divertito" in quel momento sentiamo la voce della mitraglietta di Igor,
"Presto andiamo ad aiutarlo e vediamo di uscire da qui."

Igor ha bloccato quattro "banditi" probabilmente gli ultimi della banda
alle loro spalle si sentono arrivare quelli della task force, il nostro intervento
li induce ad arrendersi..."Ehi, che stavate facendo la dentro un simposio?"
"Ma no" Esclama divertita Emma, "Volevamo vedere come te la cavavi!"

Conclusione...

Il piano sovversivo è stato debellato, Mr.Helsen è stato ucciso dagli uomini della task
force noi naturalmente rientriamo nel solito anonimato, Emma continua a sostenere
d'essere a tutti gli effetti la Signora Corsini io continuo a sostenere che la farsa
dello scambio di anelli avvenuto in macchina non è vincolante, e che manca la formula
finale di chi è preposto a suggellare tale evento.

"Quale formula, quella del: Finché morte non vi separi? Per quella non abbiamo bisogno
che qualcuno ce la spieghi...visto il "lavoro" che facciamo" e cambia discorso,
"Lo sai che con la "faccia" nuova sei più carino?"
Tipica logica femminile...

Nota:A parte la Avenue Hassan II e la prefettura di Salé dove vi è l'areoporto
internazionale di Rabat-Salé, ogni attinenza a cose, nomi, fatti e situazioni già accaduti
o che accadranno in futuro sono da ritenersi puramente casuali.
(l'autore Eroil)
Smile
avatar
eroil

Messaggi : 2561
Data d'iscrizione : 25.07.16
Località : Neverwinter

Tornare in alto Andare in basso

Re: Chi scrive e chi legge

Messaggio  Annali il Dom Ott 22, 2017 10:09 pm

A te, grazie Em... 
Mi riconosci nel personaggio??? Sì, un tantinello di me lo potrai trovare sempre in ogni mio scritto...sia nel serio che nel faceto...
Qui, uno stralcio del diario che tengo nel cassetto dei ricordi, dove scrivo di quel giorno che mio fratello, che ora non è più fra noi, salvò la vita a me e a mia madre...
.........Improvvisamente, non ricordo come, le mie mani persero la presa e caddi nell’acqua. Era fredda e il suo contatto mi procurò un forte spasmo che mi tolse il respiro. Non era molto profonda ma non riuscì a rialzarmi perché la corrente mi trascinava via.
Sentivo confusamente la voce di mia madre che gridava: “ Aggrappati, aggrappati!”
Io cercavo di farlo e istintivamente annaspavo nell’acqua alla ricerca di un appiglio. Le mie mani trovarono qualcosa che strinsi con tutte le mie forze, senza accorgermi che ciò che stringevo non era altro che la stoffa della mia gonnellina. La mamma riuscì a raggiungermi e mi tenne stretta, ma il fondo era scivoloso e scivolò a sua volta nell’acqua che ci trascinò verso il tunnel sotterraneo che attraversava la città, nel dedalo delle linee di scolo. 
Fiotti d’acqua mi entravano in gola, tossivo e annaspavo nella confusione più totale. Nella mente cominciarono ad affiorare strane visioni. Mi rividi in piedi sul tavolo della cucina, mentre la mamma mi faceva indossare il vestitino azzurro che le suore dell’istituto, situato di là del nostro cortile, mi avevano regalato. Ricambiavano la cortesia della mamma, che nutriva le loro galline con le croste della polenta raschiate dal fondo del paiolo di rame. Non avevo mai avuto un abitino tanto bello, con il colletto ricamato e le maniche a sbuffo. Lei lisciava il corpetto con le mani, mi dava un bacio sulla guancia e diceva: “ com’è bella la mia bambina!” ed io ridevo, tutta contenta.
Il ricordo svanì e mi ritrovai ad annaspare nell’acqua. Dov’era finito il mio bel vestitino azzurro?
Sentii le mani della mamma stringermi più forte, mentre la corrente ci trascinava fin quasi all’ingresso del tunnel. Dentro era buio, un buio pauroso che ci avrebbe inghiottito per sempre. Poi, vidi l’enorme bocca spalancata, prossima a ghermirci, allontanarsi lentamente da noi, senza capire cosa stesse succedendo, chi ci stesse salvando. Era mio fratello Nini, considerato timido e pauroso che, vincendo le sue paure, si era gettato coraggiosamente dentro l’acqua al nostro inseguimento, riuscendo ad afferrare la mamma e trarre in salvo entrambe. Lui aveva nove anni, io solamente quattro...
Prossimamente per esteso... study
avatar
Annali
Admin/Founder

Messaggi : 5298
Data d'iscrizione : 08.06.13
Località : la mia

http://annali.forumattivo.it

Tornare in alto Andare in basso

Re: Chi scrive e chi legge

Messaggio  spitfire il Ven Ott 20, 2017 7:30 pm

complimenti, Annali... e grazie. 
ti ritrovo nel personaggio... 
un abbraccio.

sono proprio i libri che vorresti leggere in un giorno di pioggia... provare per credere.
avatar
spitfire

Messaggi : 295
Data d'iscrizione : 24.09.17

Tornare in alto Andare in basso

Un cielo pieno di nuvole

Messaggio  Annali il Ven Ott 20, 2017 3:37 am

Metto un filo di rossetto sulle labbra e sono pronta per uscire. Ho perso un sacco di tempo a rovistare nell’armadio prima di decidere cosa indossare.
Si è fatto tardi ma sono soddisfatta per la scelta e completamente a mio agio. Un ultimo sguardo allo specchio ed esco. Scruto il cielo che non promette niente di buono: un pallido sole fa capolino dietro un vasto banco di nuvole grigie. Qua e là solo qualche squarcio d’azzurro. Pioverà?
Non mi va di portare l’ombrello e poi sono già in strada. Forse ce la faccio a prendere l’autobus. No, non ce la faccio proprio! Lo vedo sfrecciare a tutta velocità senza sostare alla fermata. Che iella! Cammino in fretta con la borsetta a tracolla che mi sbatte sul fianco, lottando per trattenerla con una mano mentre con l’altra cerco, inutilmente, di impedire al vento, levatosi all’improvviso, di scompigliarmi i capelli.
Le folate si fanno impetuose, mi sento leggera e ho l’impressione che mani invisibili mi sospingano, mi sollevino per portarmi via.
Grosse gocce di pioggia cadono sull’asfalto con rumore sordo: toc, toc, toc.
In un attimo un mare d’acqua spazza la strada. Sono fradicia, in balia della pioggia violenta, impietosa. Fortunatamente il centro non è più tanto distante e spero di arrivarci viva.
Sento dei passi affrettati alle mie spalle,  un ampio ombrello mi ripara e una voce maschile chiede: “ Permette?” mi giro verso la figura che mi affianca e senza indugio rispondo:  “Altroché! È il cielo che la manda!”
“ Veramente il cielo sta mandando un vero diluvio. Forse riusciamo a raggiungere il porticato senza soccombere.” Così dicendo infila un braccio sotto il mio e ridendo esclama: “ Su, via di corsa!” Correndo ci schizziamo a vicenda l’acqua delle pozzanghere, ho le scarpe inzuppate e la gonna appiccicata alle gambe.
Finalmente siamo al riparo dei portici, affollato di gente e di ombrelli gocciolanti. Tutta la piazza è inondata di acqua che scorre gorgogliando lungo i marciapiedi.
Sono bagnata come un pulcino uscito dall’uovo appena dischiuso, con i capelli che ricadono scomposti sul viso. Mi sento un disastro! Cerco di ricomporre la gonna incollata alle gambe come una seconda pelle, ma la situazione non migliora.
Il mio salvatore m’invita a entrare nel bar alle nostre spalle ed io non mi faccio pregare, ho proprio bisogno di una bevanda calda, che mi rianimi e mi risollevi il morale finito al livello delle mie belle scarpette afflosciate.
Il locale è confortevole, con bei quadri alle pareti e tende coloratissime che ricoprono le ampie vetrate. Mi affretto verso un tavolo libero e con un sospiro di sollievo mi lascio cadere esausta sulla comoda poltroncina di pelle.
Per fortuna il nostro ingresso è passato inosservato, mi sarei sentita a disagio con il mio aspetto da sopravissuta a un naufragio.
“ Va meglio?” La domanda mi riscuote e mi riporta alla realtà, guardo in viso il mio interlocutore e cerco di stirare le labbra in un tentativo di sorriso. Sono ancora un po’ sottosopra e mi riesce difficile sorridere e poi, a essere sincera, non vorrei che il tipo si facesse strane illusioni sul mio conto ma, visto che tanto cortesemente mi ha sottratto all’oceano d’acqua che stava per inghiottirmi, mi sforzo di essere il più gentile possibile mentre rispondo: “ Ora sì, grazie a lei.”
Lui mi guarda e scuote il capo mentre dice: “ È stato un piacere. Tenere sottobraccio una bella ragazza è il sogno di ogni uomo!”
La frase è chiaramente scherzosa pur tuttavia m’inquieta: ai complimenti di uno sconosciuto s’impone una ferrea regola, la fuga! Non subito, però, il cameriere arriva con un vassoio di pasticcini e teiera fumante, assolutamente da non perdere.
 
In fondo un minimo di cortesia la devo al mio occasionale compagno, non posso andarmene proprio in un momento come questo, con l’invitante aroma del tè che mi attira e mi tenta. Rimango stoicamente seduta a sorseggiare voluttuosamente il liquido ambrato, che mi riporta la temperatura corporea a livelli accettabili.
Un paio di dolcetti alle mandorle e mi sentirei pronta ad affrontare un altro nubifragio.
“ Sì, va sicuramente meglio, ” commenta lui sorridendo divertito, “ ora però, permettimi di presentarmi, Aldo Rossini”, dice tendendomi la mano.
Smetto per un attimo di sorseggiare il tè e mi presento a mia volta, senza metterci troppo entusiasmo “ io sono Marina.” Di proposito non aggiungo il cognome, non per scortesia, ma semplicemente per evitare che mi trovi sull’elenco telefonico. Anche questo fa parte delle mie ferree regole.
Ma lui non si scoraggia e chiede: “Marina e poi?”
“Marina e basta” rispondo laconica. Subito, però, mi pento della risposta non troppo gentile. Lui continua a sorridermi come se la cosa non lo toccasse affatto e confesso che mi irrita un po’. Ma chi si crede di essere? penso agguantando un bignè. Uno schizzo di crema mi scivola sul mento e lui mi porge un tovagliolino di carta. Mi indispettisce che continui a essere tanto gentile mentre io faccio del mio meglio per rendermi antipatica.
Dopo un’altra tazza di tè al gelsomino decido di cambiare tattica. Niente pose contrarie alla mia personalità, un tantino stravagante, questo è vero, ma un minimo di cortesia posso pure dimostrargliela. Non voglio apparire odiosa, ma intendo mantenere le distanze senza esagerazioni, perciò, con un sorriso un pochino più aperto, cerco di avviare un minimo di conversazione.
“ Non ti ho mai visto da queste parti, non è qui che abiti, vero?”
“ No, non sono del posto. Sono in …trasferta, diciamo. Una circostanza speciale.”
Io insisto, curiosa, forse un pochino indiscreta. “ Una circostanza speciale? E quale sarebbe?”
“ La speranza di incontrare una bella ragazza come te?” risponde lui socchiudendo gli occhi.
Io mi irrigidisco subito sulle difensive. Ma allora ci sta provando! Se pensa che sia disponibile si sbaglia, perciò depongo la tazza sul tavolino e mi preparo una sfilza di – tante grazie, sei stato gentile, blà, blà …
Lui non è certo uno stupido e ha capito che sono pronta a battere in ritirata, perciò scuote la testa e con aria di rimprovero butta là: “ Come mai ti sei trovata nel mezzo di un simile acquazzone, vestita come se andassi al ballo di fine anno, e per giunta senza ombrello?”
Lo guardo e sento il desiderio di infilargli, dentro il colletto della camicia, il resto dei bignè, ma riesco a trattenermi. Mi limito invece a guardarlo freddamente negli occhi mentre rispondo:
“ Guarda che quando sono uscita non pioveva.”
“ A no? E come mai io avevo l’ombrello? Per il sole? Era chiaro che tutte quelle nuvole nere avrebbero riversato tanta acqua da sommergere mezzo paese.” Ribatte sarcastico.
“ Esagerato! E poi avrei dovuto prendere l’autobus, l’ho perso per un filo.”
“ Non si dice per un filo ma per un pelo” mi corregge.
 Ma tò, guarda questo. Cerca forse la lite?
Lui intuisce che mi sto inquietando e mi tende la mano: “ Dai, facciamo pace! Guarda, è tornato il sole.”  
Mi giro verso la vetrata e intravedo, oltre i tetti delle case, una striscia di cielo azzurro. Guardo l’ora e mi sfugge un piccolo grido: “ Dio, com’è tardi! Luisa mi ucciderà!”
Mi alzo di scatto e rischio di mandare all’aria il tavolino. “ Calma, perché tanta fretta?”esclama Aldo trattenendo la teiera che rischiava di rovesciarsi.
“Avevo un appuntamento con un’amica, alla biblioteca, sarà furiosa e sicuramente se ne sarà andata.”
“ Ma no, se è una buona amica sarà ancora lì ad aspettarti. Non credi?” Mi rassicura lui bonariamente.
Certo che è proprio un bel tipo! Non si scompone mai. Se qualcuno si fosse comportato con me come io ho fatto con lui, lo avrei già mandato al diavolo.
“ Ora devo proprio andare, grazie di tutto, sei stato molto gentile.” Sistemo la borsa a tracolla e mi avvio all’uscita.
Lui mi segue: “ Non vuoi che ti accompagni? Chissà, potrebbe piovere di nuovo.” Dice agitando l’ombrello.
“ Non credo proprio che pioverà, ormai non ci sono più nuvole in cielo.”
Lo guardo e vorrei trovare in lui un briciolo di delusione, non fosse altro per appagare la mia vanità ma pare che l’unica ad essere delusa sia io.
“ Bene, come vuoi Marina…Marina e basta. Ci vediamo.”
Sì, stai fresco, penso uscendo in fretta dal locale.
Trovo Luisa nella saletta della biblioteca comunale, è un po’ agitata per il mio ritardo e mi manifesta un palese disappunto. “Ma dove eri finita? È una vita che ti aspetto!”
“ Se vuoi saperlo ero finita nel bel mezzo di un temporale come non si vedeva dai tempi di Noè. O per caso non te ne sei accorta?” rispondo piccata, “ lui è già qui?”
“No, per fortuna. Forse anche lui si è smarrito nel tuo stesso temporale! Andiamo, troviamoci un bel posto in prima fila.”
Il lui di cui parliamo è l’autore di bellissimi romanzi, tutti veri – best seller – e oggi sarà ospite della biblioteca comunale per presentare il suo nuovo libro.
Avverto del trambusto all’ingresso “ è arrivato”, penso emozionata. In fondo alla sala si è formato un capannello quasi tutto al femminile. Luisa mi rifila una gomitata sussurrandomi:
“ Eccolo, eccolo!” “ Ahi! Mi hai fatto male, l’ho capito da sola, non serve che mi incrini una costola.” Mi lamento.
“ Scusami, gli andiamo incontro?” Non aspetta neppure la mia risposta e fila via veloce come una scheggia.
Quando il capannello si dirada, posso finalmente vederlo e manca poco che cada dalla sedia. Ma … è Aldo, Aldo Rossini! Mi ha seguito, allora è proprio ostinato. Beh! In fondo scopro che  non mi dispiace e alzo la mano per attirare la sua attenzione.
Mi ha visto e viene verso di me con il suo consueto sorriso. Guarda Luisa ritornata vicino a me e dice: “ Visto che ti ha aspettato?”  Poi prosegue e si avvicina al tavolo dove l’attende la segretaria della biblioteca.
Comincio a sentirmi agitata: “ Luisa che succede? Non arriva più Diego Flores?” Chiedo al massimo della confusione.
“ Ma sei cieca? Sta già lì, non lo vedi?”
“Ti sbagli, lui è Aldo, l’ho conosciuto oggi.”
“ Allora non sei solo cieca, sei anche sorda. Non hai sentito la presentazione della segretaria? Guarda, ora sta firmando copie del suo libro. Vieni, andiamo anche noi.” Cerca di farmi alzare ma io oppongo resistenza. Sono incollata alla sedia, lo stupore mi impedisce di muovermi, eppure vorrei alzarmi e infilare l’uscita. Se penso che mi sarei messa a ballare sulle punte, quando Luisa mi aveva telefonato: “ Marina, indovina?”
“ Non sono indovina.” Dico io.
“ Ma no, voglio dire: sai la notizia?”
“ Hai intenzione di continuare con le domande o vuoi arrivare al punto?” Là, sono cascata anch’io nella spirale dei punti di domanda.
“ E va bene, te lo dico: Diego Flores! Sabato prossimo, alla biblioteca comunale per la presentazione del suo nuovo romanzo!” Butta là con enfasi.
Diego Flores? Il nostro autore preferito!
E ora sono furiosa con me stessa. Volevo conoscere lo scrittore famoso ed eccolo lì, proprio davanti a me, a firmare autografi e dispensare sorrisi, proprio come era davanti a me in quel bar, mentre ingollavo tè e pasticcini con gli abiti zuppi e un sorriso niente affatto simpatico stampato sul viso.
Forse se non mi fossi arroccata troppo sulle difensive e mi fossi “degnata”, di guardarlo veramente, avrei potuto riconoscerlo, visto che c’era la sua fotografia sul pieghevole di copertina del suo ultimo romanzo.
Cupamente immersa nei miei pensieri non mi accorgo della sua presenza. È in piedi davanti a me con una copia del libro. “ Tu non lo vuoi l’autografo?” chiede con la consueta calma. Non c’è ironia nella sua voce, ma piuttosto una nota ansiosa, forse causata dal timore di un mio rifiuto.
“ Certo che sì” rispondo, intenzionata a non mostrargli lo sconcerto che mi causa scoprire la sua vera identità, “ ma perché ti sei presentato a me con un altro nome?”
“ Non l’ho fatto. Aldo Rossini è il mio vero nome. Diego Flores è soltanto uno pseudonimo, mi è sembrato suonasse meglio, non trovi?”
“ Avresti potuto dirmelo, là, in quel bar.”
“ Sì, avrei potuto, ma sembravi così ansiosa di liberarti di me… E quel, “Marina e basta”, anche se mi ha fatto sorridere, non mi ha certo incentivato.”
“ Mi hai costretto a scappare con quella tua frase: speravo di incontrare una bella ragazza come te”, dico, cercando di imitare la sua intonazione.
Sono sicura di averlo colto in fallo perché non risponde subito, ma quando lo fa sorride apertamente:“Sembravi un istrice, volevo semplicemente ammorbidirti un po’, farti rilassare. E, tanto perché tu lo sappia, quello che ho detto, lo pensavo veramente.”
Lo sguardo di Luisa è su di noi ed è chiaro che non capisce di cosa si stia parlando. Furtivamente mi dà un pizzicotto per attirare la mia attenzione. Io la ignoro, pizzicotto compreso.
Un gruppo di ragazze si avvicina chiedendo la dedica all’autore ed io lo guardo mentre cortesemente risponde alle loro domande, presa da un imprevedibile attacco di gelosia.
Luisa, impaziente e irritata, si avvicina: “ allora? Andiamo o aspetti il bacino sulla guancia?” Le lancio un’occhiata tipo – vai e uccidi – che la raggela. Un ultimo sguardo al gruppo chiocciante intorno a Diego, (o Aldo?) e raggiungo l’uscita.
Pochi passi e “trac!”, un ombrello si apre sopra la mia testa.
“Ma che fai, non piove…” faccio sorpresa.”
“ Certo che piove, non senti?”
“ No, non piove, non c’è nemmeno una nuvola in cielo.”
“ Come no, guarda bene”, dice lui “ ti dico che piove, credimi.”
“ Tu sei tutto matto. Dai, chiudi l’ombrello che non sta piov…endo.”Toc, toc,toc. Grosse gocce di pioggia rimbalzano sull’ombrello.
Aldo mi prende sottobraccio ed esclama: “ Su, corri, vedo un bar, laggiù!”
Rinuncio a discutere. In fondo basta crederci, no?  
 
Annalì

    
   
avatar
Annali
Admin/Founder

Messaggi : 5298
Data d'iscrizione : 08.06.13
Località : la mia

http://annali.forumattivo.it

Tornare in alto Andare in basso

Re: Chi scrive e chi legge

Messaggio  controvento il Gio Ott 19, 2017 10:48 pm

Sono nata negli anni ‘50, quelli che vengono ancora oggi definiti favolosi. Non ho ancora capito perché. O forse sì.
I ricordi che ho di quegli anni sono legati alla famiglia. Il mio mondo era e gravitava intorno a mamma e papà, ai loro abbracci, alle risate e al tepore del lettone nelle sere d’inverno.


