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La pietra filosofale e l'alchimia

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I rituali di Marsilio Ficino

Messaggio  Annali il Dom Dic 17, 2017 10:42 pm

Agli esordi del XV secolo in Europa occidentale la cultura aveva ormai messo radici.
Quando Costantinopoli cadde in mano ai turchi, nel 1453, una delle conseguenze del disastro fu l’esodo massiccio di eruditi ed ecclesiastici. La maggior parte degli esuli attraversò l’Adriatico diretti in Italia, alcuni dei quali portando con sé opere manoscritte di valore inestimabile. 
L’Accademia di Firenze, sul modello dei suoi precedenti classici, non era una scuola convenzionale, ma una libera associazione di persone interessate agli studi platonici ed ermetici. Fra i frequentatori vi furono Lorenzo il Magnifico e  l’architetto Leon Battista Alberti. Vi si tenevano conferenze, simposi e feste. Presiedeva l’Istituzione Marsilio Ficino, nato a Firenze nel 1433, divenuto profondo conoscitore, in seguito degli studi umanistici, oltre che delle materie tipiche dell’epoca, anche di musica, lingua e filosofia greca. Lo studio del pensiero greco aveva inferto un duro colpo alla sua fede e le conferenze degli esuli bizantini lo avevano appassionato a tal punto che l’Arcivescovo di Firenze gli proibì di tenere conferenze, pena la scomunica.
Ficino tentava di far rivivere una forma di scuola misterico pagana, con tanto di pratiche, rituali e cerimonie; cantava gli inni orfici e fece decorare la sua villa a Careggi con immagini astrologiche. La contemplazione,  sosteneva, era spiritualmente benefica e apportatrice di illuminazione interiore.  Intorno ai muri dell’edificio aveva fatto scrivere l’iscrizione: “ Tutte le cose vengono dal bene e vanno verso il bene. Gioisci del presente, non dar retta alla proprietà, non cercare onori, evita gli eccessi”.
La magia di Ficino permetteva di far ricorso a principi cosmici ma per potersi avvalere della potenza del Sole si doveva indossare un mantello color dell’oro: “ Se volete che il vostro corpo e il vostro spirito ricevano potere dal Sole, imparate a conoscere fra i metalli e le pietre, fra le piante e gli animali, quali sono quelli solari. Indossate abiti solari, vivete in luoghi solari, guardate solare, pensate solare e persino desiderate in modo solare”.  
 
Busto di Marsilio Ficino dello scultore Andrea Ferrucci 1522 - Firenze
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Re: La pietra filosofale e l'alchimia

Messaggio  Annali il Gio Set 28, 2017 12:46 am



                                         Il concerto nell’uovo



Di questo dipinto, Hieronymus Bosch, nel XV secolo, ne fece una satira alchemica "dell'uovo filosofico", il termine con cui gli alchimisti definivano l'athanor, il forno nel quale avveniva la trasmutazione di elementi primari come zolfo e mercurio in oro.
 
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Re: La pietra filosofale e l'alchimia

Messaggio  Annali il Sab Set 23, 2017 8:46 pm

Nel Rinascimento l'alchimia, già viva presso gli Arabi e largamente praticata nel Medioevo, si diffuse in tutta l'Europa, predisponendo con le sue effettive scoperte all'avvento della chimica moderna. 
Le ricerche degli alchimisti erano tutte dominate dalla speranza di trovare la pietra filosofale, il lapis, capace di trasformare in oro tutti gli altri metalli, oltre l'elisir di lunga vita che avrebbe dovuto portare all'uomo il dono dell'immortalità. Speranza forse illusoria, ma l'ideale del dominio dell'uomo sulla natura agiva profondamente sulla mentalità degli scienziati di quel tempo.
L'idea di una trasformazione dei metalli non urtava contro nessuna delle cognizioni scientifiche del tempo e aveva gli stessi scopi che si propone oggi la sintesi chimica che prevede e controlla il raggruppamento molecolare di sostanze diverse.
Secondo le attese del tempo chi fosse riuscito a trovare la pietra filosofale non solo sarebbe diventato l'uomo più ricco del mondo, ma avrebbe anche avuto perpetua giovinezza e salute.
Nel Medioevo, attraverso l'opera degli alchimisti si mise a fuoco per la prima volta il desiderio dell'uomo di oltrepassare i limiti imposti alla natura umana e l'alchimia, in questo senso, anticipò e preparò l'avvento della moderna civiltà.