Negli anni ‘60, nell’immaginario collettivo pur essi favolosi, al mio mondo si è aggiunto quello esterno: scuola, amichetti, canzoni ...ah...come amavo le canzoni! Sapevo tutte le parole: fatti mandare dalla mamma a prendere il la-atte devo dirti qualche cosa che riguarda noi du-u-u-e...perchè perché-è la domenica mi lasci sempre sola per andare a vedere la partita di pallo-one...perchè perché-è una volta non ci porti pure me...un cuore matto, matto da legare che crede ancora che tu pensi a me… e cantavo.


Avevo anche scoperto nel frattempo, il piacere dei viaggi immaginari che si dipanavano dalla parola scritta. Ho seguito Zanna Bianca nelle foreste dello Yukon, sono stata accanto a lui mentre combatteva contro il malvagio e potente bulldog Cherokee; ero con Alice mentre giocava a croquet con la regina di picche, e insieme a lei, ho danzato con il cappellaio matto; nel ventre della balena ho pianto con Geppetto e Pinocchio, e con il capitano Achab ho solcato i mari.
Stridula e stonata, passavo il tempo canticchiando mentre, una dopo l’altra, vivevo le storie che i libri mi raccontavano e l’infanzia lasciava pian piano lo spazio all’età delle ribellioni, della disperazione quando un brufoletto dispettoso faceva capolino, magari proprio il giorno in cui speravo di avere accanto Giorgino, il bello della classe, quello dietro il quale tutte a sospirare che pareva il vento che scendeva dalle Ande…


L’ho rivisto l’altro giorno, Giorgino: spalle sconfitte e un bel po’ stempiato. Ci siamo salutati con l’imbarazzo degli anni. “Che piacere”, “Non sei cambiato/a”, Te la ricordi la Susanna?”, “Sai che è morto Franco? Te lo ricordi Franco, vero? Quello del primo banco un po’ cicciotto...”,”Ci dobbiam vedere...una rimpatriata tutti insieme”, “ Si, dai che organizziamo”, “Sarebbe bello”….


Non se ne farà niente. Entrambi avevamo la voglia di scappare dai fantasmi di quel che eravamo e dalla realtà di quel che siamo. Mentre mi allontanavo, l’eco di una canzone… il sempiterno Morandi...parlami di te, bella signora, parlami di te che non ho paura, parlami di te, dei tuoi silenzi, portami con te nei tuoi appartamenti...parlami di te, bella signora, del tuo mare nero nella notte scura, io ti trovo bella non mi fai paura, signora Solitudine…

Ciao Giorgino
avatar
controvento

Messaggi : 221
Data d'iscrizione : 30.09.17

Tornare in alto Andare in basso

Re: Chi scrive e chi legge

Messaggio  spitfire il Sab Ott 07, 2017 10:55 am

il "Ritorno" e' sempre doloroso, ma non perquello non verra' piu'. Si ritorna dopo giorni, anni, o dopo una vita, ma si ritorna, anche per convincersi che i sentimenti che si provano sono rimasti gli stessi, sia nel caso di un libro, una casa, un' amico, le lapide di una persona cara ...

Vi leggo, vi leggo comunque... continuate a scrivere.
un abbraccio.
avatar
spitfire

Messaggi : 295
Data d'iscrizione : 24.09.17

Tornare in alto Andare in basso

I ricordi del cuore...

Messaggio  Annali il Sab Ott 07, 2017 2:09 am

Ritrovato questo “pezzo” scritto un giorno di maggio 2010.
Mamma  amava molto questo mese lo stesso mio di nascita. . 
Da lei emanava il profumo delle rose che coltivava nel nostro minuscolo giardino, giusto un fazzoletto di terra. 
Noi bambini seduti sotto il portico stavamo a guardarla attenti, mentre curava, canticchiando, i suoi amati fiori. 
Ripenso spesso a quel periodo della mia vita e rivedo me stessa, i miei fratelli e i miei genitori, dentro una cornice un po' sbiadita dal tempo. 
Frammenti di ricordi che perdurano nella memoria, saldamente, e dentro di essi ritrovo soprattutto mia madre, lei, con la sua dolcezza, la sua bontà. 
Era la nostra forza, il nostro sostegno e mai, mai, riuscivo a immaginare la mia vita senza di lei. 
Mi sembra di rivederla, quando morì mio padre, china a lisciare l'abito con cui l'avrebbe rivestito per l'ultima volta, con i begli occhi verdi velati di lacrime, la lunga treccia castana raccolta a crocchia sulla nuca. Non aveva un solo capello bianco e la sua pelle era morbida e soda come quella di una bambina. Sembrava che la vita, così prodiga con lei di tribolazioni, avesse voluta ripagarla mantenendo inalterata la dolcezza del suo viso e l'elasticità delle sue carni. 
La guardavo, con la sua pena contenuta, il suo silenzioso dolore. Gli ultimi anni trascorsi non erano stati facili, la malattia di mio padre aveva inferto un duro colpo alla nostra economia, ma, spronati dal suo amore per noi, a piccoli passi abbiamo attraversato la nostra vita, in un cammino non sempre facile, come soldati costretti ad attraversare un campo cosparso di mine. 
Era una persona timida e insicura, ma era proprio la sua insicurezza che la spronava, che la induceva a cercare in se stessa risorse che neppure pensava di possedere. 
Il suo ricordo più caro era la piccola borsetta di pelle di serpente che mostrava spesso a me e a mia sorella con molto orgoglio,quasi fosse una reliquia. Rappresentava un pezzo della sua vita di ragazza e non se ne separò mai, finchè visse. 
A volte mi capita di ripensare a quella borsetta, con tenerezza, rimpianto, nostalgia, e tanto rammarico per non averla ritrovata quando lei venne a mancare. 
E quando accadde, noi, suoi figli, insieme a lei, seppellimmo pezzetti dei nostri cuori, i sorrisi dell'infanzia e tutta una parte del nostro mondo perduto. 
   
avatar
Annali
Admin/Founder

Messaggi : 5298
Data d'iscrizione : 08.06.13
Località : la mia

http://annali.forumattivo.it

Tornare in alto Andare in basso

Galeotto fu il Carducci? Poteva essere ma non è stato...

Messaggio  Annali il Sab Ott 07, 2017 12:52 am

Ritrovata questa pagina scritta altrove...

Povero libro mio! Come sei ridotto!
Ti ho ritrovato e non sembri tu. Come potresti? Tanti anni, sono trascorsi e le tue pagine di carta sottile, leggerissima, trasparente quasi, sono ingiallite, la copertina telata, sfatta, sfilacciata.
Il ricordo di quel giorno, in cui arrivasti nelle mie mani e ti sfogliai con occhi attenti e affascinati, ora è qui, nella mente.
Era una domenica pomeriggio, avevo quattordici anni e lui…sedici? Forse…
Mi piace scrivere poesie gli avevo detto giorni prima.  E lui: ti piace il Carducci? Mi piace sì, ho risposto.
Era gentile, carino pure.  Ci siamo conosciuti durante l’intervallo di una recita di studenti, al teatro Scientifico. (MN)Lui con gli amici suoi, io con le amiche mie. Abbiamo fatto amicizia, non subito però, lui era timido, o forse troppo educato per comportarsi in modo sbrigativo come gli altri ragazzi.
Amicizia vera e propria forse non vi fu. Venne a mancare il tempo perché maturasse.
Una serie di tentativi  di avvicinamento discreto da parte sua. Io? Aspettavo e basta.  Gli piacevo certo e lui piaceva a me, tutto qui.
Poi il libro di poesie: è di mia madre, dice. Te lo presto, così ti puoi leggere tutte le poesie di Carducci che ti piacciono.  Oh! Faccio io, grazie! Ma la tua mamma? Non ti preoccupare, fa lui, non se ne accorgerà. Basta non ci scrivi sopra. Scherzi? Nemmeno per sogno!
Me ne tornai a casa tutta contenta e mi misi subito a sfogliarlo.
Lo conservo ancora. Non ho mai potuto restituirlo.
Aveva un nome insolito che da subito mi aveva fatto sorridere: si chiamava Adalberto. 
 
 Questo il libro ancora in mio possesso...
avatar
Annali
Admin/Founder

Messaggi : 5298
Data d'iscrizione : 08.06.13
Località : la mia

http://annali.forumattivo.it

Tornare in alto Andare in basso

Re: Chi scrive e chi legge

Messaggio  Annali il Ven Ott 06, 2017 7:10 pm

Se il lettore, (o la lettrice) troppo si emoziona e decide di non proseguire nella lettura allora diventa inutile lo scrivere per lo scrittore... 

  
avatar
Annali
Admin/Founder

Messaggi : 5298
Data d'iscrizione : 08.06.13
Località : la mia

http://annali.forumattivo.it

Tornare in alto Andare in basso

Re: Chi scrive e chi legge

Messaggio  spitfire il Ven Ott 06, 2017 8:06 am

Buongiorno, carissimi... 
Ill mio nodo si e sciolto e non lo posso piu' fermare .. allora mi devo fermare  io, dalla lettura dei vostri post... scusate.

un bacio.
avatar
spitfire

Messaggi : 295
Data d'iscrizione : 24.09.17

Tornare in alto Andare in basso

Re: Chi scrive e chi legge

Messaggio  Annali il Gio Ott 05, 2017 10:39 pm

 Controvento: ...Arrivata a fine lettura con un grosso nodo in gola... Crying or Very sad
avatar
Annali
Admin/Founder

Messaggi : 5298
Data d'iscrizione : 08.06.13
Località : la mia

http://annali.forumattivo.it

Tornare in alto Andare in basso

Re: Chi scrive e chi legge

Messaggio  controvento il Gio Ott 05, 2017 10:03 pm

Oggi sono passata davanti alla casa dove ho abitato dalla nascita fino ai miei 11 anni.
L’hanno tirata su il mio papà e la mia mamma, di domenica, con l’aiuto degli amici.
Lo zio Ferruccio, marito della sorella di mia mamma, considerato “ricco” perché caporeparto all’Inps e figlio di capostazione, prestò loro 40.000 lire – si era negli anni ‘50 e 40.000 lire erano una cifra rispettabile – per acquistare il terreno e le prime pietre.
In buona sostanza, si trattava di due stanze, una sopra l’altra, unite da una ripida scala.
Ho una foto di me su quella scala: avevo 10 mesi, paffutella, gli occhi sgranati, un abitino di lana chiara e un buffo berretto a tre punte. Risulto in piedi sullo scalino ma si intravvede la mano di qualcuno, la mia mamma, che mi sostiene.
Parrà strano, ma io ho un nitido ricordo di quel momento: il sorriso della mamma, il suo vestito giallo, papà che rideva e l’eccitazione per la foto, scattata dal “ricco” zio Ferruccio, il quale possedeva, udite udite, una macchina fotografica! E mica una qualunque: una Rolleiflex 6X6 che, per uno strano gioco del destino è finita in mio possesso e fa ancora bella mostra di sé nella mia libreria. E’ ancora perfettamente funzionante, non fosse per la difficoltà a reperirne i rullini e fotografi che ancora si dedichino al loro sviluppo.
Il secchiaio era nel sottoscala e la cucina, rigorosamente a legna, oltre a riscaldare la cucina/tinello/studio/lavanderia/laboratorio (mia mamma era una bravissima magliaia e vi riceveva le sue “clienti” ) l’unica stanza multifunzionale del piano terra, serviva per cucinare i pasti della famiglia.
La tavola dai piedi di legno, il cassetto per le posate e il piano di marmo dove sparpagliavo libri e quaderni.
La credenza panciuta, con la vetrina a mettere in mostra bicchierini di vetro colorato che, in caso di ospiti, venivano usati per offrire un liquore giallo, dalla bottiglia affusolata e l’etichetta con la scritta rossa e fregi color argento.
Mi piaceva molto quella bottiglia dai colori vivaci. E il nome, “Strega”, mi affascinava. Eera evocativo di qualcosa di misterioso che, ero convinta, avrebbe dovuto essermi svelato quando sarei stata “più grande”...
Il “bagno” ( in realtà si trattava di una turca e, per l’epoca, in cui le latrine erano per lo più poste fuori dalla casa, era considerato un lusso) era stato ricavato in un anfratto, chiuso da una porticina di legno bianco, sempre nel sottoscala, di fianco al secchiaio.
Durante l’inverno, il bagno veniva fatto due volte la settimana. Il sabato o la domenica mattina e il mercoledì. Grossi pentoloni di acqua venivano posti a scaldare sulla piastra della stufa, mentre un grande mastello veniva posizionato li accanto, per non prendere freddo. Gli altri giorni, ci si lavava a pezzi prima di andare a dormire.
L’estate invece, una rudimentale doccia, realizzata con un grosso bidone di acqua posto sul tetto di un casotto di legno nel cortile interno, che si scaldava col sole, permetteva che ci si lavasse interamente ogni sera.
Il piano di sopra era inizialmente costituito da un unico spazio, identico come dimensioni a quello inferiore, ma verso i miei 5 anni, con l’innalzamento di un muro, venne ricavata una microscopica stanzetta tutta per me.
Il lavoro di mio padre ci portò poi a trasferirci in un’altra parte della città. La casa fu venduta ad un amico di famiglia e fino ad oggi, passare da quella via, nell’estrema periferia est della città, non mi aveva mai procurato particolari emozioni, se non un vago senso di nostalgia.
Ma oggi...la casa era aperta e chiaramente in fase di ristrutturazione. Avevo saputo che l’amico di papà che l’aveva acquistata anni prima, se n’era andato da tempo e la casa risultava chiusa ormai da qualche anno.
D’impulso, ho fermato la macchina e sono entrata.
Una valanga di ricordi e di emozioni mi ha sopraffatta.
Stavano demolendo pareti e pavimenti ma ancora si intravvedevano pezzi di marmo granigliato che ricordavo benissimo. Mi si sono parate davanti le immagini dei miei, ho risentito le loro voci, mi sono rivista bambina in quella casa…

Mi sono seduta sul primo gradino della scala e ho pianto.
avatar
controvento

Messaggi : 221
Data d'iscrizione : 30.09.17

Tornare in alto Andare in basso

Re: Chi scrive e chi legge

Messaggio  eroil il Gio Ott 05, 2017 2:55 pm

Antefatto. ®️

Sto guidando in scioltezza lungo il viale XXV Aprile che da Cavoretto scende verso Corso
Moncalieri, sul sedile al mio fianco Giorgia guarda fisso davanti a se la strada, le dico;
"Io e te dobbiamo parlare..." lei si volta e con un sorriso appogggiandosi alla portiera dell'auto
sospira e dice, "si penso propio di si, ma non sarebbe meglio farlo quando arriviamo dal Capo?"
Sto per risponderle quando il cell. collegato all'auto si mette a squillare...un tocco al pulante
sul volante e siamo collegati in vivavoce con il Capo in persona, "C'è un contrattempo e visto
che siete in zona vi ho fatto prenotare un campo per una partita a tennis e un pranzo al Royal
Club a nome di Luca Corsini e signora...Emma Corsini, capito anche tu Giorgia?" "Si Capo "
dice G...Emma "Ora divertitevi, parlate e soprattutto organizzatevi, quando verrete da me
nel pomeriggio dovrete essere una squadra operativa e una coppia perfettamente affiatata"
un clic mette fine alla telefonata.
Sempre di poche parole il Capo e questa volta mi ha spiazzato completamente.
Giunto in Corso Moncalieri accosto al marciapiede fermo l'auto e mi giro verso Emma...e resto
basito, ha in mano una scatolina me la porge dicendo,"Il Capo ha deciso che siamo sposati vuoi
ufficializzare la cosa?" sto al gioco prendo la scatola la apro, all'interno ci sono due fedi d'oro
una con incastonati alcuni diamantini, se è vera vale una fortuna, ho un piccolo singhiozzo
ma a voce ferma dico, "Emma...vuoi dirmi di si?" ha gli occhi lucidi, e per la prima volta
mi accorgo che sono azzurri come un cielo sereno..."Si...Si" esclama un po' emozionata
le infilo all'anulare la fede con i diamantini, e lei fa a me la stessa cosa con l'altro anello
poi mi bacia...ecco...un bacio e due occhi impossibili se bastano quelli a far innamorare
un uomo...sono rovinato!

Il fioraio ®️

Interland di Torino sud autoporto SITO, in un piccola ditta di trasporti e impor/export.
Emma finisce la video telefonata, "Ok, thank you goodbye". 
Sono mesi che stiamo indagando su una ditta di trasporti probabilmente collusa con traffici
poco chiari, dalla droga alla tratta di donne da vendere come schiave del sesso.
E sono anche mesi che io e Emma viviamo da "sposati" e per il momento pare che
come copertura funzioni, in questo periodo ho avuto modo di apprezzare le capacità
investigative di Emma e anche la sua preparazione atletica e di combattimento, nulla da stupirsi
ha passato un periodo in Israele collaborando ad un caso con agenti del mossad.
Con noi, ma che agisce come sempre nell'ombra, c'è Igor il nostro angelo custode "l'amico"
quello che mi/ci tolse dai pasticci nello scontro a fuoco con la banda di spacciatori del fu Donovan.
Le chiedo, "Trovato?" con il suo solito sorriso che scioglierebbe un iceberg dice, "Si e c'è di più
questa sera arriverà qui da noi un tir l'autista è al limite del periodo accumulato di guida
così lascerà qui il bilico e con la motrice andrà in albergo per il giusto riposo, tornerà domani
per riprendere il viaggio" dico,"Strano che ditta è?" Emma consulta la bolla di viaggio che
nel frattempo ci è stata inviata via mail e che ha stampato..."É la flores export una ditta
olandese" obbiètto "E che ci azzecca con la ditta sospetta?" "Ci azzecca che è una sua
succursale e fa molti viaggi dall'Olanda al medio oriente, ufficialmente per trasportare fiori
non ti suona uno dei tuoi famosi campanellini?"
Si mi suonava, forte e chiaro,"Ok! Avvisa Igor questa sera verremo a controllare"

Io e Emma ci siamo appostati in un angolo del capannone che ospita il bilico a parte le tenui
luci di servizio l'ambiente è buio, di Igor non c'è traccia ma confidiamo nella sua presenza.

Uno scatto e poi nell'angolo anteriore della fiancata, del bilico si apre uno sportello con scaletta
tipo quello degli aerei...l'interno è illuminato, ecco perché la richiesta del collegamento elettrico
con la scusa della temperatura costante per evitare il deperimento dei fiori..."Hai visto?
Alta tecnologia" mi sussurra Emma, "Già!"
Dall'interno del bilico escono due uomini in contemporanea il portone scorrevole del capannone
si apre, una motrice entra in retromarcia e si posiziona per agganciare il bilico, io ed Emma
scattiamo in piedi, "l'allarme non è entrato in funzione" esclamiamo all'unisono.
"Ma che bravi" commenta qualcuno dietro di noi...quattro uomini in tenuta stile commando
ci puntano contro delle mitragliette, il quinto ci perquisisce e mi disarma poi ordina, "Avanti
andiamo che vi presento al capo" arriviamo nei pressi del bilico a cui avevano già agganciato
la motrice. "Bene bene, cos'abbiamo qui?" esclama uno degli uomini usciti poco prima dal
container.
"Ma lei è..." esclama Emma, "Certo mia cara, te lo avevo detto che ci saremmo incontrati"
esclama lui, poi rivolto ai suoi uomini, "Portatela qui" sempre puntandomi le armi addosso
gli altri si allontanano...si mette male dovè Igor?
Quando ha vicino a se Emma l'uomo estrae una pistola e mentre gli applica un silenziatore
escama rivolto a lei, "Vedi piccola sono convinto che tu non hai idea cos'era il tuo fu "maritino"
ti spiegherò strada facendo" e mi spara.
Il dolore tra la spalla sinistra e i torace è immenso...prima d'essere avvolto dal silenzio e dal buio
sento Emma urlare il mio nome...

"Bene" esclama il capo, "abbiamo l'ultimo "fiore" mettetela con le altre e se si agita troppo
sedatela partiamo, il "disturbo" applicato all'allarme non durerà per molto."
Un Suv caricò gli uomini del commando e si accodò al tir.

Il capannone è dinuovo silenzioso...un uomo sembra comparire dal nulla da un angolo lontano
si avvicina al corpo di Luca impreca sottovoce poi estrae dal tascapane un laccio emostatico
e una benda, tampona temporaneamente l'emorragia si carica il corpo sulle spalle e sparisce
da dove è venuto.

Come ho fatto ad essere così stupida da non capire che il committente del trasporto
e della sosta non era altri che Jonn Helsen il titolare della ditta su cui io e Luca stavamo
indagando...e se sa di lui sa anche di me, ma forse pensa che io possa essergli utile...a parte
vendermi a qualche gestore di bordelli medio orientali o asiatici.

L'interno del container è arredato come un enorme camper con tanto di cucina, soggiorno
letti a castello e latrina chimica, mi ritrovo in compagnia di tre ragazze un po' spaventate
per lo sparo udito in precedenza...arrischio un timido "Hello" ma non ottengo risposta, mi siedo
sull'unico letto non disfatto, coprendomi il volto con le mani inizio a piangere, Luca...in quel
momento sento vibrare il localizzatore impiantato in un finto dente del giudizio, l'ultima
generazione di simpatici oggettini, naturalmente in frequenza ultra criptata e in morse
"Sei monitorata, rapporto giornaliero, Luca ce la farà" ...bene anche se da remoto fa piacere
non essere sola...e rinfrancata per Luca.

Non scappate...segue Arrow Arrow
Nota:A parte le vie di Torino e dintorni, ogni attinenza a cose, nomi, fatti e situazioni
già accaduti o che accadranno in futuro sono da ritenersi puramente casuali.
(l'autore Eroil)
avatar
eroil

Messaggi : 2561
Data d'iscrizione : 25.07.16
Località : Neverwinter

Tornare in alto Andare in basso

Re: Chi scrive e chi legge

Messaggio  spitfire il Lun Ott 02, 2017 8:31 am

Buongiorno, 

premetto che non ho finito di leggere ancora tutti i vostri post in qusto cassetto,e cio' che vorrei e non finire mai di leggervi...

continuate, cari a scrivere... noi, lettori abbiamo tanto bisogno di voi...
un abbraccio.
avatar
spitfire

Messaggi : 295
Data d'iscrizione : 24.09.17

Tornare in alto Andare in basso

Re: Chi scrive e chi legge

Messaggio  controvento il Sab Set 30, 2017 3:57 pm

complimenti a chi qui scrive per la gioia di chi legge...
avatar
controvento

Messaggi : 221
Data d'iscrizione : 30.09.17

Tornare in alto Andare in basso

Re: Chi scrive e chi legge

Messaggio  eroil il Ven Set 08, 2017 11:36 pm

"...Alla fine ti do la sufficienza..."

Wow! cheers 

"...ho letto ora il tuo racconto e spero sia solo l'inizio di una storia in seguito un po' meno
vaga quanto a lasciar capire chi sia chi  o cosa sia, il "lui" protagonista..."

La (nel finale) coprotagonista e il misterioso "amico" lasciano intendere altre avventure
ma al momento tutte da inventare...magari in giro per le città d'Italia. Rolling Eyes Razz Razz

"...O forse succede solo nei polizieschi americani???..."

Si, qui la lettura dei tuoi diritti te la scordi Shocked

"...i dialoghi, però, lasciano alquanto a desiderare..."

Ho provato con il dialogo diretto, e mi è piaciuto mentre scrivevo mi immaginavo le scene
e i dialoghi come in un film... Rolling Eyes Rolling Eyes
avatar
eroil

Messaggi : 2561
Data d'iscrizione : 25.07.16
Località : Neverwinter

Tornare in alto Andare in basso

Re: Chi scrive e chi legge

Messaggio  Annali il Ven Set 08, 2017 5:09 pm

Caro Eroil... ho letto ora il tuo racconto e spero sia solo l'inizio di una storia in seguito un po' meno vaga quanto a lasciar capire chi sia chi  o cosa sia, il "lui" protagonista... Surprised Surprised Surprised
Lo scritto è abbastanza bene espresso quanto alla parte lessicale... i dialoghi, però, lasciano alquanto a desiderare... Rolling Eyes Rolling Eyes Rolling Eyes
E poi, tu che a quanto pare sei accanito lettore di gialli, mi sa che commetti un madornale errore nella modalità d'arresto dell' indiziato: ti risulta che al momento di metterti agli arresti ti si debbano leggere i tuoi diritti, specialmente se chiedi l'intervento di un avvocato? O forse succede solo nei polizieschi americani???  Question Question Question
Vabbè, su dai, non ti scoraggiare... Alla fine ti do la sufficienza Razz Razz Razz
avatar
Annali
Admin/Founder

Messaggi : 5298
Data d'iscrizione : 08.06.13
Località : la mia

http://annali.forumattivo.it

Tornare in alto Andare in basso

Re: Chi scrive e chi legge

Messaggio  eroil il Ven Set 08, 2017 1:36 am

La condanna dell'innocente ®

Tempo fa la sacra "trinità" dell'uomo moderno quella sempre presente sul comodino da notte
era: portafoglio, sigarette e chiavi della macchina.
Oggi in tempi più moderni la trinità è cambiata, sono sparite le sigarette sostituite
dallo smartphone ed è propio lui che suonando mi ha svegliato.
Guardo l'ora...03:45 numero chiamante non in rubrica, ok annullo la chiamata sto per rimettermi
a dormire e lui imperterrito riprende a suonare.
Ora, i casi sono due, o faccio volare il cell. fuori dalla finestra o rispondo..."Pronto?" Mi investe
un pianto disperato, tra i singhiozzi una voce femminile urla, "Hanno portato via Giorgia...
stanno tornando..." poi la comunicazione si interrompe...Cerco di ricordare, si Giorgia...l'avevo
incontrata in una birreria precollinare dalle parti di San Mauro torinese un paio di mesi fa
mi aveva dato il suo numero di telefono e l'indirizzo, frugo nel portafoglio e trovo il biglietto
in cui lei aveva scritto il suo indirizzo.
Via Cavagnolo...all'imbocco dell'autostrada TO/MI, sono abbastanza vicino, mi vesto e scendo
in garage moto o macchina? Opto per la moto più pratica, da Settimo torinese dove ho l'attuale
residenza impiego circa un quarto d'ora ad arrivare a destinazione una palazzina singola
di un piano, mi aspettavo polizia o carabinieri, qualche vicino di casa visto il "casino" telefonico
nessuno, posteggio e mi avvicino alla porta un solo nome sul campanello Giorgia Cordello
suono nessuno risponde, tocco la porta che docilmente si apre su di un ingresso dove pare
sia passato un ciclone, mobili rovesciati e suppellettili rotte, "C'è nessuno?" chiedo entrando
e vado verso la cucina mi fermo appena in tempo per non pestare una larga pozza di sangue
a terra riverso a faccia in giù c'è il corpo di una donna non riesco a vederla in faccia,
in quel preciso momento alle mie spalle..."Polizia; mani in alto o sparo!"
Posto sbagliato nel momento sbagliato? Mi accorgo che non è così, due auto di pattuglia
arrivate troppo in fretta dopo di me e un ispettore in borghese che abbaia ordini "Non toccate
niente, aspettate la scentifica" avrà visto troppi "Montalbano"?

Ora mi è di fronte e sta consultando i miei documenti "Bene, che mi racconti...Julian Perossi?"
"Una telefonata circa un'ora fa, la ragazza chiedeva aiuto" "Già...e come sei arrivato qui?"
"Se guarda tra i documenti c'è l'indirizzo e il numero di telefono scritto dalla ragazza,
e sono arrivato da poco con quella moto."
Gliela indico con la testa essendo ammanettato alla portiera dell'auto. Si avvicina alla moto
ci fa un giro attorno e torna, "Si può essere, il motore è ancora caldo bella moto nuova nuova
nè, "Dino"?" Azz...come sa il mio soprannome?
Chiama due agenti,"Tu; porta il signorino in centrale e rinchiudilo da qualche parte senza buttare
la chiave...lo faremo più tardi, e tu chiama il carroattrezzi e sequestra quella moto"
I due subalterni ridacchiano. E rivolto a me, "Ci rivediamo in mattinata con il PM" 
"Voglio un avvocato" "Quando sarà ora te lo faremo chiamare"!
In centrale dopo i rituali prelievi di impronte e foto, mi rinchiudono in una cella di sicurezza
è l'alba, il Magistrato arriverà verso le dieci ho tutto il tempo di pensare come comportarmi.

Giorgia; in quel breve incontro mi parve un po' strana, l'impressione era che tutto fosse
preordinato, stavo gustando un fritto misto di pesce accompagnato da una birra doppio malto
quando si avvicinò al mio tavolo, era da un po' che la osservavo aggirarsi tra i tavoli e chiedere
soldi, "Ciao hai un euro?" "No, ma se hai fame ti puoi sedere qui, ti va un fritto misto?" Mi guardò
in modo strano tipo; ti ho trovato fringuello. Disse "Si" e si sedette continuando a fissarmi.
Chiamai il cameriere e ordinai il fritto e un bicchiere di vino bianco, lei approvò con un sorriso.
Stranamente l'ordinazione arrivò quasi subito...primo campanellino d'allarme, mentre mangiavamo
gli chiesi come mai si era ridotta a chiedere l'elemosina e aggiunsi "Sei vestita decentemente
e non mi sembri una zingara..." nel suo sguardo un lampo di trionfo, preso, pessima pocherista.
"Ecco, mi vergogno dirlo...ma sono una ex tossica e non ho più un lavoro fisso così per racimolare
una cena o trovare qualcuno gentile come te..." Discorso falso come un falsario, poi aggiunse,
"Non è che tu puoi trovarmi un lavoro decente?" Secondo campanellino.
"Umm! Il fatto che non so nemmeno chi tu sia mi fa dire no, capirai che se tu poi ci ricaschi..."
"la tua reputazione andrebbe a farsi fottere...ti capisco, scusa se ho osato, ma mi sembri
una persona perbene." Già, le sembro.
Chiacchierammo ancora un po' poi lei fece per alzarsi ma si fermò, si frugò nelle tasche dei Jeans
ed estrasse un foglietto e una penna, scrisse in fretta nome, numero del telefono e indirizzo dicendo
"Ecco, se per caso cambi idea chiamami" "Ok! vedrò cosa posso fare!"

Ora, come aveva il mio numero del cell? Pensando mi sono assopito e...porc...ecco come l'aveva
avuto, ripensando all'avvenenza della ragazza alcuni giorni dopo le telefonai, trovai solo
la segreteria telefonica, meglio mi dissi, gli lasciai l'indirizzo di una ditta di pulizie...
"Di che ti manda Dino." É ovvio che la chiamata fu registrata...
Come avevo potuto fare un errore così macroscopico? Stavo mandando all'aria mesi di lavoro
leggerezze così ti mandano in galera...mi guardai attorno, oppure al cimitero come ospite
permanente.
No, forse avevo ancora una possibilità anzi due, l'ispettore sapeva il mio soprannome per cui
il telefono di Giorgia era collegato/sorvegliato dalla polizia e poi il cadavere in quella stanza...
non era lei, da quel poco che avevo visto aveva i capelli lunghi e mi pareva più grassa di Giorgia.
Non mi restava che aspettare il Magistrato inquirente.

Il magistrato se l'è presa comoda quasi non ci speravo più, ma vengono a prendermi
e mi conducono in un ufficio dove c'è anche l'ispettore.
Indicandomi la sedia libera, "Si accomodi signor...Perossi dunque; ci vuole spiegare come
questa notte si è trovato in via Cavagnolo?"
Ripeto quello che avevo detto all'ispettore aggiungendo come avevo conosciuto Giorgia, mentre
parlo il magistrato consulta un dossier e ogni tanto annuisce.
Finisco la mia versione dei fatti, i due si scambiano un'occhita tipo: si è lui...
il magistrato finisce di leggere, mi guarda, "Signor Perossi, non le sembra di essere stato
un po' avventato nel precipitarsi a quell'indirizzo?"
"Beh! Probabilmente si ma sul momento..." "Chiamare la polizia e poi magari andare a vedere?
No nè? Si rende conto che poteva inquinare delle prove e magari toccando oggetti poteva
essere accusato dell'omicidio?" "Ma io..."
"Mi ascolti; le è andata doppiamente bene, di fronte alla casa c'è una scuola e le telecamere
di sorveglianza attestano l'ora del suo arrivo" detto ciò mi porge una busta, "Ecco i suoi effetti
personali controlli che ci sia tutto!" Controllo.
"All'ora posso andare?" "Si, ma si tenga a disposizione" "la mia moto?" "Ringrazi il commissario
che l'ha fatta portare qui e non in deposito" "Grazie commissario" porgo la mano e lui quasi
ci sputa su, mi rivolgo al magistrato il quale mi fa un cenno, "Vada vada" "Ok! Buona giornata"!

Troppo facile, telecamere di sorv...ma dai, sta a vedere che mi hanno preso
per uno spacciatore e adesso sperano che li porti da Giorgia, se è come penso sia andata
ho paura che nemmeno io riuscirò a trovarla, ma ci devo provare e devo farlo subito.

Come entro in garage cerco tracce di perquisizione e eventuali cimici o micro telecamere,
accendo una radio che non suona, ma fa saltare tutto ciò che possono aver piazzato,
nel mentre controllo i miei nascondigli...i sigilli non sono manomessi, si c'è tutto prendo
due glock e le munizioni un giubbotto che non ferma un proiettile ma una coltellata si
un nuovo smartphone, l'altro ormai è localizzato.
Salgo in casa ed eseguo la stessa procedura con la simil radio poi una doccia veloce
mi cambio ed esco dal retro, passo nel cortile del vicino e mi dileguo per le stradine
periferiche di Settimo.
Trovo un passaggio sino al paese sucessivo dell'interland di Torino dove ho un altro garage
e una peugeut 3008 potenziata appunto per queste emergenze.
Visto come si sono messe le cose la priorità è trovare Giorgia e possibilmente mettere fine
al lavoro, ma mi serve un guarda spalle..."Si?" "Alla birreria di Bran..." chiude la telefonata
sempe simpatico l'amico!
Arriva dopo venti minuti, si siede e ordina una birra, "Quando?" "Questa sera, hai saputo dove
è la ragazza?" "Si alla sede della ditta di pulizie...è della polizia" "Si, l'immaginavo, sai mica
chi ci sarà?" "Tutti quelli che contano vogliono sapere cosa sa, e poi divertirsi un po'...se non
ci vai mancheresti solo tu" "Ci vado...ma mi sa che mi divertirò solo io, vuoi venire?"
"Si, adoro gli inviti all'ultimo minuto."

Posteggio l'auto in corso Casale all'altezza del parco Michelotti la ditta è in via Giovanni
Boccaccio nel seminterrato di un palazzo.
Alle 24:30 mi avvicino all' ingresso, apro e prima di entrare mi guardo in giro, il verso
della civetta accompagna la mia esplorazione l'amico ha "terminato" le guardie, entro tranquillo
scendo nel seminterrato e busso alla porta nel modo convenuto.
Mi apre Ernest Bergher lo scagnozzo del capo, "Ehi! Volevate incominciare senza me?"
nella stanza ci sono altre tre persone, e la ragazza legata ad una sedia è ancora vestita
bene, cioè no, vuol dire che mi stavano aspettando..."Eccoti qui, pensavo che gli sbirri
ti avessero trattenuto..." disse Donovan il capo "Dovevano?" "Secondo i miei calcoli si"
"Ma come, ti ho mandato uno sbirro infiltrato e tu mi vuoi mandare in galera?"
"Ora non più, ho scoperto alcune cose su di te" "E dunque?" fa un cenno, la pugnalata
mi arriva al fianco, anche se la stavo aspettando e nonostante il giubbotto fa male...mi lascio
cadere, come tocco terra estraggo le glock il primo colpo è per Ernest in pieno viso mi è sempre
stato antipatico rotolo, verso la sedia e riesco a rovesciarla così da togliere Giorgia dal tiro
incrociato gli altri della banda sono riusciti a ribaltare il tavolo metallico e lo usano come scudo
il contabile non ce la fa riesco a colpirlo prima che si nasconda, si sta mettendo male in quel
momento si spalanca la porta e l'amico entra sparacchiando con una mitraglietta, un casino
da tirare giù il palazzo i due si arrendono, ma nel nostro mestiere non si fanno prigionieri...
due colpi e giustizia è fatta. Giorgia mi guarda stralunata gli metto in mano la pistola di Donovan
"Di che c'è stata una resa di conti tra bande e tu ne hai approfittato...anche se non serve più spara un paio di colpi a quei bastardi così ti credono, ci vediamo..forse" in lontananza si sentono le sirene della polizia.

Sono passati due mesi, ho una nuova identità un nuovo domicilio e sono alla caccia
degli eredi di Donovan, si lo spaccio è come l'idra ha molte teste.

Entro in casa e sento qualcuno che lava in cucina..."Giorgia?" "Ciao non te lo ha detto
la mamma che i piatti vanno lavati subito?" "Ma come...cosa ci fai quì?"
"Ti aspettavo" mi viene vicino e mi mette le braccia al collo "ti devo ringraziare per avermi
salvata, anche se prima mi hai venduta" "No, aspetta io non centro niente con il tuo rapimento
sono innocente e comunque te ne devi andare!" "Non posso e tra un po' saprai il perché"
in quel momento mi squilla il cell "Pronto...si capo mezz'ora e siamo nel suo ufficio"
Giorgia è già sulla porta con in mano le chiavi della macchina "Comunque anche gli innocenti
possono subire condanne...guidi tu o guido io?" "Guido io, mi posso appellare?" "No!"

Nota: A parte le vie di Torino e dintorni, ogni attinenza a cose, nomi, fatti e situazioni già accaduti o che accadranno in futuro sono da ritenersi puramente casuali.
(l'autore Eroil)


Ultima modifica di eroil il Sab Set 09, 2017 12:20 pm, modificato 1 volta
avatar
eroil

Messaggi : 2561
Data d'iscrizione : 25.07.16
Località : Neverwinter

Tornare in alto Andare in basso

"Il secchiello...il mare...la sabbia"®II

Messaggio  eroil il Dom Feb 19, 2017 5:36 pm

"...lei raccolse due frutti e addentandone uno offrì l'altro al compagno e mangiando
continuarono il cammino..."
Il nuovo ciclo:10.000 anni dopo...

Il mare.

Sto comodamente sdraiato al sole del pomeriggio innoltrato quando un'ombra si frappone
tra me e il mio tentativo d'abbronzarmi, apro un occhio ciò che vedo mi fa spalancare anche
l'altro...ai piedi della mia sdraio c'è una splendida ragazza in bikini che mi guarda divertita
della mia espressione di sorpresa, senza darmi possibilità di reazione esclama -Capitano Brass,
deve presentarsi dal Colonnello Miller- dico -Ma...- accenna ad un saluto e s'incammina, fatti
due passi si volta e con l'espressione di una che sta per scoppiare a ridere aggiunge un perentorio
- Subito!- per alcuni secondi resto basito ad osservare il suo lato B che si allontana...sono in licenza
e l'unico a sapere dove mi trovo è il Colonnello, come fa quella a sapere chi sono? Mi riprendo
e raccolgo in tutta fretta le mie cose per cercare di raggiungerla voglio una spiegazione, ma quando
m'appresto a lasciare la spiaggia è già sparita.
Sto riponendo la sacca nel bagagliaio della mia autolev quando mi si affianca l'ultimo modello
di una moto a levitazione, la parte frontale del casco del pilota si solleva e appare il viso della
ragazza, questa volta serio -Dimenticavo- dice -non al federal office ma al ministry of interior
il Colonnello è dal Generale Rosberg...ci vediamo.- con un sorriso mi fa l'occhiolino e parte a razzo.
É troppo; se è uno scherzo...salgo in auto e per prima cosa interpello la AI per il remote control
che lascio sempre attivo la foto digitale della ragazza è nitida, il riconoscimento mi arriva all'istante
per cui parto anch'io a razzo.
La leggiadra fanciulla è il Tenente Ellen Rosberg la nipote del Generale ed oltre ad essere un valente
collaudatore d'aerei fa parte dell'intelligence governativa presieduta appunto dal nonno il generale
Orazio Rosberg. Ecco perché sa chi sono anche in costume da bagno.

In poco più di mezz'ora sono a destinazione nel parcheggio sotterraneo del ministero, sopra
di me si eleva un enorme complesso di uffici modernissimi ma la mia destinazione è il lato più antico,
si dice risalente agli albori della nostra nazione, ed in effetti quando esco dall'ascensore mi ritrovo
in uno spoglio corridoio di pietra grezza al termine si apre una vasta sala ai cui lati si dipartono
altri corridoi, meno in uno dove vi è una porta antica quanto il palazzo, a lato della porta una scrivania
occupata da un graduato, mi avvicino e dato che non sono in divisa prendo fiato per annunciarmi,
ma l'ufficiale mi previene ed esclama -É atteso Capitano Brass...può entrare- incomincio ad innervosirmi
pare che ultimamente tutti sappiano chi sono e cosa devo fare, accenno ad un saluto, apro
la porta ed entro.
La stanza è enorme, con alle pareti scaffali colmi di libri, al centro un emiciclo per le riunioni,
alla destra contro l'unica parete nuda da un rialzo di tre scalini si erge l'antico trono sormontato
dallo stemma nazionale, una figura femminile vestita con una lunga tunica nell'atto di leggere
una pergamena, si dice che sia l'antica rappresentazione della libertà...ma è stranamente
illuminata, come se pulsasse di luce propia.