Sull'onda di tale profondo desiderio che C.G. Jung interpreta simbolicamente come cammino interiore alla ricerca del Sè, anche sul finire del Cinquecento, quando il metodo sperimentale aprì alla scienza nuove vie, l'alchimia continuò a godere di una notevole fama e ad offrire a strane figure di avventurieri la possibilità di rapidi arricchimenti e di gigantesche truffe a danno di principi e nobili piuttosto ingenui.
L'idea delle enormi ricchezze che la pietra avrebbe potuto dare colpiva, infatti, a tal punto l'immaginazione che gli alchimisti ricevettero, al pari degli artisti, denaro e ospitalità presso governi desiderosi di incrementare la loro potenza.
Molte persone di talento credettero fedelmente nella reale possibilità di ottenere l'oro: la regina Cristina di Svezia, ad esempio, ma anche personalità di prestigio come il filosofo Bacone ebbero su questo argomento convinzioni fermissime.
Non si sa fino a che punto fossero consapevoli della vera natura della loro arte. Di fatto, da un lato correvano il rischio di errare o d'esser sospettati di pratiche fraudolente, dall'altro rischiavano il rogo destinato agli eretici.
Jung ha trattato il mito della pietra filosofale facendone l'emblema della psicoterapia. Il Lapis, infatti, la materia prima che gli uomini cercarono inutilmente per secoli, va rintracciata nell'essere umano stesso.


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La pietra filosofale e l'alchimia