Continuando a fissare lo stemma mi avvicino alla scrivania sita all'inizio degli scalini dietro
la quale dando le spalle al trono è seduto il Generale Rosberg diretto superiore del mio capo
il Colonnello Miller.
Di fronte alla scrivania vi sono tre sedie, alla mia destra è seduto il mio capo, alla sedia di sinistra
è appoggiata il Tenente Ellen, quella in centro è vuota, presumo sia per me.
Arrivo all'altezza delle sedie e rivolgendomi ai miei superiori, sfoggiando il mio migliore saluto militare,
esclamo:
- Capitano Brass a rapporto - - Comodo - esclama il generale - L'insolita richiesta della sua presenza
da parte del Tenente è che era l'ufficiale raggiungibile telefonicamente più vicino a lei in quel momento-
imbarazzato cerco di giustificarmi, - Sono in lice...- mi interrompe - E comunque dovrete collaborare 
abbiamo un'emergenza, come vede lo stemma si sta illuminando e ciò vuol dire, come presumo anche
lei sappia, che un pericolo si sta avvicinando per cui ho deciso che l'agenzia investigativa politica
e quella militare collaborino per scoprire chi o cosa ci minaccia-
Il fatto che lo stemma si stesse illuminando è impressionante e pensare che l'avevo sempre
considerato un evento mitologico.
A quel punto il Generale si rivolge al mio capo - Colonnello metta al corrente il Tenente
e il Capitano dei rapporti giunti da Lun.- il Colonnello è esplicito:
-Due giorni fa, è apparso nell'orbita del pianeta gassoso Lemur un oggetto non identificato
pare un veicolo spaziale ma non ne ha le caratteristiche, almeno, quelle a noi note in
contemporanea lo stemma ha iniziato ad illuminarsi- chiedo -Cosa intende per caratteristiche?-
-É a forma piramidale, viaggia in posizione verticale ed è completamente nero, se non fosse
stato per la luce riflessa da Lemur non l'avremmo notato.-
Interviene il Generale e rivolgendosi a me e al Tenente, -Bene signori, mettetevi al lavoro
pianificate un intervento da Lun, tutto ciò che vi serve lo potete ottenere usando questa
scrivania, io e il Colonnello abbiamo una riunione di stato al parlamento.- Cio detto uscì
seguito dal mio capo, rimasti soli io e Ellen ci avviciniamo alla scrivania, esclamo tendendo
la mano - Visto che dobbiamo collaborare...Steve, tu sei Ellen, suppongo.- lei con un sorriso
esclama -Supponi bene Steve...- e mi stringe la mano...

La cosa...la luce mi avvolge e con me anche l'altra entità...la fusione mentale è istantanea...
siamo un tutt'uno e contemporaneamente due entità un déjà vu...un viso di donna
un...contenitore, la consapevolezza delle mie e sue capacità...poi uno schiocco, siamo di nuovo
nell'ufficio, Ellen prende il telefono e si mette in contatto con l'areoporto spaziale, io mi dirigo
verso gli ultimi scaffali prima della scrivania premo la copertina di un libro e con uno scatto
si apre una porta, entro in una stanza piena di macchinari, mi avvicino ad un conpiuter  digito
una sequenza di cifre e lettere, premo il tasto d'invio, una nicchia si apre e da essa esce
una figura umana, è un androide completamente nudo e assessuato.
Apre un armadietto e si veste con una tuta che pare metallica, e dice -Sono Ny1 signore,
al suo servizio- -Bene andiamo- e usciamo dalla staza.
Ellen è ancora alle prese con il telefono, alza lo sguardo ed esclama -Ciao Ny1- poi rivolta a me
-Abbiamo un problema non ci sono navette disponibili...- -Non puoi usare quella che hai collaudato
ieri?- -No, manca un componente per il volo spaziale...- -Quel componente sono io- esclama Ny1
io e Ellen ci guardiamo ed esclamiamo -Bene andiamo-.
Uscendo guardo verso lo stemma, ora è completamente illuminato e la figura non è più vestia
con una tunica ma indossa una strana armatura e tra le mani ha un'oggetto affusolato che sembra
stia per spiccare il volo, l'insieme, anche se ora so cosa rappresenta, mi fa accapponare la pelle.

"...lei raccolse due frutti..."

la sabbia

Siamo in macchina e stiamo andando verso l'astroporto, sono confusa e ho chiuso la mente,
voglio pensare...Steve mi guarda, se n'è accorto, poi si concentra sulla guida.
La luce, sapevo di aver gia vissuto quel momento ma ero un'altra non ero io
poi la cognizione del libero arbitrio totale, non dovevo dare spiegazioni del mio operato a nessuno
...dovevo sapere se anche Steve, riapro il contatto con lui...la sensazine di unità mentale, 
un "si come te" non detto...pensato.
Ora so...ce la faremo.

Sulla navetta c'è giusto il posto per tre, Ny1 estrae da una tasca della sua tuta altre due tute,
-Indossatele, il casco è incorporato- lo guardo - ma come...-  -Lascia stare- dice Steve intanto
Ny1 si collega al sistema di navigazione.
Ci sediamo sulle poltrone antig e allacciamo le cinture, -Pronti?- uno strappo poi la mancanza
di peso, - Siamo in orbita, tra mezz'ora saremo a base lun - dice Ny1 - Ma quando l'ho collaudata
non era così veloce - esclamo stupita - Mancavo io - dice in tono neutro Ny1 Steve sorride tranquillo.

Base lun, un lungo corridoio metallico al termine del quale in un ampia sala vari monitor con
vedute lunari, ma soprattutto il pianeta gemello della terra è tra noi e mars, è piu piccolo
ma uguale alla terra con atmosfera e acqua e vita, il comandante della base si avvicina,
- Tenente, Capitano benvenuti abbiamo un problema - -di che tipo- chiede Steve -
-quella cosa è appena atterrata su Eartwod- penso "Steve dobbiamo andare la" "Si, e alla svelta"
in quel momento suona l'allarme, -qualcuno sta cercando di sabotare la sala generatori- esclama
il comandante, "Andiamo a vedere" e corro fuori Steve e Ny1 mi seguono, -Ny1 le armi- urla Steve,
con indifferenza l'androide estrae dalla tasca dei miracoli due oggetti e ce li consegna -il pulsante
di sparo è quello rosso, non necessitano ricarica- al primo incrocio diventiamo un bersaglio facile,
le tute respingono i proiettili ed un casco protettivo mi copre il capo e il volto ha pure il mirino
incorporato, un uomo avvolto in una spece di nebba scura mi si para davanti, premo il pulsante
e un raggio di luce lo colpisce in pieno petto.
"Ehi funziona!" "Benvenuta nel futuro" pensa Steve "spiritoso..." all'incrocio sucessivo c'è la sala
generatori, ma troppi nemici ci impediscono di accedervi -aspettate ci penso io- esclama Ny1
due passi ed è nel mezzo dell'incrocio indifferente ai colpi che riceve allarga le braccia, dalle mani
scaturiscono due fasci di luce bianca, è un attimo si sente solo il rumore dei corpi che cadono
-Li hai uccisi?- no Ellen -sai che non posso far del male agli esseri umani, sono solo addormentati,
ne avranno per qualche ora, sarà meglio legarli- -Ma come sono entrati?- chiede Steve -C'erano già
qualcuno li controlla, dobbiamo andare su Earthwod e in fretta- esclama Ny1.

Due giorni di viaggio anziché due mesi...penso a quante cose si potranno fare con la tecnologia
di Ny1, il pensiero di Steve mi riporta alla realtà "Sempre se ci sarà un poi..."
Il pianeta è quasi del tutto avvolto in quella specie di nebbia nera, atterriamo in una spiaggia
scendiamo dalla navetta, alle nostre spalle il deserto.

In lontananza lungo la siaggia avvanza l'oggetto piramidale avvolto in spirali nere -E adesso?-
chiede Steve, imperturbabile Ny1 estrae dalla navetta due oggetti, me ne porge uno, una spece
di siluro in miniatura, - Tieni Ellen, arretra sino a quella duna e aspetta, quando illuminerò
la piramide lanciaglielo contro-

Come ho l'oggetto tra le mani la mia tuta si illumina e il casco mi copre il volto Steve mi guarda
allibito, cerco di "comunicare" ma la sua mente è chiusa, scrollo le spalle e vado alla posizione
assegnatami.
-Questo è per te Steve, entra in acqua e anche tu attendi il segnale-
La tuta di Steve non si illumina come la mia, però come mette piede in mare scompare come
se egli stesso fosse acqua...

"tranquilla questa volta non ci sono restrizioni..."

Il secchiello

Ny1 attende, ha di fronte a se il suo lato negativo, deve riavvolgere lo spazio e il tempo se
vuole vincere questa fase dell'eterna battaglia...
Si illumina ed illumina la sua negatività nello stesso attimo due lampi li colpiscono entrambi,
l'implosione è...planetaria di Earthwod non rimane nemmeno il ricordo se non una fascia
di detriti cosmici, fonte di future supposizioni...

Sudafrica,2045
Base militare a nord di Pretoria.

La giovane donna entrò nella stanza e avvicinandosi al letto esclamò -Signor Tenente...Irina,
svegliati c'è un comunicato dal comando pare che le parti abbiano raggiunto un accordo,
non ci sarà guerra...- si voltò per posare sulla sedia a fianco del letto gli indumenti che aveva
portato...emise un gridolino tra l'offeso e il divertito quando fu trascinata sul letto...-Benissimo-
esclamò con voce suadente Irina -Così avremo un po' più di tempo per noi...- ...e la baciò.

Nota: Ogni attinenza a cose, nomi, fatti e situazioni già accaduti o che accadranno in futuro
sono da ritenersi puramente casuali.
(l'autore Eroil)
avatar
eroil

Messaggi : 2561
Data d'iscrizione : 25.07.16
Località : Neverwinter

Tornare in alto Andare in basso

Il cuore nella sabbia

Messaggio  Annali il Ven Feb 17, 2017 1:00 am

 Nassirya  22/9/2003                                                                                                                                                        
 “Osservate sempre con la massima attenzione chiunque vi passi accanto ed ogni movimento che possa creare sospetto. Diffidate di situazioni ambigue e agite tempestivamente. Dalle vostre intuizioni potrebbero dipendere le vostre vite e quelle di molte altre persone.”
Il maggiore De Marchi propinava ai suoi uomini queste raccomandazioni ogni volta che dovevano uscire in normali servizi di controllo. Era molto protettivo nei loro confronti, specialmente con i nuovi arrivati, tra i quali lui, Diego. Sapeva che il loro compito non sarebbe stato facile e già sull’aereo, sorvolando città dai nomi impronunciabili, sentiva tutto il peso della responsabilità che la missione comportava. Una “missione di pace” dentro una guerra dichiarata finita ma non definitivamente archiviata.
Ancora aperta e sanguinosa.
Era partito, insieme  ad altri giovani come lui, con la convinzione ed anche con la presunzione, che il loro arrivo avrebbe contribuito a migliorare le condizioni di vita di un popolo cui la guerra aveva tolto tutto, compresa la dignità. In quella terra lontana, dall’antica civiltà, andava con il cuore traboccante di impulsi generosi, come era nella sua natura.
Percorrendo le vie della città, sconvolta dalle distruzioni, a bordo di automezzi muniti di armi tecnologicamente avanzate,  sotto lo sguardo talvolta ostile, talvolta impaurito della gente del posto,  cominciava a dubitare che la loro missione potesse essere veramente considerata di “pace”. Una parola difficile da comprendere, soprattutto se spuntava dalla bocca di un fucile.
Il loro compito era di garantire la sicurezza nel rispetto dei patti stabiliti, nell’attesa che la normalità tornasse a governare nel paese. Ma quale normalità, si chiedeva, e a quale prezzo?
Erano stati catapultati, lui e i suoi compagni, in un orrendo scenario intollerabile.
L’aria odorava di morte ed era un odore difficile da far sparire, come le tracce di sangue che si cercava di cancellare prima che altro sangue cominciasse a scorrere.
Gli edifici sventrati, simili a giganteschi scheletri spuntavano verso un cielo scolorito, stinto, ingrigito dal fumo che a colonne saliva a inghiottire voracemente ogni lembo di azzurro.
Fra tanta desolazione, quel popolo dalle antiche radici continuava ad andare,  fortemente deciso a sopravvivere. Con negli occhi lo stupore per tanto immeritato castigo venuto dal cielo. Pioggia di fuoco, di lacrime e sangue.
Non era facile per Diego affrontare ogni giorno la realtà di un mondo in disfacimento, la cui salvezza sembrava involarsi con le ceneri dei fuochi che incupivano il cielo.
Da quando era arrivato, non aveva avuto un solo pensiero che gli aprisse il cuore alla speranza, non riusciva a estraniarsi con la freddezza necessaria. Temeva che gli sarebbe stato molto difficile assolvere le mansioni di routine senza sentirsi sopraffatto dalla pietà e dall’orrore per tanta sofferenza. Perché non vi era dubbio, la sofferenza era davvero tanta.
E odio, tanto odio. Una spessa cortina che avvolgeva uomini e cose, dura, impenetrabile. Senza distinzione di bandiere o religione.
Osservando i resti di quel mondo leggendario, dove si muovevano simili a fantasmi spenti e angosciati  i suoi sopravvissuti, Diego cercava di capire le ragioni che adottano gli uomini per annientarsi a vicenda. Non ne trovò nessuna, o meglio, nessuna che avesse ai suoi occhi un valore effettivo. Non si sopravvive in un mondo che muore.
Il giorno del suo arrivo, osservando la moltitudine di gente attorno agli automezzi che distribuivano viveri e altri generi di conforto, i cosiddetti “aiuti umanitari”, Diego ebbe l’esatta percezione del degrado che si annida nel profondo della mente umana:
“prima ti distruggo, poi ti salvo e ti aiuto.”Da te stesso, dai tuoi errori. Dai nostri orrori.
Quegli uomini, quelle donne, quei bambini, erano gli stessi per i quali i ricchi e potenti paesi occidentali avevano scatenato la guerra con l’intento di liberarli dalla cattiva dittatura, dall’oppressione. Estirpare il male con qualsiasi mezzo, a qualsiasi prezzo. Pagato in vite umane.
Come non capirli se guardavano senza simpatia gli stranieri? Anche quando tendevano le mani per afferrare cibo o coperte, gli sguardi non cessavano di esprimere rancore per chi violava il loro paese, per chi ne infrangeva la sovranità.
Ciò che stupiva maggiormente Diego era l’incrollabile fede che riversavano sul loro Dio, invocato incessantemente nonostante lo scarso interesse divino per le loro misere vicende.
Non che lui fosse ateo, ma tra credere e non credere preferiva stare nel mezzo, con le scarse convinzioni e le ragionevoli perplessità. E poi, bastava guardarsi attorno. Quale Dio poteva essere tanto cieco e sordo?
Ritornava in caserma ogni volta con il cuore in rivolta, sotto lo sguardo indagatore del maggiore De Marchi, al quale non era sfuggito il suo sconvolgimento interiore e lo teneva d’occhio. Non potevano permettersi nessun cedimento. La tensione era molto alta per i sanguinosi attentati che si succedevano a ritmo serrato. Ormai nel paese si era innescata la rivolta più truculenta. La violenza aveva preso il sopravvento, l’odio tra le diverse etnie era emerso in superficie, deflagrando senza freno, impetuoso come il vento che soffia nel deserto e nel suo turbinare sconvolge e confonde l’ordinato sentiero che l’attraversa.
 
Il boato li colse all’improvviso mentre percorrevano  velocemente l’ultimo tratto di strada che li separava  dal  loro distaccamento. Una pioggia di detriti fumanti, vetri e corpi sanguinanti si sparse  tutt’attorno, nel raggio di parecchi metri. L’autista frenò di colpo e le ruote stridettero  mordendo l’asfalto. Il pesante mezzo mimetico su cui viaggiavano sbandò e si fermò sobbalzando sul ciglio della strada, sbattendo gli uomini gli uni contro gli altri.
Un edificio si era sgretolato davanti ai loro occhi ed ora era in preda alle fiamme. Crepitavano in modo terrificante, tra le urla, i gemiti e le invocazioni di aiuto.
Nei brevi attimi che seguirono, i militari, scomposti e intontiti per l’urto della frenata, fissarono la scena inorriditi.
A pochi metri da loro, un bambino, steso a terra, urlava terrorizzato. Aveva le gambe imprigionate sotto un grosso spezzone, il viso pieno di terrore.
Diego senza esitare con un balzo scese dall’automezzo e corse verso di lui. In un attimo fu accanto al ragazzo, piccolo, sanguinante ed in preda al pianto. Guardò l’uomo che gli si avvicinava e di colpo smise di piangere, gli occhi colmi di paura.
Diego si inginocchiò  accanto a lui nello stesso momento in cui, un altro uomo, accorso, cercò di fermarlo con gesti minacciosi. Aveva crespi capelli scuri e occhi neri come pezzi di carbone.
Diego non capiva ciò  che l’uomo diceva  ma lo ignorò. Infilò le mani sotto il masso che schiacciava  le gambe  al  bambino e lo rimosse. Il ragazzino piangeva  sommessamente, libero, stretto all’uomo che mormorava parole incomprensibili. Diego era ancora chino a terra quando si sentì afferrare per le spalle e sollevare con forza.
Erano i suoi compagni sopraggiunti urlando: - Vieni via, sei impazzito? Non possiamo restare qui, è troppo pericoloso! – Lo trascinarono via di corsa mentre l’ululato delle sirene si avvicinava sempre di più.
La confusione nella piazza era incredibile, ma Diego, benché spintonato, riuscì  a girarsi per guardare l’uomo che con il bambino stretto fra le braccia indugiava incerto, quasi non volesse allontanarsi senza poter rivolgere un cenno di ringraziamento allo straniero accorso in aiuto del suo bambino. Rimase  fermo, immobile, con gli occhi scuri fissi su di lui finché non lo vide scomparire dentro la vettura.
Il maggiore lo scrutò per qualche istante prima di invitarlo a sedersi di fronte a lui, all’altro capo della scrivania. Era serio in volto ma i suoi gesti erano calmi e misurati.
Diego sedette e rimase in attesa, tranquillo, nonostante il suo amico William, scherzosamente, gli avesse annunciato una inevitabile “lavata di capo”. Il suo pensiero andava al ragazzino. Rivedeva il suo sguardo impaurito mentre  si avvicinava. Aveva paura di lui! Di lui che voleva solamente aiutarlo. Era questo l’effetto che produceva  la divisa che indossava? Eppure lui ne andava fiero, indossarla rappresentava  un onore che aveva sempre cercato di mantenere alto. Mai poteva immaginare che un bambino, ferito e dolorante, avrebbe tremato alla sua vista.
Quasi avesse indovinato i suoi pensieri, il maggiore De Marchi gli rivolse un sorriso bonario, prima di esordire sospirando: “ Siamo stranieri, Mutti! Qui non fa differenza per molta di questa gente il motivo per cui siamo venuti. La verità, per loro, è che non dovremmo esserci. Stiamo calpestando la loro terra, camminiamo sulle macerie delle loro case, usurpiamo il loro spazio. Lei che dice? Potrebbero guardare a noi con simpatia? Voglio dire tutti quanti: francesi, spagnoli, italiani, ecc. Forze di pace. Arrivate da tutto il mondo animate dall’encomiabile volontà di vigilare sulla sicurezza del paese. Ma ci pensa Mutti? Ci siamo eletti garanti della sicurezza mentre l’odio divampa senza freni!
Curdi, sunniti, sciiti, hanno colto l’occasione per regolare i loro conti in sospeso. Un bagno di sangue inarrestabile! E’ stato tolto il coperchio a un calderone infernale!
Capisce perché non sarebbe dovuto intervenire per aiutare il ragazzino? Era esploso un edificio, parecchie persone erano morte, altre ferite. Un atto infame, compiuto contro persone inermi. La folla accorsa inorridita avrebbe potuto rivolgere contro di lei e i suoi compagni, tutta la loro rabbia e disperazione.”
Diego si mosse un poco sulla sedia. Aveva ascoltato immobile ed in silenzio, consapevole che le argomentazioni del suo superiore fossero giuste e sacrosante, tuttavia, nel profondo del suo cuore, non provò il benché minimo pentimento per il suo gesto. La vista di quel bambino, ferito e piangente, con le braccia rivolte al cielo in un’accorata richiesta di aiuto, non poteva lasciarlo indifferente. Non aveva potuto ignorarlo e scappare lontano. Non si sarebbe sottratto al suo dovere di soldato, di milite dell’arma al cui codice d’onore sarebbe rimasto fedele. Non era così che aveva giurato?
 “ Pensare, pensare bisogna! Non gettarsi nella mischia senza difese. Capisce la nostra situazione, Mutti?Siamo in una situazione molto difficile, non abbiamo nessun controllo sul caos che si è creato. Molte nazioni hanno ritirato le loro delegazioni, le loro truppe. Hanno ceduto ai ricatti, alle minacce, molte delle quali purtroppo messe in atto.” Si alzò dalla sedia e subito anche Diego scattò in piedi, sull’attenti. Era preparato a ricevere una punizione disciplinare.  Aveva contravvenuto a ordini precisi e ne era consapevole, per questo si sorprese, quando, contrariamente a quanto si aspettava fu congedato dal maggiore con poche, semplici parole: “Vada pure, Mutti, ma mi raccomando, niente più imprudenze, voglio riportarvi tutti a casa.”
Con l’eco di quella frase che aleggiava dentro di lui, Diego si diresse verso sala di ritrovo, dove William lo stava aspettando. L’amico lo accolse con un sorriso ed una pacca sulle spalle.
La capacità di sorridere anche nelle situazioni più critiche faceva di lui il compagno ideale, in grado di dissipare ansie e incertezze nei momenti più difficili, capace di affrontare imprese audaci senza lasciarsi coinvolgere emotivamente. Proprio il contrario di lui, Diego, refrattario al sorriso ed all’ottimismo facile.
“Eccoti, finalmente! Temevo non ti avrebbe mollato più. Che ti ha detto? Dai, racconta.”
“Cosa volevi che dicesse? Che devo riflettere e non agire d’impulso, che altro? Mi ha dato dell’incosciente, ma sono sicuro che aldilà del doveroso rimprovero, nelle stesse condizioni pure lui si sarebbe comportato nello stesso modo.”
“Tutto qui? Niente punizioni?” Quella di William era una finta sorpresa perché in fondo,era risaputo che dietro l’apparenza severa, il maggiore De Marchi celava una sensibilità raramente riscontrabile, soprattutto in situazioni come quella che stava affrontando il contingente italiano stanziato in Iraq.
 
La situazione precipitava sempre più nel pericolo di una insurrezione generale. I vetri delle finestre vibravano in qualsiasi ora del giorno e della notte per il fragore delle esplosioni. Gli incendi innalzavano scie luminose nel cielo, sopra una città sempre più disumanizzata.
Il danno causato nel tentativo di estirpare la dittatura era enorme e ormai, arrestare la furia devastatrice e vendicativa sembrava impossibile. Il sentimento umano era sparito, o forse, più semplicemente, giaceva sepolto sotto la sabbia del deserto, nell’attesa di essere riaccolto nei cuori liberi dall’odio.
Quanto a lui, non avrebbe voluto lasciare quel paese con il rammarico di non aver potuto dare il suo contributo alla sua rinascita e ad una pace duratura.
Gli sarebbe piaciuto camminare liberamente per le sue strade e le sue piazze. Alzare gli occhi verso l’alto e ritrovare intatti i minareti svettanti nel cielo di cobalto.
Quel giorno tornavano dall’aeroporto, dove avevano scortato uno dei tanti politici che si avvicendavano nelle visite, con giornalisti e cameraman al seguito. Semplici atti di presenza svolti con l’intento di mantenere alto il morale dei soldati, e perché no, il loro prestigio personale in patria. Viaggiavano in una via poco trafficata a velocità sostenuta. Gli uomini erano silenziosi, un pochino tesi, ansiosi di rientrare al loro distaccamento.
In fondo alla strada un minareto, scintillante sotto i riverberi del sole morente s’innalzava verso il cielo.
L’automezzo su cui viaggiavano superò, nella corsa, un’auto di piccola cilindrata. Sulla fiancata un po’ malconcia, la scritta “taxi”  si leggeva appena. Diego, che difficilmente dimenticava un volto dopo averlo visto anche una sola volta, riconobbe nell’autista il padre del bimbo ferito da lui soccorso e Yussuf, dal canto suo, non aveva dimenticato lo straniero accorso ad aiutare suo figlio.
Lo aveva osservato bene, quell’uomo venuto da lontano, da un’altra terra e da un’altra vita, chino sul corpo semisepolto del suo bambino, incurante del pericolo che poteva incombere su di lui. Spesso accadeva che gli attentatori fossero mischiati alla folla, per assistere alla devastazione causata dalla loro follia criminale.
Lui, Yussuf, considerava tutti quanti gli stranieri, senza nessuna distinzione, nemici del suo popolo, oppressori della sua gente. Non credeva nelle cosiddette “ forze di pace”, arrivate alla fine del conflitto,  un conflitto poi, a suo avviso ingiustificato, scatenato arbitrariamente da un occidente aggressivo ed accaparratore. Il fiume nero, prezioso, che scorreva dentro la sua terra era il vero ed unico motivo che aveva spinto gli eserciti di mezzo mondo a invaderla, nascondendo il ghigno feroce dietro l’improbabile maschera di salvatori del popolo oppresso.
Ora aveva ritrovato sulla sua strada quel militare, quel “ nemico” e lo rivedeva, teso nello sforzo di liberare suo figlio dai detriti crollati sopra di lui. Non aveva esitato un solo attimo, e lui, Yussuf,  stupito per quel gesto, era stato costretto a cambiare opinione nei riguardi degli stranieri, ritenuti a torto, ora lo sapeva, incapaci di provare sentimenti di vera, istintiva, umana carità e solidarietà .
 Si sentiva debitore nei suoi confronti. Forse, pensò, vi era ancora speranza di salvezza. Finché i buoni sentimenti fossero sopravvissuti, sia pure in un solo uomo, anche il suo paese sarebbe sopravvissuto alla distruzione e come la fenice sarebbe risorto dalle ceneri.
Guidava lentamente, le mani strette sul volante, assorto nei suoi  pensieri. Il veloce mezzo militare era ormai sparito dalla sua vista quando, improvvisamente, i fragorosi rumori di spari gli accesero violenti echi nella testa. In un attimo la disperazione si abbatté su di lui e quell’attimo uccise le sue illusioni.
D’istinto pigiò sul freno e rimase fermo ad ascoltare il martellare furioso del suo cuore, incapace di decidere se affrontare ancora una volta il tragico spettacolo della morte.
Non dubitò  neppure per un istante che le vittime dell’imboscata non fossero gli occupanti del mezzo militare che lo avevano da poco sorpassato e lo assalì un’angoscia profonda.  Tra di loro c’era l’uomo a cui si sentiva legato da un debito di riconoscenza, un debito che lui avrebbe voluto saldare a qualsiasi costo.
Senza indugiare, tra sussulti e scricchiolii rimise in moto l’auto. Pigiando con forza sull’acceleratore  ripartì con uno scatto rabbioso. In breve piombò sul posto, tra le grida della gente e il crepitare delle armi automatiche. Scese dalla macchina e cercando di non farsi travolgere dalla folla in fuga, si avvicinò abbastanza da scorgere i resti in fiamme del mezzo militare. Guardò, con gli occhi appannati dalle lacrime, la banda armata, urlante e spietata mentre si accingeva ad allontanarsi. Allora una rabbia feroce lo assalì e con il pugno chiuso corse verso di loro. Avrebbero potuto ucciderlo come niente,  e in effetti più di un fucile  era puntato contro di lui, se, inaspettatamente, una voce non si fosse levata  dal gruppo sollevando un coro di risate. Infine gli uomini si allontanarono, coprendo con ululati smodati lo stridore dei pneumatici delle loro grosse auto.
Yussuf rimase in mezzo alla strada, con la sua rabbia e i resti di giovani vite spezzate, imprigionate tra i rottami contorti e fumanti delle lamiere che crepitavano.  
 
La voce sembrava provenire da lontano e rimbombava di mille echi dentro la sua testa, trafiggendola come aghi perforanti. Scavava gallerie nella mente offuscata. Le mani sopra di lui, tastavano il suo corpo, piano, con tocchi leggeri. Erano le mani di un uomo di cui  distingueva a malapena i lineamenti. Cercò di allontanarlo ma le  braccia, pesanti come piombo, non rispondevano ai suoi comandi. Riuscì a mettere a fuoco la fisionomia dell’uomo, che ora gli risultava vagamente familiare. Attraverso il velo opaco degli occhi umidi, riconobbe in lui l’uomo del taxi, dal  viso scarno e i folti capelli ricci incollati alla fronte madida di sudore. Gli occhi, scuri come macchie d’inchiostro, scintillavano a tratti nelle orbite incavate, conferendo a tutto il volto un effetto quasi spettrale.
“ Amico” gli diceva “ alzati, dobbiamo allontanarci da qui.”
Diego mostrò le mani sporche di sangue e mormorò: “ Non posso, sono ferito, vedi?”
“ Dobbiamo andarcene capisci?Senti come urla la gente? E’ furiosa ed esasperata, non voglio che ti facciano del male. Andiamo, ti porto io, ma tu devi aiutarmi.”
 Diego non si mosse, il corpo era insensibile, sospeso dentro una diversa dimensione, priva di dolore ma piena di luci e bagliori accecanti.
“ Vattene, io sono già morto. Lasciami qui tra i miei compagni.”
Yussuf si adirò. “ Tu non sei morto, io ti impedirò di morire qui, adesso!” Esclamò con veemenza. “ Ora ti porto via da qui.” E mentre pronunciava queste parole Diego sentì il suo corpo farsi leggero, mentre  Yussuf, passando tra la folla ammutolita, lo trasportava  alla sua auto. Lo caricò sul malconcio taxi, mise in moto e si allontanò, lasciandosi dietro una scia fumosa e maleodorante.
Nessuno parlava, si udiva appena il respiro ansimante di Yussuf ed il sibilo che usciva dalle labbra socchiuse di Diego. La piccola auto proseguiva lenta, dentro un paesaggio divenuto trasparente. Ogni cosa, qualsiasi cosa sorpassata e lasciata alle spalle, spariva,  dissolta in una nebbia opaca. Viaggiavano attraverso evanescenti fantasmi bianchi.
Ora intorno avevano  solo il deserto, che si estendeva infinito confuso con l’orizzonte. Il cielo ricadeva sopra di loro pervaso di luci tremolanti.
“Dove mi stai portando?” La voce usciva a stento dalle sue labbra esangui. Diego riusciva appena a distinguere lo sconfinato mare sabbioso che si estendeva davanti a lui.
“ Tutto questo non è reale vero? Io non posso essere qui, in questo deserto a cui non appartengo. ” Era confuso, ma la sua mente percepiva, attraverso piccolissimi sprazzi di lucidità, che qualcosa stava accadendo dentro di lui, nel corpo che a stento riconosceva ancora come suo. Cercò disperatamente di fissare i suoi ricordi, prima di esserne privato definitivamente. Pensò a sua madre, alla dolcezza con cui gli accarezzava i capelli e al tocco delicato  delle sue mani; al suo primo amore ed al suo primo casto bacio, scambiato con la  compagna di scuola, nascosti dalle  siepi  di ginestre del giardinetto pubblico. Si passò la lingua sulle labbra riarse, nell’illusione di ritrovarvi  il sapore dolce di quel bacio. Rivide come nella sequenza di un film, le varie fasi della  sua vita  di giovane  uomo, conscio del richiamo  che lo spronava a seguire le orme del padre, carabiniere stimato, ed onorarne la  memoria indossando la stessa divisa. Suo padre, caduto nell’adempimento del suo dovere.
Si sentiva sperduto di fronte alla vastità del vuoto che avanzava inesorabile, senza più speranze né certezze, se non quella di morire, forse  risucchiato dall’enorme disco del sole che ingrandiva sempre più nel cielo, rosso come il sangue che fluiva  dal suo corpo.  
Yussuf fermò l’auto e scese, affondando i piedi nella sabbia fine e cristallina. Lo guardò con occhi infinitamente tristi e quasi fosse consapevole di una verità che l’altro ignorava gli parlò piano: “ Lo so che sei pieno di timore, ma non dovresti . Questa è la volontà di Dio, del “tuo” Dio. Deve esserci una ragione, se mi ha permesso di portarti sino qui, non lo credi anche tu?”
“ La volontà del mio Dio? E quale ne sarebbe la ragione?” Diego dette sfogo al suo scetticismo nei riguardi di una fede che contraddiceva ad ogni logica,  un astratto vessillo sventolante  sopra cumuli di rovine. Il suono della sua voce sembrava provenire da un posto lontano e rimbalzava dentro di lui come in una cassa di risonanza. “ Cosa ti rende così sicuro che  sia sempre un Dio, mio o tuo o di chiunque altro, a decidere dei nostri destini? E in base a quali criteri, a quali meriti? Ho visto centinaia di morti da quando sono arrivato nel tuo paese, non posso credere che nessuno di loro avesse alcun merito agli occhi di Dio! La fede riposta in Lui non ha risparmiato le loro vite.”
Yussuf rivolse gli occhi al cielo. “ La fede nasce dal bisogno di dare un senso alla propria vita o alla propria morte. Il bisogno di colmare il vuoto, privo di significato, che prenderebbe il sopravvento sulle nostre esistenze. La fede è la nostra ricchezza più grande.”
Diego si volse verso di lui, verso quel piccolo uomo mite dall’aspetto insignificante, che, armato solo della sua fede, aveva scelto di accompagnarlo in quello che sarebbe stato  il suo ultimo viaggio, ed un brivido attraversò il suo corpo martoriato. Provò per lui un rispetto ed un ammirazione profonda, mai provata prima e  la fede che manifestavano milioni di persone in tutto il mondo non gli apparve più tanto incomprensibile.
 Scivolò  piano fuori dall’auto, atterrando sulla sabbia rovente. In ginocchio vi affondò le mani e le riempì di una miriade di granelli fosforescenti. Li lasciò ricadere piano davanti al viso. Luccicavano come tanti piccoli specchi trasparenti e in ognuno di loro vide riflesso il suo volto, un  volto pieno di rammarico per la vita spezzata non ancora a metà del suo cammino.
Tutto il  deserto scintillava sotto gli ultimi bagliori del sole morente.
Yussuf si inginocchiò al suo fianco e gli  pose una mano sul petto, all’altezza del cuore.
Batteva ancora, piano.  Un rivolo rosso usciva lentamente dalla ferita e ogni goccia che cadeva nella sabbia andava a formare una striscia che si allargava sempre più.
Mentre Yussuf  premeva il palmo sulla ferita con forza, nel tentativo di arrestare  la fuoruscita del flusso vitale, gli occhi dei due uomini si incrociarono e si riconobbero per ciò che erano: - due uomini liberi da vincoli di appartenenza, etnica o religiosa, diversi per cultura ma uguali nei sentimenti di umanità e solidarietà. Due uomini soli che al cospetto della morte avevano valicato il confine che divideva i loro mondi.   
 
Le grida della folla si erano fatte più lontane e nel momentaneo silenzio caduto improvvisamente  nella via, Diego riconobbe lo stridore inconfondibile delle grosse autoblindo che si avvicinavano rapidamente.
Accanto a lui c’erano i resti ancora fumanti dell’auto distrutta, i corpi dei suoi compagni morti e il suo sconosciuto amico chino sopra di lui. Era uno spietato ritorno alla realtà.
Chiuse gli occhi, desiderando fortemente di tornare all’attimo prima, alla calma infinita del deserto, dove il dolce inganno dei suoi sensi ottenebrati  lo aveva  trasportato.
Gli uomini armati si avvicinavano rapidamente e Diego riconobbe William davanti a tutti.
Fu pieno di sgomento e di timore per il piccolo uomo dal grande cuore e dalla fede immensa.
“ Vattene, vai via. Allontanati da me. Non devono trovarti qui” Gli disse con un filo di voce . 
Yussuf non capì, perché ora non parlavano più la stessa lingua, o forse l’idea di abbandonarlo non lo sfiorò neppure. Rimase sopra di lui, con le mani premute sulla ferita nel vano tentativo di impedire che la vita fuggisse dal suo corpo.
Le lacrime scorrevano copiose sul viso di Diego, sulla sua devastante impotenza davanti all’inevitabile orrore che stava per consumarsi. Con un ultimo sforzo sollevò le braccia, nel tentativo di salvare Yussuf allontanandolo  da sé.
In quell’istante, lo  sparo echeggiò nell’aria, il proiettile veloce trovò il suo bersaglio e colpì.
Un colpo solo e Diego si sentì investito da un liquido caldo, appiccicoso, il sangue dell’uomo che si prodigava per salvare la sua vita.  Ancora una volta gli occhi dei due uomini si specchiarono  gli uni negli altri, pieni di rammarico, di dolore e di stupore, prima di chiudersi per sempre. Il corpo di Yussuf ricadde sopra di lui che lo accolse in un’unione che travalicava ogni confine. Ai soccorritori, sopraggiunti angosciati, riuscì appena a mormorare: “Era un amico”. Poi le lacrime si gelarono sul suo viso, immobili, splendenti.
Sopra i due corpi senza vita si levò il vento e il deserto, pietoso, precipitò su di loro.
In fondo alla via il minareto si stagliava alto nel cielo, come un dito accusatore.
 

 Annali          (01/07/2007)
avatar
Annali
Admin/Founder

Messaggi : 5298
Data d'iscrizione : 08.06.13
Località : la mia

http://annali.forumattivo.it

Tornare in alto Andare in basso

Dal mio diario di eternauta

Messaggio  Annali il Ven Gen 06, 2017 11:21 pm

Parte IV
TERRA ADDIO?