Messaggio  Annali il Lun Ago 11, 2014 5:31 pm

NICOLAS FLAMEL 
Per i cultori medievali una delle discipline più importanti, insieme all’astrologia, era l’alchimia, fondata su una rete complessa di corrispondenze ermetiche di analogia con altre discipline, quale per esempio la botanica. Per l’alchimista la botanica era la disciplina che meglio esprimeva il senso del lavoro cui si dedicava. Il laboratorio alchemico aveva, infatti, la funzione di ripetere i processi della natura, di assecondare tali processi ma non di stravolgersi con la forza o la coercizione. L’oro non doveva essere prodotto o fabbricato, ma piuttosto incoraggiato a crescere.
Quello che cercavano gli alchimisti non lo trovarono mai, quali ne fossero state le implicazioni psicologiche e spirituali, l’alchimia stabilì una metodologia e un corpus di dati che stanno a tutt’oggi alla base della chimica moderna.
L’alchimia affonda le radici nelle cognizioni di chimica e metallurgia arrivate in Europa dall’antico  Egitto attraverso i Greci. Aristotele, la cui dottrina dominò il sapere medioevale, insegnava che ogni corpo era composto in diverse proporzioni da quattro elementi: l’acqua, il fuoco, l’aria e la terra, portando questo a ipotizzare che, modificando le proporzioni dei costituenti si potesse trasmutare un elemento in un altro. Secondo la tradizione fu Ermete Trismegisto, contemporaneo di Mosè, il fondatore dell’alchimia e di una serie di scritti che da lui presero il nome di “ermetici”.
Dopo la caduta dell’impero romano, la conoscenza degli alchimisti si rivolse al mondo arabo, che tradusse i testi provenienti da Alessandria d’Egitto dove, in un’importante scuola alchemica fu inventato l’alambicco. Il termine stesso alchimia deriva probabilmente dall’arabo “al–kimiya”che indica la pietra filosofale.
Verso la fine del ‘300 l’alchimia fu condannata con motivazioni teologiche, attribuendo a essa pratiche demoniache. Era il periodo in cui erano perseguitate le streghe, per lo stesso motivo, dall’inquisizione, collocate insieme nel regno del sovrannaturale anche se magia e alchimia avessero ben poco in comune.
Quello dell’alchimista era un lavoro duro, significava lavorare con fuoco e acidi, con l’odore dello zolfo, le persecuzioni della chiesa e dei regnanti. Per questo l’arte “oscura” esigeva mistero e segretezza e le sue pratiche restavano materia per pochi iniziati. L’alchimista si considerava prima di tutto filosofo, e collocava la sua pratica nell’ambito della ricerca filosofica.
Fra i nomi più frequentemente collegati all’alchimia medievale spicca quello di Nicolas Flamel (1330-1418). Amanuense, grazie al suo lavoro ebbe accesso a molti libri e documenti rari, acquistando familiarità con la pittura, la poesia, la chimica, la matematica e l’architettura. Si dedicò inoltre, allo studio di tutto il materiale che poté reperire sull’alchimia, la cabala e l’ermetismo. Come lui stesso raccontò, intorno al 1360 scoprì, non specifica come, un testo alchemico estratto probabilmente da fonti ebraiche, destinato a trasformare la sua vita. Sulla prima pagina a quanto riferì, era scritto: “ Abramo l’ebreo, principe, sacerdote, levita, astrologo e filosofo, alla nazione degli ebrei, per l’ira di Dio dispersi tra i galli, augura salute”. Ogni sette pagine ve n’era una che conteneva solo illustrazioni. Si dice che tale opera sia conservata nella biblioteca dell’Arsenale di Parigi e che riproduzioni dell’opera siano state assiduamente studiate da intere generazioni di aspiranti alchimisti, anche se, a quante pare, inutilmente, senza riuscire ad acquisirne l’essenza. Secondo le sue parole, nemmeno Flamel fu in grado di leggere il libro finché, finalmente, dopo vent’anni trascorsi a tentare di decifrare quel testo enigmatico, durante un viaggio a Santiago di Compostela conobbe a Leon un ebreo convertito che gli spiegò il contenuto del libro. Al suo ritorno a Parigi, iniziò a mettere in pratica quanto imparato e, stando a quanto si dice, a mezzogiorno del 17 gennaio 1382, effettuò la prima di una serie di trasmutazioni alchemiche. La grande opera dell’alchimia, trasmutazione spirituale dell’uomo, l’elisir o la pietra filosofale, che perfeziona e modella l’umanità, che tramuta i metalli in oro.
Naturalmente l’attendibilità del racconto di Flamel è questione aperta, rimane che, a quanto si racconta, in conseguenza delle sue trasmutazioni divenne immensamente ricco, tuttavia, risulta fosse un uomo modesto, che non approfittò mai del proprio potere e usò le sue ricchezze in opere di bene. Nel 1413 aveva fondato e sovvenzionato quattordici ospedali, sette chiese e tre cappelle a Parigi e altrettanto fece a Boulogne.
Flamel divenne una figura leggendaria e apprezzata dalla posterità. Nel XVIII secolo Sir Isaac Newton lesse la sua opera e la annotò minuziosamente, addirittura ricopiandola a mano nel tentativo di adempiere il suo comando di “ portare a termine la conoscenza di Ermes”. Ermes, o Ermete Trismegisto, considerato una figura singola oppure triplice, venerato come la fonte della saggezza profetica, il primo maestro della scienza e della filosofia. Era associato con qualunque cosa avesse a che fare con i poteri miracolosi e la sapienza. Nicolas Flamel fu definito l’ultimo dei magi medievali. Una nuova generazione di maghi era in attesa sullo sfondo della storia.  
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