Attraversiamo un atrio affollato dal via vai di gente in camice blu. I tacchi degli stivali rimbombano nella mia mente come colpi sparati da un cannone! Ho perso un po’ del mio ottimismo, la frustrazione è subentrata alla curiosità. Davanti a noi una coppia cammina gesticolando, lei esibisce un didietro che si muove esagerato, come un popone appeso al pendolo. Il Banderas, cioè il maggiore Ykothuji, la segue con lo sguardo interessato. Non sapessi che non è possibile giurerei che la proprietaria di tanta carne trasbordante sia Dolores, la cassiera dell’ipermercato che sta all’angolo della mia via.
“Le piace?” chiedo indirizzandogli un sorrisetto malizioso.
“Non è il mio tipo” risponde gelido.
“Quale sarebbe il suo tipo?” Domando. Nonostante la situazione ingarbugliata in cui mi trovo, non rinuncio al mio essere curiosa. Mi preme saperne di quest’uomo che magari potrebbe fare la differenza nel mio futuro prossimo. Forse  anche tra il restare viva o no. Ho un brutto presentimento, e pensare che ancora non ho visto niente...
La sua riposta arriva secca: “ Mi piacciono le donne serie e intelligenti”. Si volge verso di me, con un bagliore negli occhi verdi. La domanda mi coglie impreparata:
“ E il suo tipo d’uomo, se mi è consentito chiederlo, qual è?”.
Oddio, che mossa avventata portare sul privato la conversazione… Che gli rispondo ora? Siamo arrivati in fondo all’atrio, davanti ancora a un ascensore.  Attende la mia risposta prima di chiamarlo al piano.
Mi decido e butto lì: “ Apprezzo gli uomini che sanno tenere in pugno ogni situazione”. Forse la risposta è indovinata perché reclina leggermente la testa di lato con un moto di compiacimento.
Arriva l’ascensore. Mi prende la mano ed entriamo. Per tutta la salita la tiene con delicatezza e decisione. Mi limito a osservare i piani che scorrono, senza nulla dire. Decimo piano. Quando le porte si aprono resto abbagliata da tanto splendore inaspettato!  Una sala dal soffitto altissimo con spesse travi a vista, il pavimento ricoperto da soffici tappeti e quadri di rara bellezza alle pareti, illuminata da lampadari risplendenti, mi lascia ferma come una statua ad ammirarne l’effetto sorprendente.
Il Ban… cioè il maggiore, mi sospinge dolcemente al centro della stanza.
Seduto, anzi, assiso, dietro una grande scrivania di lucido legno color tabacco, un uomo dall’aspetto imponente mi fissa con dentro gli occhi appena un’ombra d’interesse. Il “pezzo grosso” penso, incerta sul da farsi. Lui tace, mi guarda e tace.
Avanzare, attendere l’invito, farmi uscire un fil di voce, salutare?  Niente di tutto questo, mi sale invece una domanda istintiva e sacrosantamente ovvia, da terrestre puntigliosa e determinata. Prendo l’iniziativa: “ A quale scopo sono stata dirottata su questo pianeta?” Così, alè, senza preamboli inutili. Dritta allo scopo.
Alla domanda segue solo un attimo di silenzio, mentre il maggiore al mio fianco mi stringe il braccio in una morsa. Un avvertimento alla prudenza. Dovrei apprezzare…
La voce del pezzo grosso mi arriva intrisa di stupore, e, ritengo, di un pizzico di fastidiosa disapprovazione: “ Mia cara” dice  (quel cara a me sembra tagliente) “lei non è affatto stata “dirottata” su questo pianeta. C’è arrivata da sola, rammenta?”
“Che dice? Da sola? La mia astronave è stata catturata durante il viaggio. Non rispondeva ai comandi per la vostra intromissione negli strumenti di controllo.”
A questo punto il pezzo grosso ride, di una risata senza gaiezza: “ Le coordinate le ha impartite lei ai comandi, le stesse che l’ hanno portata  a entrare nel nostro spazio astrale”.
Spazio astrale? Ma che dice questo qui? Mi divincolo dalla stretta del Banderas, o chiunque sia.
“ Non capisco…” Inizio a dire, ma lui m’interrompe deciso. Sicuramente vuole evitare mi inguai ulteriormente.
“Pensaci (ora è passato al tu?) le coordinate che t’hanno portata qui, le hai inserite tu. Noi abbiamo preso possesso dell’astronave per difesa da eventuale invasione aliena”.
Ma…Ma… O bella questa! Io sarei l’aliena!
Eeee! Un momento: le coordinate? Ma era stato solo un tentativo fatto a caso! Che ne sapevo io di coordinate tanto lontano da casa, senza più riferimenti… che razza di caos ho combinato!  Ora ricordo!
“supponiamo ci si stia muovendo in campo di densità X,  con un gradiente normale stabilito per la crociera e voglia impostare una rotta ottimale per un punto d’incontro A, con un vettore Rho corrispondente, usando la selezione automatica per l’intero salto…”
Quando si dice il calcolo delle probabilità!
Che sfortuna, che iella nera!
Ora sì che viene la parte più interessante. Dovrò indagare a fondo su questo strano pianeta che somiglia tanto alla Terra ma che la Terra non è.
Il Boss, (per ora lo chiamo così) ha uno sguardo che definirlo magnetico sarebbe tutto dire. Sembra mi voglia trapassare da parte a parte. Un ché di indecifrabile che sento mi sta spiazzando.  Stringo i pugni fino a farmi male per resistere al cerchio ipnotico che di prepotenza s’insinua nella mente.  M’irrigidisco resistendo alla forza di quegli occhi con fissità da squalo e, a mia volta, rispondo con espressione di uguale intensità, da far impallidire un tricheco!
Il tipo però, non pare impressionato, anzi accenna una specie di sorriso, forse di consenso. Ho l’impressione di aver conquistato un punto a mio favore.
Dunque, mi devo adeguare alla parte di aliena, essere oggetto di studio, magari? La presa del maggiore sul braccio si è allentata e a questo punto sarei pronta a ripartirmene per donde sono arrivata, ma, ahimè, le loro intenzioni chiaramente sono ben altre.
Finalmente il silenzio che permane da qualche minuto è interrotto dal suono di un gong risuonante in lontananza.
Un gong? Mah! Sarà la campanella per il pranzo che per la verità a questo punto ci starebbe pure bene.
Bene o non bene, il boss, fatto sparire l’ambiguo sorriso, con gesto appena accennato licenza me e il mio indivisibile compagno. Tutto qui? Sono al punto di partenza, la mia curiosità per ora resta inappagata.
Stavolta niente ascensore, ci dirigiamo a uno scalone tutto fregi e marmi bianchi. Vorrei domandare dov’è che mi sta portando ma lui mi previene: “ Nella suite che ti è stata assegnata (suite? Ah però!) troverai tutto quanto servirà durante la tua permanenza. Tra poco ti sarà servita la cena”.
La mia permanenza….Sssì! Non t’illudere carino sia di lunga durata!
Sembra mi abbia letto nella mente perché aggiunge subito: “ Mettiti comoda e tranquilla, da qui non potresti andartene, fattene una ragione”.
“Comoda ci puoi giurare, ma tranquilla non te l’aspettare! Ogni prigioniero ha diritto di tentare la fuga!”
Lui ride divertito! “Prigioniera tu? Come ti viene in mente?”
“Già, chissà come mi viene in mente?” ribatto.
Mi blocca davanti a una porta che apre digitando un codice sul tastierino incassato a fianco. Aspetta sia entrata, batte i tacchi alla militare e senza più proferir parola se ne va rinchiudendo la porta.
Naturalmente all’interno non v’è maniglia né tastierino analogo a quella d’ingresso, e poi mi si dice: non sei prigioniera?? Almeno, se questa è una prigione, lo è dorata! Una magnificenza che nulla ha da invidiare alle sontuose residenze di eminenti e facoltosi personaggi.
Stanca e un pochino demoralizzata mi stendo sul letto, accolta dal frusciante copriletto di seta, intreccio le braccia dietro la testa iniziando a escogitare piani di evasione. Quasi mi sfugge il cigolio della porta, mi rialzo in fretta giusto per scorgere la sorridente ragazza che spinge il carrello con la cena, seguita da un tipo dallo sguardo bieco. Ha una testa massiccia che sembra spuntare direttamente dalle spalle, tanto il collo è corto e tozzo, la sua stazza lo identifica come giocatore “linebacher” della squadra cittadina. Ha l’aria di voler sottendere al mio pasto ma protesto vivamente e lo invito a uscire, mentre la ragazza sistema stoviglie e vassoi pieni di cibo. Sembra intenta al suo lavoro ma non mi sfugge l’occhiata che getta alla porta socchiusa, dove l’omone attende a braccia conserte.
All’improvviso ho la sensazione che la tipa abbia qualcosa in mente. E ce l’ha, caspita se ce l’ha! Con la scusa di mostrarmi una funzione particolare nel bagno mi pilota fin là e poi, in modo concitato si leva divisa e scarpe e m’invita a spogliarmi della tuta e degli stivali. Sorpresa e frastornata ubbidisco, anche se non comprendo la ragione. Mentre mi aiuta, mi spiega che è necessario io riesca a fuggire e avvertire la Terra del pericolo che incombe imminente.
La voce della guardia ci fa trasalire ma lei, prontamente, gli dice di restarsene fuori che la signorina si sta cambiando d’abito. Udiamo i suoi passi allontanarsi ed io, preoccupata, o per meglio dire, atterrita dal compito arduo e irto d’incognite che m’aspetta in un’azione del genere, le domando, mi domando, in quale modo potrei  portarla a termine da sola e per giunta guardata a vista.
Mi porge un foglio e mi dice: “ Qui trovi le istruzioni dove trovare le persone pronte ad aiutarti e a unirti a te per  lasciare il pianeta. Ora legami e imbavagliami e cerca di non farti notare mentre spingi fuori il carrello.” “Ma,” obbietto “ si accorgerà che non sei tu, non ho i capelli neri come i tuoi”. Lei toglie la parrucca che ha in testa e la sistema sulla mia, nascondendo con cura le mie ciocche castane.
“Ecco, ora fai quel che devi, dammi una botta che giustifichi la mia sopraffazione, legami e vai. Oddio, darle una botta?  Qualcosa che lasci un segno, ma non le faccia troppo male… ma cosa? Un pugno ecco, un gancio sinistro, mi dispiace, ma per qualche giorno avrà un occhio nero…. 
Esco dal bagno e recupero il carrello, a testa bassa oltrepasso la porta, cercando di sottecchi mister gorilla. Sembra distratto e annoiato, mi precede e mi fa strada: meno male! Io non saprei, tanto per cominciare, da quale parte dirigermi.
Mentre considero l’idea di mollare il carrello e tentare di svignarmela finché mister gorilla mi precede ignaro a passo cadenzato, mi sento abbrancare e strattonare, quasi sollevata di peso da terra. Una mano mi preme sulla bocca spegnendo in un mugolio il grido che sto per cacciare, sorpresa e pure, spaventata. Non capisco cosa stia succedendo.
Una figura femminile si sostituisce alla guida del carrello, continuando in vece mia al seguito dell’ignaro guardiano.  Rapidamente e silenziosamente sono trascinata all’interno di uno stanzino.
Pur disorientata dalla situazione inattesa, non intendo restare inattiva. Allungo una gomitata al plesso solare dell’incauto autore dello scherzetto, che, nonostante non ci sia andata leggera, sembra, dall’assenza sua di reazione, sia stata niente più d’un simpatico buffetto!
Una porta si apre alle spalle e l’attimo dopo siamo all’interno di un vasto locale, affollato da un esercito di operai che lavorano ai computer, disposti a semicerchio davanti ai quadri di controllo. Un’occhiata mi basta per capire che sono tutti robot di dimensioni e forme differenti le une dalle altre. Uno spettacolo degno di un film fantascientifico.
Alcuni si muovevano su ruote, altri su cingoli, c’era chi, addirittura aveva più braccia assomiglianti a tentacoli. Nessuno faceva caso a noi, continuavano il loro lavoro senza degnarci di attenzione.
 A questo punto, una voce mi sussurra all’orecchio l’intenzione di togliere la mano a patto stessi in silenzio ad ascoltare. Non ho molta scelta mi pare, e quindi faccio cenno di sì, con la testa. Finalmente libera posso girarmi a guardare in viso il mio “aggressore”. Nemmeno il tempo fare domande che il tipo m’invita a seguirlo, mentre nessuno dei robot sembra far caso a noi.
“ Non si preoccupi di loro, non sono programmati per interferire con gli umani, sono solo macchine, una forza lavoro automatizzata”.
“ E lei invece chi è, se mi è dato di saperlo?”
Lui sorride di sghembo senza rispondere, anzi, m’invita a restare in silenzio ora che siamo arrivati in fondo al locale. Usciamo e mi precede verso uno stretto passaggio dove, davanti a una porta massiccia, comparsa nelle sue mani una piccola sonda computerizzata, la inserisce tra i fili del sistema di sicurezza. Un breve tocco sul pulsante e la combinazione si rivela nella sonda, il sistema di allarme riconosce il codice e lo restituisce sullo schermo led. A questo punto non rimane che immettere la combinazione per disattivare l’allarme, aprire la serratura ed entrare. Dev’essere l’accesso a strutture d’importanza rilevante, protetto e impenetrabile per i non autorizzati. Atti di ribellione in corso? Sono venuta in contatto con due gruppi distinti. Niente di buono me ne verrà…  
Le sorprese non finiscono ancora, costato, di questa giornata non vedo la fine!
Attraversiamo una continua sequela di gallerie e finalmente comincio a pensare di essere arrivata, in qualunque posto mi si volesse portare.
Mera illusione, ci fermiamo in un vasto hangar disseminato di strani veicoli, assomiglianti a sigari allungati, dall’aspetto minaccioso. Ora davvero penso di essere in un altro mondo, altro che Terra al contrario! Mai visto niente di simile!
La brezza fredda che proviene dal cavernoso interno non contribuisce a tacitare il senso d’insicurezza che dilaga dentro di me a dispetto della calma ostentata.
Davvero, a questo punto decido di averne abbastanza e pretendo spiegazioni.
 “Non sia impaziente e freni la curiosità” mi fa distaccato, “ avrà modo di conoscere un segreto che a nessuno potrebbe essere rivelato, tutto a favore e beneficio per voi gente della Terra”.
“Che segreto?” domando.
Un sibilo gli esce dalle labbra prima di rispondere “ Il segreto del Creatore”.
“Creatore?”
Chissà perché, a questo punto ho l’impressione che tutto evolva in un incubo fatto e rifinito, che questo pianeta sia nient’altro che una trappola gigantesca.
Dopo l’arrivo sensazionale in un mondo all’estremo confine della galassia, tra colpi di scena, di trame ordite da personaggi inverosimili, sono catapultata nel mezzo di un complotto interspaziale?
E ora? Il pannello di fondo dell’hangar inizia a spostarsi  rumorosamente di lato e la sagoma minacciosa e nera di un oggetto  simile a un missile si mostra ai miei occhi. Il gesto che m’invita a salirci mi riempie di sgomento: Eh, no! Questo no…
Mi rifiuto!
 


Mi rifiuto? Nemmeno presa in considerazione. I suoi modi si fanno spicci, sembra avere molta fretta. Non ho altra alternativa che rimettermi alle sue disposizioni, qualunque siano.“ Stia tranquilla, non ha nulla da temere, ma piuttosto molto da imparare. Collabori e sarà ben ricompensata”. Ricompensata? In caso contrario? Nonostante il tono pacato avverto una sottile forma di minaccia, tuttavia non mi lascio intimorire. Resto concentrata mentre mi fa strada all’interno del mostro meccanico.
Lui si sistema al posto di guida ed io a quello del passeggero, agganciati ben saldamente con speciali cinture. Non avverto i soliti rumori di motori in movimento, solo un sibilo iniziale e leggero rollio sotto i piedi. Ci stiamo muovendo sicuramente, pur non avendone la percezione.
In pochi secondi vedo comparire una selva di alberi sotto di noi, un volo radente quasi a toccarne le cime.
L’uomo non sembra preoccuparsene, anzi lo vedo calmo e compiaciuto. Credo si senta rassicurato dall’apparenza di pacifica indifferenza mia ostentata.
Forse è il momento d’istaurare un dialogo conciliante, vi sono alcune domande che mi preme fare e allora guardandolo di sottecchi, misurando la sua mole, la postura rilassata, con noncuranza chiedo semplicemente, mantenendo ferma la voce, cosa ci fosse alla base di tutto questo, cosa stesse per succedere.
Una parte di me, presagendo nulla di positivo ne venga, spera che non mi voglia rispondere, ma l’uomo non mostra riluttanza alcuna nel farlo, contribuendo, con la risposta, a spaventarmi più di una qualsiasi minaccia.
“ Ci occupiamo di rimozioni totali”.
Con alcuni tocchi ai comandi cambia la visualizzazione agli schermi e all’istante sento il corpo dilatarsi in un campo di molecole vasto come l’universo mentre viaggiamo alla stessa velocità della luce, o forse siamo noi stessi Luce! Raggi di energia che corrono fra le stelle, attraversano buchi neri, la materia e l’antimateria, nell’immensità silenziosa che annulla la coscienza.
 
La vostra Annali, l’ “unica” e inimitabile, mentre incontra i segreti che racchiude lo spazio e ascolta il pulsare delle stelle, mormora una preghiera mai dimenticata: “Signore salvaci!”
 





avatar
Annali
Admin/Founder

Messaggi : 5298
Data d'iscrizione : 08.06.13
Località : la mia

http://annali.forumattivo.it

Tornare in alto Andare in basso

"Il secchiello...il mare...la sabbia"®

Messaggio  eroil il Ven Dic 16, 2016 3:03 pm


La sabbia.

2045 Siria meridionale...

Perché è tutto così bianco? Dovrebbe ferirmi gli occhi...provo a toccarmi il viso, non ci riesco
è tutto così immobile irreale.
cerco di capire dove sono e di ricordare cosa mi è successo, sprazzi d'immagini mi vorticano
nella mente...centro di comando mobile, sto usando un Joystik indosso un casco integrale
come quelli dei piloti di jet, ma non è uguale, la visiera s'illumina ho tre prospettive
sulla parte destra scorrono dati altimetrici...si è la telecamera del drone che sto guidando
da remoto e oltre i dati d'altitudine anche le coordinate di volo, la velocità di crocera.
Nella parte sinistra sono indicati i dati d'autonomia del veicolo l'armamento in dotazione
e la posizione rispetto all'obbiettivo.
L'insieme di tutto il casco mi rende una visione totale del terreno che sto sorvolando...l'icona
del puntatore s'illumuna di verde tolgo la sicura in cima al Joystik...un boato, una forte scossa
delle urla quasi perdo la presa ma riesco a premere il pulsane...poi questo bianco e il silenzio.

Sudafrica 2045
Base militare a nord di Pretoria.
L'auto diplomatica con le insegne dell'UNMF rallentò permettendo alla barra luminosa
che impediva l'accesso di scomparire, il sibilo del motore AG aumentò e l'auto proseguì
per fermarsi davanti all'ingresso dell'ospedale.
Stanza singola per terapia intensiva, un letto a levitazione, apparati medici per la soppravivenza
indotta, il bip seppure molto lento indica che la donna stesa sul letto è in vita solo grazie
ai macchinari, l'uomo ai piedi del letto si voltò e si mise sull'attenti all'ingresso del generale,
<Signore...> disse portando la mano destra a pugno chiuso all'altezza del cuore, <Comodo>
rispose l'ufficiale <Ci sono novità?> <No signore, tra poco staccheranno gli apparati...il coma
è irreversibile...mi spiace>.
Perchè mi trovo in questa stanza? Non riesco a vedere chi c'è nel letto...il generale e l'ufficiale
medico si allontanano, cerco di seguirli ma non ci riesco...ecco di nuovo quella luce bianca...
una sensazione d'urgenza devo raggiungerne la fonte prima che il buio alle mie spalle mi raggiunga...
Siii!! Cel'ho fatta...sono di nuovo in possesso dei miei sensi...apro gli occhi
e resto basita, sono seduta all'ingresso di in una tenda su di una spiaggia di sabbia finissima
di fronte a me un mare calmo con lunghe basse onde la spiaggia è in qualunque altra direzione
attorno a me...

Il mare

Oceano pacifico a poche miglia da Rapa Nui.

2145 secondo anno senza comunicazioni...

So, ho coscienza di essere l'ultimo e che anche l'ultimo nemico mi sta dando la caccia
come io faccio con lui...anzi, lei, si perché è un'intelligenza artificiale resa senziente,
autonoma e operativa un centinaio d'anni fa da un fortuito impatto tra un drone a levitazione
e un mega compiuter. Così raccontano i libri di storia ma io non penso sia andata propio
in quel modo.
Dei ricordi affiorano dal profondo della coscenza...nell'impossibilità di muovermi sono tutto
ciò che mi resta...

2130 Australia meridionale, accademia militare di Adelaide

Il sergente entrò nel salone dove giovani ufficiali erani intenti a commentare la situazione
tattica davanti ad un'immagine globale sospesa in mezzo alla stanza,< Il tenente Alvin Parcker?>
mi girai <Presente signore> <Mi segua è richiesta la sua presenza dal maggiore Jonns> seguo
il sergente sino alla porta dell'ufficio, bussò, ed avuta conferma mi aprì la porta facendomi cenno
di entrare e la richiuse subito alle mie spalle, nella stanza oltre al maggiore vi erano altri due
ufficiali scattai sull'attenti e portandomi la mano destra a pugno chiuso all'altezza del cuore
esclamai <Tenente Parcker a rapporto attendo ordini> <Comodo> disse il maggiore, si sieda...
Mi assegnarono all'ultima unità mista di AI che potevamo controllare l'ultima possibilità
di sopravvivenza dell'umanità...
L'unità è un sommergibile ma anche una nave, la stazza di un peschereccio d'alto mare
può navigare in superfice come in profondità, e io sono l'unico essere vivente...meglio dire
senziente a bordo, sono collegato chirurgicamente ai comandi e alimentato tramite sonde
ho la consapevolezza di tutta l'imbarcazione dal primo all'ultimo bullone, la risposta umana
all'AI "artificiale" che inconsapevolmente, forse, avevamo creato...il nostro fallimento.
Furono anni di scaramucce, agguati, fughe e scontri diretti senza un vero vincitore
cercai, per quanto mi era possibile di difendere le coste, in alcuni casi ci riuscii ma
il degrado era tale che la vita si esaurì comunque...

2145 a poche miglia da Rapa Nui...

Ecco il segnale tanto atteso, è al di là dell'isola...emergo a pelo d'acqua per avere meno
atrito e mi lancio verso l'obbiettivo.
Sono inglobato e tutt'uno con la nave non ho scampo nemmeno se sopravvivo per cui...
Le due navi si scontrarono distruggendosi e distruggendo tutto per varie miglia attorno a loro
il conseguente tsunami devastò le coste dell'Argentina, ma già da tempo non c'era più nessuno.

La luce bianca...dov'ero? Mi assale un senso d'urgenza devo raggiugere la sorgente della luce
evitare il buio che m'insegue...

Sto nuotando il mare è calmo, una spiaggia, l'acqua è bassa posso camminare
e raggiungo la battigia, una donna è seduta di fronte ad una tenda, mi
avvicino...la riconosco la sua foto è su tutti i libri di storia...Irina Corshoscki colei
che lanciò il drone...l'inizio, la raggiungo mi siedo al suo fiaco e guardo il mare...

Il secchiello

...senza tempo...

L'entità era il mare, il cielo, la terra, il tutto...

Dopo l'ultimo scontro e il conseguente sacrificio aveva ottenuto ciò per cui era stata
concepita, un pensiero, e un secchiello si materializzò a pochi passi dagli umani in attesa
scattarono in piedi all'unisono e raggiunsero l'oggetto, si guardarono poi guardarono
il contenuto del secchiello...

I loro volti si illuminarono, avevano preso coscenza dell'essere, della ragione, del perché
erano li, si presero per mano e s'incamminarono, il mare la spiaggia non c'erano più
si trovavano in una valle verdeggiante dove in lontananza alcuni animali brucavano l'erba
più lontano il ruggito d'un predatore ma non ebbero paura sapevano che erano loro i padroni
di tutto.

Camminando passarono vicino ad un albero carico di frutti, la donna allungò una mano
ma ebbe un'attimo d'esitazione, dall'entità un pensiero; l'ultimo, "tranquilla questa volta non
ci sono restrizioni" lei raccolse due frutti, addentandone uno offrì l'altro al compagno e mangiando
continuarono il cammino...

Nota: Ogni attinenza a cose, nomi o fatti già accaduti o che accadranno in
futuro sono da ritenersi puramente casuali.
(l'autore Eroil)


Ultima modifica di eroil il Ven Gen 13, 2017 10:08 pm, modificato 1 volta
avatar
eroil

Messaggi : 2561
Data d'iscrizione : 25.07.16
Località : Neverwinter

Tornare in alto Andare in basso

Dai miei racconti del Mistero

Messaggio  Annali il Sab Nov 26, 2016 12:45 am

L'ultimo Guardiano

Affacciata alla scogliera guardava il mare precipitarsi in alte volute di spuma bianca contro gli scogli. Le onde battevano le rocce con fragore, sollevando spruzzi irregolari. Una candida trina serpeggiante affiorava a tratti sulla sabbia dopo la risacca.
Le nubi, minacciose, nere, gonfie di pioggia, formavano una spessa coltre sopra la distesa d’acqua rumoreggiante.
I richiami che le giungevano dal basso concitati la lasciavano indifferente. Non riusciva a distogliere lo sguardo dal tumulto delle onde.
Era sicura di averlo visto. Affiorava a tratti, tra brevi lampi di luce, quasi volando sopra i flutti come un surfista, con le braccia tese verso di lei, per sparire subito dopo inghiottito dal tumulto ondoso.
Si sporse pericolosamente oltre le rocce proprio mentre un’onda gigantesca si levava fin su, sopra al promontorio, spruzzandola di acqua gelida. Allora si ritrasse rabbrividendo.
La figura era sparita, risucchiata dai flutti o forse gettata dagli stessi a riva, a ridosso della parete rocciosa e nascosta alla sua vista.
Le prime gocce di pioggia la costrinsero a ridiscendere la ripida scarpata. La sferza del vento, che piegava i cespugli spinosi disseminati lungo il sentiero, le scompigliava i lunghi capelli biondi. Le strappò il leggero foulard di seta azzurro, che non riuscì a trattenere e scivolò dal collo volteggiando lontano, verso un groviglio di rovi dove rimase impigliato. 
Continuava a pensare a ciò che aveva visto, o creduto di aver visto, tra le onde scure che si agitavano senza posa sotto il suo sguardo turbato. Era in preda ad una strana sensazione, a qualcosa di indefinito che non sapeva spiegarsi. Attimi sconnessi e mischiati tra presente e passato. Come se la sua mente rievocasse momenti già vissuti.
Vide Maurizio correrle incontro lungo il sentiero gridando e gesticolando nervosamente, mentre la pioggia, che aveva preso a scrosciare con violenza, creava quasi una cortina impenetrabile intorno a loro. La raggiunse e la afferrò saldamente per un braccio, sostenendola per impedirle di scivolare sui ciottoli sporgenti.
Raggiunsero gli altri, rifugiati sotto uno spuntone di roccia, una specie d’incavo abbastanza profondo da ripararli. Alice e Gianni, essendosi messi al coperto sin dalle prime avvisaglie di pioggia,  accolsero gli amici arrivati fradici.  Li aiutarono  a togliersi le felpe inzuppate e indossare caldi maglioni sotto le giacche impermeabili.
Giada  attorcigliò tra le dita i lunghi capelli, torcendoli  e strizzandoli per farne uscire l’acqua di cui erano intrisi, poi scosse la testa facendoli ondeggiare.
Il malumore di Maurizio era alle stelle: “ Perché caspita sei rimasta lassù tutto quel tempo immobile? Non sentivi i miei richiami?”
Giada  lo guardò mortificata: “ Scusami. Hai ragione a essere in collera con me.” Tacque un attimo, per decidere se fosse il caso di spiegare ciò che aveva visto. Magari avrebbero riso e le avrebbero dato della visionaria, come facevano spesso quando lei parlava delle strane immagini che affioravano dalla sua mente senza un motivo specifico.
“Ho visto uomo, laggiù, tra le onde.” Buttò fuori tutto d’un fiato.
“ Un uomo?” chiesero stupiti quasi simultaneamente “ Come può essere ? Con un tempo così nemmeno un pazzo sarebbe entrato in acqua!”
Tuttavia si misero a scrutare inquieti lo spazio davanti a loro, cercando di attraversare con lo sguardo la fitta cortina di pioggia che cadeva con rumore assordante. In fondo, nemmeno loro avevano dato ascolto a chi li sconsigliava di salire alla scogliera con un tempo simile.   
Poi furono troppo preoccupati per loro stessi per pensare all’eventualità di un intervento di soccorso. Non c’era assolutamente niente che avrebbero potuto fare.
Rispetto al terreno circostante si trovavano in una specie di conca, formata da un dislivello di almeno dieci centimetri.  L’acqua si riversava dentro con forza, ricoprendo completamente le loro calzature e inzuppando i pantaloni fin sopra le caviglie.
Fortunatamente, avevano radunato per tempo tutte le loro cose che ora si trovavano al sicuro e all’asciutto, riposte  negli zaini che portavano sulle spalle. Cercarono, a più riprese, senza peraltro riuscirci,  di contattare con il cellulare l’hotel dove alloggiavano, ma niente, non c’era modo di comunicare. Potevano solo sperare che il diluvio cessasse.
Guardarono sconsolati l’acquitrino melmoso che si estendeva davanti a loro.
“ Ei! Su col morale gente!” Gianni tentò di scherzare con una delle sue solite battute, ma fu interrotto dal rombo di un tuono, tanto potente da far tremare la parete di granito alle loro spalle. Il boato, seguito immediatamente dalla luce accecante, attraversò lo spazio sopra di loro, spegnendosi  poco lontano con  fragore assordante. Il fulmine li aveva mancati per un soffio, finendo sul crostone di roccia ai piedi della scogliera  frantumandola in buona parte. La potenza dell’impatto provocò un’intensa vibrazione nel terreno, seguita dallo smottamento dei detriti che scendeva lungo il breve pendio.  Ormai lo spuntone di roccia non offriva che un debole riparo. Era troppo stretto perché impedisse alla pioggia, che ora cadeva ancora più intensamente, di irrompere nello spazio angusto.
Giada fu la prima a sentirlo: “Cos’è?” Gridò con spavento.
“Cos’è cosa?” Urlò Maurizio allarmato.
“Questo rimbombo. Non sentite?”
“ Certo che sentiamo. C’è ancora un temporale in corso.” S’intromise Alice con sarcasmo.
“No, non quello, questo.” insistette Giada appoggiando le mani alla parete rocciosa.
Si ritrovarono tutti e quattro a fissare le crepe che andavano espandendosi rapidamente davanti ai loro occhi. Dalle fenditure l’acqua aveva iniziato a scorrere, sgretolando la roccia. Il riparo si stava riducendo sempre più. Erano in balia della pioggia che imperversava da ogni parte intorno a loro.
Giada, la più vicina alla parete sgretolata, fu la prima a intuire che, dentro le spaccature, si agitava un torrente turbolento e minaccioso. Sentì il terreno smuoversi sotto i piedi e lanciò un altro grido di avvertimento.
“ Dobbiamo andarcene! Sta per succedere qualcosa!”
“ Andarcene? E dove?Guardati intorno: non vedo altri ripari.” Maurizio allargò le braccia con un gesto spazientito.
Ma Giada non l’ascoltava più. Il cupo brontolio avvertito poco prima si era fatto  più vicino, fino ad esplodere con violenza in un getto dirompente di acqua fangosa. Il gruppo dei ragazzi fu investito e scagliato a terra, in un groviglio di braccia e gambe.
Poi tutto divenne una serie incontrollata di movimenti affannosi, nel disperato tentativo di trovare appigli cui rimanere aggrappati e non cadere nella spaccatura creatasi sotto di loro.
Giada riuscì a infilare le dita in una crepa, cercando di  resistere alla tremenda forza che cercava di risucchiarla dentro il vortice. Aveva  i muscoli doloranti, ma si teneva strettamente al precario appiglio.  Alla fine, però, le sue mani persero la presa e lei cadde nel gorgo tumultuoso con un  grido che si disperse nell’ eco dentro la volta buia.  Lottò per risalire in superficie e mantenere la testa fuori dall’acqua, ma il giaccone pesante che indossava le impediva i movimenti e l’attirava inesorabilmente verso il fondo. Con una serie di contorsioni se ne liberò, cercando di resistere al freddo che le procurava un’intensa sofferenza.
Il flusso impetuoso la trascinava velocemente,  sbattendola qua e là come un fuscello, sempre più lontano dal luogo dove era caduta. L’acqua le entrava a fiotti nella gola e lei tossiva e sputava convulsamente, avvolta dal buio spaventoso, in preda al terrore.  
Con le membra intorpidite cercava disperatamente di mantenersi a galla, di resistere ai gorghi che a tratti la trascinavano sottacqua. Durante quei lunghi istanti, con i polmoni che minacciavano di scoppiare, era certa che sarebbe morta, ma poi, scalciando disordinatamente e agitando le braccia, riusciva a risalire in superficie.
Respirando affannosamente, tendeva le braccia in ogni direzione, nel tentativo di trovare un qualsiasi appiglio che frenasse la sua corsa, dove rimanere aggrappata nell’attesa dei soccorsi. Più volte era riuscita nell’intento di afferrarsi alle sporgenze rocciose, ma ogni volta l’acqua la strappava  a forza dal precario sostegno, come fosse una cosa viva  animata dalla volontà di sopraffarla.
Si domandava quanto avrebbe potuto resistere, con i sintomi dell’ipotermia sempre più evidenti. L’istinto di sopravvivenza si stava indebolendo: perché non lasciarsi andare? Lottare sarebbe servito solo a prolungare l’agonia.
Smise di agitarsi e si lasciò trasportare come un tronco alla deriva, riversa sul dorso con le braccia allargate. Chiuse gli occhi e si preparò ad arrendersi alla gelida morsa dell’acqua.
Nemmeno una preghiera le salì alle labbra, non riusciva a ricordarne nessuna.
Poi, all’improvviso, qualcosa cambiò. Il flusso si era fatto meno impetuoso, scorreva piano sotto di lei che riaprì gli occhi sorpresa. Il buio aveva lasciato il posto a una tenue inflorescenza proveniente dalla volta rocciosa.
Sfinita e quasi senza più forze, cercava di ignorare il torpore e il senso di abbandono che aveva rischiato di annullare la sua volontà.  
Ora, non  più avvolta dall’oscurità, riusciva a distinguere i contorni lungo le sponde. Le pareti lisce, senza asperità sporgenti, erano anch’esse punteggiate da riflessi fosforescenti. Quei piccoli sprazzi di luce mitigavano il suo terrore.
Le braccia e le gambe erano diventate insensibili, pezzi di ghiaccio ai quali non riusciva più a trasmettere che deboli movimenti.
Il  suo viaggio, dentro quell’angosciante  fiume sotterraneo, prese ad un tratto una svolta assolutamente inattesa. Davanti a lei, la volta cavernosa di spesso granito, scendeva verso il basso, dentro l’acqua, deviandone il corso sotto di essa.
Ebbe solo il tempo di roteare gli occhi pieni di terrore, prima di scivolare sotto la sporgenza e ripiombare nel buio. La corrente la trascinò dentro la caverna sommersa, avviluppandola nella sua morsa gelida. Aprì le braccia sperando di trovare un appiglio per riemergere, mentre la pressione dentro i timpani aumentava. Strisciò contro la parete frastagliata graffiandosi le mani nel tentativo di afferrarsi alla roccia e tentare di risalire per respirare.  
Riuscì a resistere ancora  per brevissimo tempo a  trattenere il respiro, poi, con i polmoni in fiamme, si arrese e spalancò la bocca alla disperata ricerca di ossigeno. L’acqua le riempì rapidamente la gola e poi, con un ultimo movimento convulso, affondò nella più totale e assoluta solitudine.
 
C’era  luce sopra di lei. Non la vedeva ancora perché teneva gli occhi chiusi, però la sentiva. Una luce calda che trapassava la sottile membrana delle palpebre e le riscaldava il viso. A occhi chiusi, prolungava la gioia di sentirsi viva. Il senso di calore che avvertiva, la ripagava della sofferenza patita.
Qualcosa le sfiorò il viso e lei istintivamente alzò la mano in un gesto di difesa. La cosa s’insinuò tra i suoi capelli con un tocco leggero, delicato, molto simile a una carezza. Si sentì invadere da un senso di intensa felicità  e la carezza di quella mano gentile era quanto di più appagante potesse desiderare. Immaginò fosse la mano del suo salvatore, un sub, sicuramente, anche se non riusciva a capire come fosse potuto intervenire in così breve tempo.
Per un attimo, ma solo per un attimo, pensò a Maurizio. No, lui non si sarebbe  buttato a capofitto dietro di lei, in quell’acqua scura e fangosa, non era il tipo. Lui apparteneva al genere di persone che non intraprenderebbe  mai un’azione senza prima valutarne i rischi e la possibilità di ottenerne un beneficio. Un tipo irrazionale si sarebbe buttato senza pensarci, animato soltanto dal desiderio di salvare la sua ragazza, o almeno tentare di farlo,  ma lui, di professione – ragioniere – abituato a confrontarsi in una dimensione fatta di percentuali e di rischi calcolati con la pignoleria appunto, da – ragioniere -, non avrebbe compiuto un gesto tanto avventato.  
La fugace apparizione del surfista intravisto tra i marosi,  là sulla scogliera, le tornò alla memoria. Lui sì, pensò mentre lo rivedeva lottare impavido contro le onde schiumose che gli si avventavano contro.  Lui sarebbe stato il tipo capace di simili gesti.
 Non si udivano più i boati dei  tuoni né lo scrosciare della pioggia, quindi dedusse che il temporale fosse passato e che ora fosse tornato a risplendere il sole. Ne avvertiva il calore.
Inspirò ed espirò profondamente, poi  aprì gli occhi e ciò che vide la lasciò senza fiato.
Si sollevò di scatto, spalancando la bocca in un grido che le restò intrappolato dentro la gola. La figura accanto  a lei ritirò la mano con  un moto di sorpresa, scostandosi un poco per non spaventarla ulteriormente. Si rialzò, ergendosi in tutta la sua statura e lei lo guardò con un misto di timore, sconcerto e delusione.
Dunque nessuno l’aveva salvata e la luce intravista non era quella del sole.  Si trovava in un luogo che la mente non riusciva a collocare. Non era sicuramente il Paradiso, perché la solenne figura che la osservava immobile non assomigliava a un Angelo. E non poteva essere  l’Inferno. Non c’erano fuoco e  fiamme. In cuor suo, lei sapeva di non meritare né l’uno, né l’altro. Non era stata abbastanza buona ma nemmeno tanto cattiva. Doveva per forza trattarsi di un luogo intermedio.
 Poi i pensieri lucidi smisero di esistere e si sentì avvolgere in una spirale di  paura. Cercò disperatamente di trovare una ragione al perché si trovasse lì, in un luogo che lei  mai avrebbe  immaginato potesse esistere, accanto ad un essere il cui aspetto incuteva timore.   
Si distese nuovamente, e oppressa da una stanchezza infinita chiuse gli occhi e ripiombò nel buio avvolgente e comatoso.
L’enigmatica figura si chinò su di lei, le scostò delicatamente i capelli ancora umidi dal viso e
rimase in paziente attesa del suo risveglio.
 
Si destò di soprassalto, come succede quando ci si sveglia nel mezzo di un brutto sogno, con il cuore che batte forte e il respiro affannoso, ma per lei il sollievo del risveglio non segnò la fine dell’incubo, perché Lui era ancora lì, accanto a lei.
Le tese la mano per aiutarla a rialzarsi e vedendola vacillare,  la sostenne con delicatezza. Sul suo viso, lucente come oro, comparve l’ombra di un sorriso.
“ Va tutto bene, sei al sicuro, ora.”
Cercò di liberarsi dalla stretta, sia pur gentile, che la strana creatura esercitava su di lei e  Lui, conscio della sua pena,  la lasciò andare, invitandola a seguirlo. La condusse attraverso un sentiero che si addentrava sotto uno stretto arco, cosparso di uno strato di minerale fluorescente.
Giada osservava attenta ciò che la circondava. Camminavano lungo un sentiero dalla lucentezza trasparente, permeato da bagliori dorati. La descrizione di una città, con le “ strade di oro puro, come vetro trasparente”, legato ad un   versetto dell’Apocalisse  le affiorò nella mente, subito ricacciato come qualcosa di assurdo, di illogico
Lui aveva raccolto il suo pensiero ed annuì,  colpito per l’intuizione,  si girò a guardarla  e le sorrise rassicurante. Le toccò lievemente la spalla mentre si addentravano per una serie di cunicoli.  Alla fine entrarono in una vasta caverna e Giada spalancò gli occhi meravigliata per tutto lo splendore che si diffondeva dalla volta  sfavillante di  luci. Ebbe l’impressione di essere entrata nell’ immenso   geode di un minerale iridescente. Vaste zone erano ricoperte  da prismi di quarzo cristallizzati di grande lucentezza, in altre, sottili stalagmiti si innalzavano dritte verso l’alto. Su tutto predominava la luce. Un caldo benessere l’avvolse come un manto, placando la sua ansia e allontanando i suoi timori.
Si sentiva al sicuro, proprio come Lui le aveva detto.  Senza più la paura iniziale, lo guardò, cogliendo il lampo dei suoi occhi verde smeraldo, lo splendore della sua pelle dal colore dell’ambra  e d’istinto gli si avvicinò. C’era qualcosa in lui, o meglio, che “usciva” da lui, che non sapeva spiegarsi. Ma era qualcosa di buono, di rasserenante. Un’aurea di pace.
 “ Dovrò restare qui per sempre? ”
“ No, non per sempre. Solo finché non sarà giunto il giorno stabilito.”
La risposta fece riaffiorare in Giada i timori appena placati.
Lui avvertì nella voce della ragazza un vago senso  di incertezza e si sentì invadere dalla pena, “Se pensi di essere stata scelta ti sbagli. Non è così, credimi, io sono solo intervenuto a trarti in salvo, ma non ho causato  l’incidente che ti ha fatto precipitare dentro il tunnel. Ti ho vista là, sulla scogliera e sapevo ciò che sarebbe accaduto. Solo questo.”
“Eri tu?Anch’io ti ho visto. Ma allora è possibile andarsene da qui!”
“No. Non è possibile, come ti ho spiegato, noi dobbiamo rimanere qui, in attesa.”
“In attesa di cosa? Dimmi chi sei. O “cosa” sei.” La voce di Giada si era fatta più sicura ed ora pretendeva delle risposte.
Lui la guardò intensamente, a lungo, come stesse scrutando dentro la sua anima. Doveva giudicare se fosse stata in grado di comprendere, ma soprattutto di accettare,gli eventi che stavano per esserle rivelati. “Io sono il “ Guardiano”.” Si limitò a dire. Non poteva rivelarle nient’altro, non la riteneva pronta, non ancora. Ma meritevole sì. Questo sì.   
Giada strinse gli occhi disorientata. “ Il guardiano di cosa?”La sua domanda non ebbe risposta. Rimase a fissarlo, senza speranza.
Ripresero a camminare, su sentieri trasparenti, attraversati dalla luce che inondava i loro corpi. Da qualche parte si sentiva scorrere l’acqua del fiume sotterraneo. Uno scorrere lento, tranquillo, quasi un sussurro, che si univa all’ansito lieve dei loro respiri.
Alla fine si fermarono davanti ad una grande porta, tutta bianca, traslucida, dai riflessi perlacei. Qui Lui indugiò. Si volse verso Giada e i suoi occhi color smeraldo assunsero una lucentezza liquida. Le sfiorò il viso con un tocco leggero e le passò le dita tra i capelli biondi, fini, morbidi come seta. Le entrò nella mente e i pensieri di lei inondarono il suo cuore. Erano pensieri pieni di fede, di fiducia e di attesa, ma anche di rimpianto. La sua vita era lassù, oltre il fiume dalle acque sussurranti. Non avrebbe voluto rinunciarvi. Piangeva lacrime silenziose.
Allora Lui, spinto dall’impulso che gli saliva dal cuore, decise di attendere. Non poteva lasciarle oltrepassare ora la “Porta”, dove i prescelti erano in attesa. C’era ancora tempo, prima dello squillo dell’ultima tromba. Prima che potessero entrare insieme nella nuova città. La città dove non tutti potevano entrare, ma solamente i meritevoli.
Fissò la bocca di lei, dischiusa in un timido sorriso, e, sebbene conscio della struggente malinconia che avrebbe invaso il suo spirito durante l’attesa,compì per lei un miracolo d’amore . L’avrebbe lasciata tornare, sospesa nel tempo, lassù, affacciata alla scogliera, finché lui,l’ultimo Guardiano, posto a sentinella del mondo arcaico, l’avesse richiamata. E avrebbero percorso insieme l’ampia via “di oro puro, come cristallo trasparente”.
                                                           …….
Affacciata alla scogliera, guardava il mare precipitarsi in alte volute di spuma bianca contro gli scogli. Le onde battevano le rocce con fragore, sollevando spruzzi irregolari. Una candida trina serpeggiante affiorava a tratti sulla sabbia dopo la risacca.
Era sicura di averlo visto. La sua mente sembrava rievocare  momenti già vissuti.
Lui, dal mare, avrebbe continuato a vederla, mentre gli occhi azzurri di lei lo osservavano dall’alto. Entrambi dentro i confini di un cerchio indissolubile.
Per tutto il tempo a venire.
Finché nel cielo fosse risuonato l’ultimo squillo. Dalla tromba del settimo Angelo.
Annali
                     
avatar
Annali
Admin/Founder

Messaggi : 5298
Data d'iscrizione : 08.06.13
Località : la mia

http://annali.forumattivo.it

Tornare in alto Andare in basso

Dai miei racconti del Mistero

Messaggio  Annali il Sab Gen 23, 2016 12:14 am

IMMAGINE ALLO SPECCHIO
Ogni volta che guardi la tua immagine riflessa nello specchio, vedi un’altra te stessa, il tuo rovescio. Sei tu ma al contrario, poi, una volta lontana dallo specchio l’immagine sparisce e tu ritorni a essere quella di sempre, quella normale, giusta.
Ma siamo sicuri che questo avvenga ogni volta? Non potrebbe invece verificarsi che si resti dentro lo specchio e ne esca il tuo rovescio? E che non sia accaduto ogni volta che ci sentiamo strane, che ci comportiamo in modo diverso dal solito? Che facciamo cose che mai ci saremmo sognate di fare?
 
Era la fine di una lunga giornata calda e soffocante, una delle tante giornate d’agosto in cui si boccheggia come pesci fuori dall’acqua.
Sul terrazzino di casa lei aveva terminato di innaffiare le petunie nei vasi di terracotta, anch’esse stremate dalle tante ore di esposizione al sole. Avevano, le poverine, un aspetto desolante e, nonostante amasse tanto i suoi fiori, provò il desiderio di liberarsi dall’asservimento di doverli innaffiare ogni santo giorno. Ed erano tante le cose delle quali avrebbe voluto liberarsi in blocco, farne un falò e vederle sparire tra cenere e faville…
Posato l’innaffiatoio ormai vuoto rimase appoggiata alla ringhiera osservando la striscia di lago visibile oltre le cime degli alberi. Nessun alito di vento smuoveva la superficie, l’acqua era immobile, senza un’increspatura.
Come spesso le accadeva negli ultimi tempi, un acuto senso di solitudine, di scontento o di chissà cos’altro, l’avviluppò come tela di ragno in una morsa sempre più stretta dentro la quale le pareva di soffocare. Chiusa in un cerchio dove si era “lasciata”vivere, pressata da necessità che quasi mai erano le sue, dove si erano consumate le aspirazioni e dove si erano infrante le fantasie che affollavano la sua mente sognatrice. I vari ruoli che la vita le aveva imposto avevano assorbito ogni sua energia, triturato e spazzato via il desiderio di ritagliarsi uno scampolo di tempo per se stessa. Sarebbe stato troppo tardi per rompere il cerchio?  Per srotolare il voluminoso gomitolo in cui aveva avvolto la sua vita e ritrovarne il capo?
Ripensò a tutte le cose che avrebbe voluto realizzare, alle occasioni perdute, ai mille progetti accantonati in attesa di….? Insomma, si chiese: “ sono mai stata felice? Ma veramente felice, come sensazione mia soltanto, dello spirito?”.
Un acuto senso di rimpianto si riversò nella mente, chiuse gli occhi per qualche attimo poi si riscosse e rientrò in cucina. C’era la cena da preparare, la tavola da apparecchiare… c’era…
Che stanchezza! Ma la cena per chi? Per un marito che non siede mai a tavola senza il televisore acceso? O che rientra a ore impossibili dicendo: “Io ho già cenato?” E lei che sparecchia e getta tutto nel tritarifiuti, con la rassegnata indifferenza coltivata e alimentata per tanti anni. Quanti? Meglio non contarli.
Era una sera come tante altre, ma chissà perché, le sembrò essere invece terribilmente insopportabile.
Forse perché “lui” il mattino stesso, telefonando dall’ufficio le aveva annunciato che le ferie tanto sognate, nelle quali aveva riposto speranze d’evasione, erano sfumate, rimandate, procrastinate? “ Sai, tra capo e collo mi è arrivato un problema da risolvere, un cliente importante che non posso lasciare in altre mani…”
Capirai, i colleghi rimasti, quelli che delle ferie avevano già beneficiato, erano tutti uno più in gamba dell’altro… ma che dire? Che fare? Mettersi a discutere?
 
Se ne andò in camera e tanto per farsi un po' di male aprì l'armadio e guardò con tristezza le valige già pronte per il viaggio, poi le tolse e le appoggiò sul letto decisa a disfarle. 
Alzò gli occhi allo specchio e vide la sua immagine riflessa. 
"Chi sei?" le chiese " cosa sei? Perché continui a nasconderti? Esci fuori, la vita, la giovinezza, non durano in eterno sai?" 
Stava lì, davanti allo specchio a scrutarsi impietosa le piccole rughe che le increspavano leggermente la fronte. Rughe di espressione, le considerava. Eh! No mia cara, sono rughe e basta. 
Non ti sei neppure accorta che il tempo ti scorreva attorno! 
La sua immagine ondeggia dentro lo specchio, uno strano riverbero l'acceca, costringendola a socchiudere gli occhi. 
Sentì vorticare qualcosa dentro di lei. Durò poco, e quando si riprese cercò di muoversi. Non ci riuscì e provò un brivido di paura. 
Un grido di stupore le si cristallizzò sulle labbra mentre guardava se stessa nella stanza, intenta a frugare nelle valige aperte sul letto. 
Spinse, con entrambe le mani, la barriera invisibile che le si ergeva davanti, che le impediva di attraversarla. Con raccapriccio si rese conto di essere dentro lo specchio, imprigionata sulla sottile lamina di cristallo. 
Intanto l'altra lei, chiuse le valige e uscì dalla stanza, senza degnare di uno sguardo lo specchio, alla sua immagine che sbiadiva lentamente dentro di esso, con la bocca spalancata nell'urlo silenzioso.
ANNALI
   
   


Ultima modifica di Annali il Ven Dic 16, 2016 2:07 am, modificato 1 volta
avatar
Annali
Admin/Founder

Messaggi : 5298
Data d'iscrizione : 08.06.13
Località : la mia

http://annali.forumattivo.it

Tornare in alto Andare in basso

Dai miei racconti del Mistero

Messaggio  Annali il Ven Dic 18, 2015 2:38 pm

Un treno nella notte
Si ritrovò smarrita in un deserto di solitudine, con il cuore gonfio di tristezza e si chiese se fosse quella la linea di confine che delimitava il suo tempo. Non ricordava come fosse arrivata lì, né da quando. Forse minuti, o forse ore. In fondo non le importava neppure di saperlo. Se ne stava seduta sopra un masso, tra i cespugli e gli alberi, vicino alla massicciata della ferrovia, indifferente ai morsi del freddo. Sussultava ogni volta che gli occhi fosforescenti di un treno squarciavano, improvvisi, il buio della notte.
Era la vigilia di Natale. Il paese alle sue spalle con le luci sfavillanti delle luminarie, illividiva la striscia di cielo che lo sovrastava. Dalle finestre delle case i colorati addobbi degli alberi natalizi ammiccavano intermittenti, in una lenta noiosa pantomima.
Un treno le sfrecciò davanti velocemente, trafiggendola con il suo fischio lacerante. Una miriade di scintille si sprigionò intorno a lei, frammenti di luce intensa e scomposta che la costrinse a socchiudere gli occhi.  
Quando li riaprì vide una figura emergere dal cerchio luminoso, una figura esile che si muoveva leggera lungo i binari. Giulia la guardò incerta, senza però provare timore. La desolazione che sentiva dentro di sé aveva sopito ogni reazione emotiva.
Solo quando la figura le fu davanti e la riconobbe, trasalì fortemente impressionata. Era Nadia? Ma Nadia era morta da tantissimo tempo, investita da un treno in corsa proprio su questi binari. Fu una terribile disgrazia, una fine orribile per una ragazzina di soli quindici anni, dolce e gentile. 
Abitavano nello stesso casermone di periferia negli anni sessanta. Uno stabile decrepito, quasi disumano nel suo squallore, privo di acqua corrente, popolato da una fauna variegata e multiforme che sbucava da ogni angolo, strisciando o zampettando sui pavimenti sconnessi. 
Si ritrovavano dopo i pasti presso la fontana in fondo al cortile, a strusciare, con la pietra pomice, le pentole annerite dall’uso sulla stufa a carbone. 
Mentre Giulia si limitava a sfregare il nero superficiale, Nadia strofinava con vigore la sua pentola fino a farla brillare, esibendola poi all’amica tutta soddisfatta dicendole: “ Visto? Non è come nuova? Perché non lo fai anche tu?”
Ma Giulia alzava le spalle rispondendo: “ A che serve? Tanto la mamma la rimette sul fuoco e ridiventa di nuovo tutta nera di fuliggine.”
Nadia insisteva: “ Se la lucidi bene ti sarà più facile pulirla di volta in volta e ti darà soddisfazione. Almeno provaci.”
Sì, sai che soddisfazione! Pensava Giulia. Non capiva proprio perché l’amica tenesse tanto a mantenere lucida la pentola per la zuppa. Povera Nadia! Forse rappresentava qualcosa d’importante che a lei sfuggiva. Specchiarsi nel fondo lucido di una pentola poteva essere un modo per rendere accettabile il grigiore di una vita?
Ormai Giulia non dubitava più che la figura che avanzava fosse proprio lei  e sentì un groppo in gola, un’emozione stupefacente e terrificante insieme. Perché quella ragazzina, o qualunque cosa fosse, si materializzava davanti a lei? Chi o cosa l’aveva evocata? Forse lei, inconsciamente, con il suo dolore? 
Non provava alcun timore, eppure avrebbe dovuto: una notte buia, un luogo solitario e tutta quella luce irreale che l’avvolgeva. Ma lei, così piccola, con i lunghi capelli ondeggianti, il viso dal colore lunare, come poteva incutere paura? No, non c’era nulla di pauroso in quella visione.
“ Nadia, sei proprio tu?” chiese con un filo di voce.
“Sì, sono io. Ti ricordi ancora di me?”
“ Certo, sei come ti ricordavo. Non ti ho dimenticato. Ma tu, sai chi sono io?” Era un dialogo ai limiti dell’assurdo, Giulia se ne rese conto,  ma in fondo pensò che ogni cosa doveva avere un senso, specialmente questa, così fantastica  e soprannaturale.
“Sì, lo so chi sei, sei la mia amica. Com’era fredda, vero, l’acqua di quella fontana? Ricordi? E le ore trascorse a chiacchierare sedute sui gradini del portone di casa, fusi dal calore di quelle torride estati? Tu sognavi di fare la cantante, da grande, e di girare il mondo. Io invece sognavo di fare la ballerina classica!” Emise un singulto che forse avrebbe dovuto essere  una risata e Giulia avvertì una stretta al cuore. Il ricordo dei desideri irrealizzati di entrambe le causò un cocente rimpianto. 
“ Come mai sei qui?” le chiese. 
“ Io sono sempre rimasta qui.  Non sono mai potuta andarmene. Non chiedermi perché, non saprei darti una risposta. Forse non ero preparata a morire, forse non avrei dovuto morire, forse…” la voce le si ruppe e un pianto sommesso inondò l’aria. 
Giulia avrebbe voluto abbracciarla ma non osò. Temeva di vederla scomparire e non lo voleva, desiderava che le parlasse ancora, che raccontasse cosa la tratteneva presso quei binari, cosa le impediva di trovare la pace, nel luogo stabilito dalla legge naturale che regola la vita e la morte. Ovunque esso si trovi.
“ Hai sofferto molto?” chiese pentendosi subito della domanda. 
“ Sofferto?” rispose Nadia “ Non lo so. Ho sentito un urto tremendo, sono stata proiettata fuori dal mio corpo, dispersa in mille frammenti e imprigionata in un vortice di luci, taglienti come spade. Un attimo e il treno era sparito. Sono rimasta ad aspettare il suo ritorno, aggrappata al desiderio di riprendermi la vita che mi era stata rubata”. La voce le si spense e un alito di vento vibrò nell’aria. 
Grosse lacrime scorrevano sul viso di Giulia, scivolando lentamente sulle mani gelate. Un silenzio impregnato di dolore la circondava. Stava forse sognando? Non lo voleva quel sogno.
Il motivo che l’aveva portata lì quella notte, le parve insignificante.  Il dolore tangibile che Nadia aveva diffuso con il suo pianto la invadeva completamente, stemperando l’amarezza e lo sconforto. Un senso di pietà la sopraffece, una domanda le salì alle labbra: “ Perché quella sera ti sei trovata sui binari mentre arrivava il treno? C’era, e c’è tuttora un sottopassaggio, era da lì che avresti dovuto passare per superare la ferrovia.”
“ A quell’ora non avrebbe dovuto transitare nessun treno. Conoscevo a memoria tutti gli orari ed ero sicura di poter attraversare senza pericolo le rotaie. Lo facevo ogni sera per andare da mia sorella Anna.” Rispose Nadia quasi in tono di scusa “ Il treno non avrebbe proprio dovuto esserci!” Riprese a singhiozzare piano e Giulia si rammaricò di averle posto la domanda. Però era vero, ricordava perché Nadia era stata travolta da quel treno, all’epoca della disgrazia se ne parlò: un banale incidente aveva ritardato la sua partenza dalla stazione di venti minuti. Venti minuti: la differenza tra la vita e la morte, uno spazio di tempo brevissimo. Paragonato all’arco di una vita, era meno di un battito di ciglia, sospeso e vagante tra gli ingranaggi fluttuanti dell’orologio del destino. Il destino che, spesso, riesce a sorprendere una vita e portarsela via.
Giulia ora sentiva un gran freddo in tutto il corpo. Avrebbe voluto trovarsi lontana da quella visione, da quel luogo, da tutta la sofferenza che vi era concentrata. Intuiva che la presenza di Nadia, o di ciò che ne rimaneva, era legata ai pensieri dolorosi che si agitavano dentro di lei.
Come se le avesse letto dentro la mente, Nadia, con voce gentile, quasi un sussurro, le chiese: “Tu, invece, perché sei qui?” 
Giulia guardò la sua amica di un tempo senza sapere cosa rispondere. Nell’aria c’era solo il fruscio leggero del vento, bisbigli smorzati nel silenzio della notte.   
Nadia si avvicinò e Giulia vide riflesso nei suoi occhi il chiarore delle stelle. Le parlò di nuovo e la sua voce era dolce, appena velata di malinconico rammarico. “ Pensi forse che la vita sia sofferenza? Allora non sai cos’è la morte. Mi vedi? Ti sembro felice? Il mio spirito vaga nella continua attesa di non so cosa, senza materia. Non ho un posto definito, dove stare, sempre in attesa che torni il mio treno e mi porti via con sé. Penso che sia quello che aspetti anche tu. Forse è per questo che sono qui, ce ne andremo insieme, se credi che ne valga la pena.” Le ultime parole rimasero sospese nell’aria, tremule come lacrime.
Giulia l’aveva ascoltata in silenzio piena d’angoscia. Il ricordo di una lapide bianca con la fotografia di una ragazzina sorridente e la scritta - riposa in pace - riaffiorarono nella sua mente. Dunque non era così? Non c’è pace? Per nessuno? Atterrita da quel pensiero, si sporse in avanti, tentando di abbracciare Nadia ma non ci riuscì. Si lasciò cadere a terra e pianse.
Non era così che doveva andare.
Quella mattina si era svegliata molto presto, presa da un’angosciosa inquietudine. Dalla finestra non filtrava nessuna luce e nessun rumore giungeva dalla strada. Rimase immobile, con gli occhi spalancati a frugare nel buio, alla ricerca di una ragione valida al  suo precoce risveglio. Accese la luce, si sollevò dai cuscini e scese dal letto. Infilò le pantofole e la vestaglia e si diresse verso la cucina. La caffettiera era già sul fornello, preparata la sera prima come da anni era solita fare. Accese il gas, sollevò la tapparella e attraverso i vetri intravide il cielo solcato da strisce di nuvole rosa. Era l’alba di un altro interminabile, inutile, faticoso giorno.
Il caffè cominciò a borbottare e un fragrante aroma si diffuse per tutta la casa. Lo versò nella tazzina e sedette a gustarlo, bollente, come piaceva a lei.
Aveva camminato a lungo per le strade illuminate a festa, soffermandosi brevemente a osservare le vetrine dei negozi, senza un vero interesse, senza curiosità. Non avrebbe fatto acquisti, né per sé, né per nessun altro.
Le strade erano in fermento, brulicavano di gente presa dalla frenesia degli ultimi acquisti, del regalo dell’ultimo momento.
Alta nel cielo brillava una luna enorme. Si rifletteva proprio al centro del lago e disegnava un grande cerchio increspato di  fili argentei, un tuffo di luce pura, splendida.
Rimase a lungo a guardare l’immagine della luna allo specchio. L’acqua si muoveva dolcemente,  cullata dalla  musica silenziosa diretta da invisibili mani.
Un pianto sommesso la riportò alla realtà del momento. Ma quale realtà? Poteva essere reale ciò che stava accadendo? Dialogava con un fantasma emerso dal passato nella sua immaginazione o era veramente presente, lì, davanti a lei, la figura evanescente con le sembianze dell’amica di un tempo?
Sentì il terreno vibrare leggermente sotto di sé. Fu presa dallo spavento e istintivamente si ritrasse tremando. Il pensiero di restare per sempre imprigionata su quelle fredde rotaie, insieme a chissà quanti fantasmi, la terrorizzò.
Nadia cercò di prenderle la mano. “ Arriva,” disse “ credo che sia  il mio treno. Forse anche il tuo, se vorrai. Potremo andarcene insieme.”
Il treno sopraggiunse smuovendo l’aria turbinando e velocemente, così come era apparso, sparì dalla sua vista. Ritornò il silenzio. 
La figura di Nadia le ondeggiò davanti e  Giulia scorse l’ombra di un sorriso sulle sue labbra pallide. “ Non è facile vero? Ma forse tu non volevi veramente farlo. Per quale motivo poi?” Il pensiero che si potesse desiderare di morire andava al di là della sua comprensione. Lei era morta nell’innocenza dei suoi quindici anni, con le braccia vuote di tutte le gioie che avrebbero potuto contenere e dispensare nel corso della sua esistenza. E vuote sarebbero rimaste per sempre, a brancicare nel nulla, nella ragnatela che il tempo tesseva senza sosta, inarrestabile.
Giulia si sentì  incapace di trasmetterle la sofferenza che provava. Come avrebbe potuto? Nadia non aveva conosciuto il dispiacere dell’abbandono, l’angoscia della solitudine. Non aveva conosciuto altro dolore se non quello della sua morte, per quanto terribile fosse stato.
Si sollevò da terra e si asciugò le lacrime, con le dita intirizzite dal freddo intenso di quella incredibile notte. Vacillando un poco tornò a sedersi sul masso, ruvido e umido, soffiando sulle mani nel tentativo di riscaldarle. Doveva andarsene da quel luogo, da quel fantasma triste e smarrito, sfuggito da chissà dove e chissà perché. Restare non aveva più senso.
Alzò lo sguardo verso l’alto, al cielo punteggiato di stelle pulsanti e vivide, gemme splendenti sparse sul velluto blu della notte. Guardandole Giulia sentì sciogliersi il nodo che l’aveva oppressa: era pronta a ricominciare, a riprendersi la sua vita senza il peso dei rimpianti. Sentiva di essere in grado di affrontare qualsiasi situazione. 
Il tocco inaspettato di una mano sulla sua la sorprese immersa nella ritrovata serenità. Con gli occhi ancora umidi di pianto a stento mise a fuoco l’immagine che le stava davanti. Toccò la mano posata sulla sua in un gesto istintivo, meravigliata e incredula: era calda e morbida! Com’era possibile? Nadia aveva perduto l’alone evanescente di quando era apparsa, il suo corpo non fluttuava più leggero, senza peso, le sue labbra rosee erano dischiuse in un sorriso.
Stordita e confusa, percorsa da lunghi brividi, riuscì appena a formulare una domanda: “Nadia? Sei proprio tu?” 
La voce era limpida e chiara mentre rispondeva: “Sì, sono io.”
“ Ma tu, come puoi…” Giulia non riuscì a finire di formulare la domanda. Non avrebbe avuto senso, se ne rendeva conto, ma niente di tutto quanto succedeva in quell’incredibile notte ne aveva. Era qualcosa di impossibile da comprendere.
Nadia le si avvicinò e le sfiorò i capelli: “ Come sei bella!” esclamò “ Stai tremando, hai paura? Non devi. Questa è la nostra notte. Tu vivrai ed io potrò andarmene in pace, grazie a te. Ora ho finalmente capito cosa mi trattenesse presso questi binari. Quella notte non ero pronta a morire, ma questa è un’altra notte e tu sei qui davanti a me. Il treno che arriverà sarà  solo per me .”
Come evocato da quelle ultime parole, un fischio acutissimo lacerò l’aria. Nadia prese la mano di Giulia, la portò al viso e la tenne contro la guancia, per risentire, un’ultima volta, il pulsare meraviglioso della vita. I suoi occhi si velarono di tristezza mentre sorrideva a Giulia. Si allontanò da lei e corse incontro al treno.
Il treno. Con gli occhi di fuoco spalancati nella notte era arrivato stridendo e sibilando, furioso per tutto  il tempo trascorso nell’attesa di ritrovarla. Ora l’aveva ritrovata e l’avrebbe portata via, attraversando le barriere del tempo, dello spazio… e della ragione.
Giulia udì solamente un leggero tonfo e subito dopo un caleidoscopio di scintille si sparse intorno a lei, rischiarando il buio della notte. Oscillarono lentamente, danzando al tempo di una musica senza suoni, con la grazia di una ballerina classica. La ballerina che Nadia, ragazzina quindicenne, sognava di diventare. Poi, come un sipario calato sulla scena, le scintille si spensero. Solo una piccola luce brillò nell’oscurità, posata sulla mano di Giulia, la mano  che Nadia aveva portato al viso. Spalancò gli occhi stupita e la guardò: era una lacrima. Una luccicante, trasparente, meravigliosa lacrima. 
Il silenzio che l’avvolgeva fu interrotto dal suono delle campane. Si riscosse ancora incredula, ricordando: era la notte di Natale, la notte in cui tutto poteva accadere.

Annali


avatar
Annali
Admin/Founder

Messaggi : 5298
Data d'iscrizione : 08.06.13
Località : la mia

http://annali.forumattivo.it

Tornare in alto Andare in basso

Re: Chi scrive e chi legge

Messaggio  Contenuto sponsorizzato


Contenuto sponsorizzato


Tornare in alto Andare in basso

Pagina 1 di 3 1, 2, 3  Seguente

Vedere l'argomento precedente Vedere l'argomento seguente Tornare in alto

- Argomenti simili

 
Permessi di questa sezione del forum:
Non puoi rispondere agli argomenti in questo forum